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Il Palermo calcio non c'è più

Il tribunale del capoluogo siciliano ha decretato il fallimento dopo aver rifiutato la domanda di un concordato. Un rifiuto motivato dalle “ingentissime esposizioni debitorie gravanti sulla società”

18 Ottobre 2019 alle 18:33

Il Palermo calcio non c'è più

foto LaPresse

Prima l'esclusione dai campionati professionistici, e non era la prima volta. Il Palermo era già stato cancellato nel 1986, ritrovandosi in C2 dopo aver ottenuto la salvezza all'ultima giornata in serie B. Ciò che si è visto al termine dell'ultima stagione era quindi qualcosa di già conosciuto, andato a certificare le difficoltà economiche in cui il club si dibatteva da tempo. Una gestione su cui oggi, venerdì 18 ottobre, è calata anche la scure del tribunale, che ha decretato il fallimento dopo aver rifiutato la domanda di un concordato. Un rifiuto motivato dalle “ingentissime esposizioni debitorie gravanti sulla società”. Questo significa sigilli sui beni, a cominciare dall'impianto di allenamento di Boccadifalco, e un salto in alto dei problemi per Maurizio Zamparini, oggi sotto processo per falso in bilancio: l'insolvenza rappresenta un passaggio verso il reato di bancarotta fraudolenta.

  

Una fine ingloriosa per un'avventura cominciata il 21 luglio 2002, con passaggi anche esaltanti. Quel giorno Zamparini annuncia di aver acquistato per 15 milioni (pagabili in tre rate) la maggioranza del Palermo da Franco Sensi, il proprietario della Roma che aveva tentato l'avventura della multiproprietà. Nel giro di una notte si congeda da Venezia, dopo quindici anni di presidenza, e trasferisce metà squadra più allenatore (Ezio Glerean) dal ritiro dei veneti a quello dei siciliani: il 22 luglio sul pulmino salgono in dodici per lasciare Pergine Valsugana, in provincia di Trento, e raggiungere Longarone, in provincia di Belluno. Due ore di strada per cominciare una nuova avventura.

 

Quella di Zamparini in Sicilia è esaltante. Arriva la serie A, arrivano le prime partecipazioni alle coppe europee. Il Palermo, in due occasioni, sfiora addirittura un piazzamento che varrebbe la Champions. In panchina si siedono ottimi allenatori, a cominciare da Francesco Guidolin. Variano molto, visto il licenziamento compulsivo di cui soffre il presidente. E si vedono anche ottimi giocatori. Quattro del Palermo fanno parte dell'Italia campione del mondo 2006: il match-winner Fabio Grosso, e poi Andrea Barzagli, Cristian Zaccardo e Simone Barone. Il centravanti della Nazionale è Luca Toni, in rosanero fino al 2005. Gli uomini mercato, poi, scoprono talenti in giro per il mondo, da crescere per fare cassa, come Javier Pastore, Edinson Cavani e, ultimo, Paulo Dybala.

 

Zamparini cerca anche spazi per il suo business. Nasce come re della grande distribuzione a buon prezzo, cominciando nel 1972 a Vergiate con i Mercatoni Zeta. Una rete che poi vende ai francesi di Conforama per buttarsi sui centri commerciali. Va in Sicilia anche per questo motivo, e perché a Venezia non volevano fargli costruire un nuovo stadio (nella zona dell'aeroporto di Tessera), con annessa cubatura per investimenti imprenditoriali. A Palermo vorrebbe uno stadio nuovo al posto del Barbera, ma si scontra con gli abituali problemi burocratici. Come si scontra con i problemi economici legati a classifiche negative e a cessioni poco remunerative. Il Palermo diventa insostenibile, Zamparini prova alternative anche folkloristiche, nel 2017 dice di aver venduto all'ex Iena Paul Baccaglini: tanti tatuaggi, tante parole e zero soldi da investire. Un calvario che si trascina fino alla stagione 2018-19, quella che metta la parola fine a una lunga avventura, tra bocciature sul campo e sentenze di tribunali.

 

Salutato Zamparini, il Palermo è ritorno ai palermitani, la società appartiene alla famiglia Mirri e all'italoamericano Tony Di Piazza. In panchina un altro palermitano come Rosario Pergolizzi, alla guida di una squadra che – in serie D – ha raccolto sette vittorie su sette gare e portato allo stadio una media di 15.000 spettatori. È la fame di calcio che si vive al sud, visto che pubblici analoghi si erano visti a Bari, in serie D, e poi a Catania, Avellino, Messina, Reggio Calabria, Foggia, quando si doveva ripartire dal basso. Tutte piazze che hanno avuto un passato importante in serie A, ma senza possedere i mezzi per sostenerla con continuità. E chi si è affacciato in tempi più recenti (si pensi al Benevento o al Crotone) è durato una sola annata, al massimo due, per retrocedere immediatamente. Oggi il sud in A è rappresentato soltanto da Napoli e Lecce, visto che il Cagliari si considera da sempre isolano. Napoli che significa anche l'ultimo scudetto vinto da una squadra espressione del meridione, quella folle che si poteva concedere un lusso come Diego Maradona. Era il 1990, ciò significa che l'anno prossimo festeggeremo il trentennale. Tre decenni in cui nulla è cambiato, con il calcio sempre proprietà del nord, con rarissime eccezioni. E quello al sud che fatica per la sopravvivenza quotidiana.

Leo Lombardi

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