Sul ring c'è un'altra vita

Maurizio Fiorino

L’ex tassista per transessuali, i gemelli nigeriani, il maestro e il Sioux: un po’ disperati e un po’ poeti. Viaggio nelle palestre di periferia, da Palermo a Milano, per scoprire quel che resta della boxe

“No, lì non ci arrivo, prendete un altro taxi, quello dopo di me”. In quel momento ho pensato due cose. La prima: ma perché al sud danno ancora il voi? La seconda, più ovvia per un insicuro cronico come me: in vita mia non ne ho azzeccata mezza. “Eccoci qui, dove siamo?” ripeteva a mo’ di mantra il mitico Henry Harrison in “The Extra Man”, squisito romanzo di formazione di Jonathan Ames che in Italia non ha avuto la fortuna che meritava (uscito per Einaudi prima, Baldini Castoldi Dalai poi).

Eccomi lì, dov’ero? Ironia a parte, ero in quel punto della mia vita in cui cercavo un cenno da lassù e col senno di poi posso dirlo chiaro e forte: non esiste al mondo essere umano coinvolto nel pugilato che non stia cercando una qualche risposta a un dilemma che lo assilla. La vita è un ring (metafora scontata, lo so: provo a non farne più) e su quel ring prima o poi una risposta la trovi. Per questo la boxe è un’arte che resiste. E’ un segreto, questo, che chi la pratica o chi semplicemente la osserva sa bene e se ne guarda dal riferirlo a tutti.

 

Tornando a noi, nella vita reale ero su un taxi che mi rifiutava la corsa.

Catania, maggio, metà pomeriggio, capitolo random di un viaggio da sud a nord per realizzare un reportage sulla nuova boxe italiana, quindi su me stesso, che nessuno mi aveva mai commissionato, spendendo soldi in Airbnb, treni regionali e arancini di Savia con una sicurezza tale da far credere a chiunque che ero sul punto di scoprire Greta ingozzarsi di Gran Crispy McBacon al Mc di Piazza Stesicoro. “La boxe non interessa a nessuno” mi avevano detto quei pochi caporedattori di mia conoscenza.

Ma la boxe è come la vita, avevo risposto io imperterrito e sicuro di me: lo dice anche la Oates!

 

“Quello dopo di me”, di nuovo il tassista catanese. Scendo dal taxi pensando a quello che ha scritto per l’appunto Oates nel suo saggio “Sulla boxe”, ripubblicato da 66thand2nd. “Scrivere di boxe è come scrivere di se stessi. Di certo è il nostro sport più smaccatamente autolesionistico”. Boom. Da quando ho letto quelle righe non penso ad altro. Me lo ha detto anche un pugile di Ferrara, “a me piacciono i pugni, la sensazione del male che dalla pelle mi passa dentro e mi arriva fino al cervello”. Ed è vero. Ho visto coi miei occhi alcuni boxeur trascorrere ore in palestra a farsi prendere a pugni in faccia, sul petto, “sul fegato, daje”, per adattarsi al dolore. Tutto ciò che ruota attorno alla boxe è dolore e umiliazione, basta pensare al piacere, neanche tanto segreto, del pugile che se ne sta seminudo sul ring a prendere cazzotti da un avversario visto per la prima volta ventiquattr’ore prima per la cerimonia del peso, davanti a una platea che un po’ ti acclama e un po’ ti urla addosso.

 

Per quel che mi riguarda avrei potuto concludere la faccenda riassumendola con un il pugile è un pazzo masochista, per poi andare a mangiare l’ennesimo arancino non spesato. Invece no. C’è dell’altro in quello che è uno degli sport più antichi al mondo, l’ho sempre saputo, checché ne dicano caporedattori e Oates. Così a Catania mi sono seduto in un bar qualunque e ho digitato sul telefonino miglior-nuovo-pugile-Catania. Internet mi ha consigliato di andare al Palanitta, un posto che Google Maps suggerisce essere in città ma che per i catanesi è provincia.

“Andate alle case popolari?”, il nuovo tassista, più anziano del primo. Rispondo tutto d’un fiato, fiero: no, vado alla Boxing Team Catania Ring. “A fare?”. Un reportage. “Per chi?”. Cattivo, penso. Per un giornale americano, rispondo.

 

Lasciato l’Elefante alle mie spalle, dopo una decina di minuti approdo in una piazzetta quadrata color cemento, circondata da palazzine dello stesso colore e identiche l’una con l’altra. Un gruppo di adolescenti in moto mi sfreccia affianco, impennando a tutto gas, per farsi notare da alcune ragazze sedute su delle panchine. Fumano tutti, ragazzi e ragazze. Mi avvicino per socializzare e me ne esco con un: ma i pugili fumano? Loro mi guardano come se fossi un extraterrestre. “Il maestro non lo sa” risponde uno, tutti gli altri ridono.

 


 Un incontro di boxe a Bollate tra due pugili non professionisti (foto Maurizio Fiorino)


 

Se mi trovo nell’estrema periferia di Catania è perché Internet dice che Simone Buremi è una delle giovani promesse della boxe siciliana. Quando arriva, i ragazzi che prima ridevano e fumavano lo accolgono come una star del cinema. Ci presentiamo. Lui si fa un tiro di sigaretta, entra in palestra a gambe larghe e petto all’infuori.

Il suo maestro, Antonino Maccarrone, gli smorza l’entusiasmo mezzo metro dopo l’ingresso da divo. “Ti sei abbuffato al Mc Donald’s, l’ho visto su Facebook”. Pausa, poi: “puzzi di fumo, schifoso”. Buremi prova a fare la faccia di quello accusato ingiustamente. “Non ci provare. Si sente l’odore a dieci metri di distanza. Continua così che non arriverai da nessuna parte” conclude Maccarrone, poi gira le spalle e va verso i sacchi. Dopo una ramanzina del genere davanti a tutti – non conoscendo ancora il rapporto che si instaura tra maestro e allievo, un rapporto che spesso è più viscerale di quello che c’è tra un padre e un figlio poiché al tuo maestro puoi (devi) confessare tutte le debolezze, a un padre le nascondi. Va da sé che tanti pugili vengono allenati dai loro padri, che spesso sono dei boxeur che non ce l’hanno fatta – io avrei smesso di fare pugilato. Il suo pupillo ride e gli fa il verso.

 

“Fa sempre così ma ci vuole bene” dice Buremi, naso già schiacciato dai tanti pugni presi. Fa boxe da quando era bambino e anche se si è ritirato da scuola, sua mamma è orgogliosa perché in quel quartiere qualsiasi cosa è meglio che stare per strada (geniale, a tal proposito, la risposta che mi ha dato Tina, la mamma del pugile Francesco Aiello di Marcianise, l’unico posto in Italia dove la boxe è più diffusa del calcio – merito di Clemente Russo – quando le ho chiesto se non le dava fastidio vedere suo figlio essere preso a pugni. “Macché, quello mena da quando cammina. Per fortuna fa boxe, se no avrebbe preso a pugni me”).

 

Buremi si allena costantemente tutti i giorni, mattina e pomeriggio, anche perché non andando a scuola dice di non avere nient’altro da fare. Gli domando cosa vorrebbe diventare da grande. “Il campione”. E se non riesci? Lui mi guarda come se nessuno gli avesse mai paventato quell’ipotesi. “Ce la faccio”.

 

  

Molti giovani pugili aspirano a diventare i nuovi Blandamura. Il Sioux, questo il suo soprannome, ha avuto una vita da film (e infatti hanno appena finito di girare un documentario su di lui). Abbandonato dai genitori a soli dieci mesi è stato allevato da suo nonno, il mitico nonno Felice. A dodici anni è vittima di un tentato stupro da parte di un pedofilo che è andato poi a cercare anni dopo, “l’ho aspettato sotto casa, gli ho puntato un coltello sotto la gola e gli ho detto: “Ti ricordi di me?”. A 18 ha tentato il suicidio, poi ha trovato la boxe o la boxe ha trovato lui, e si è salvato. “Nella boxe un giorno sei al top e il giorno dopo col muso nel fango” mi ha detto una sera a cena. “Forse l’essenza di quest’arte è nel sapersi rialzare ogni volta e farcela”. Lui ce l’ha fatta più d’una volta. Lo scorso luglio ha però subito in casa un ko e la Gazzetta ha subito titolato “Blandamura al tappeto: finisce una grande carriera?”. Conoscendolo, sta preparando il rientro dei rientri.

  


 

Alessio Lorusso, pugile professionista, fotografato a Seregno (foto Maurizio Fiorino) 


 

Tra i pugili che incarnano a pieno lo spirito autolesionistico, quello che più mi ha colpito è Alessio Lorusso, brianzolo, giovanissimo, corporatura nervosa e il viso completamente tatuato. Ha iniziato a tatuarsi un paio di anni fa e da allora non si è più fermato. Sentendolo parlare, appare chiaro che la sua vita oscilli fra la ricerca estenuante di approvazione e il cercare ogni modo possibile per non farsi accettare. “Facevo il tassista per transessuali. Lavoravo tutte le notti. Le accompagnavo dai clienti, aspettavo che finissero e poi le riportavo a casa. Ora ho smesso perché se vuoi diventare un pugile serio devi svegliarti presto la mattina e sudare”. Smessi i panni di tassista si è aperto un profilo Instagram ed è uno dei pugili più seguiti. Celebri le sue stories che alternano allenamenti assidui e scatenati threesome con ragazze sempre diverse. Oggi sta cercando di ripulirsi l’immagine e ogni tanto lo si vede tra gli spettatori del Principe, centro nevralgico della boxe milanese sin dal dopoguerra e oggi gestito dalla famiglia Cherchi. Nel loro team spiccano fra gli altri i gemelli nigeriani Nmomah, ovvero Samuel e Joshua, scoperti per strada da un calabrese trapiantato a Novara, tale Marco Crestani. “Ho visto Samuel con dei tipi che non mi piacevano affatto. Sono sceso dalla macchina e gli ho detto di venire a trovarmi alla Novara Boxe. Ovviamente non è venuto. L’ho rivisto settimane dopo e l’ho portato qui di peso. Da quel giorno non ne è più uscito”. Stessa storia suo fratello Joshua, approdato alla boxe qualche mese dopo e da un paio di anni anche lui nella scuderia dei manager milanesi. La prima cosa che li ha colpiti una volta arrivati in Italia? “Il freddo. E il fatto di non capire una sola parola italiana a scuola. Quando sono entrato in classe sapevo dire solo cazzo e ciao” dice Joshua. Finora i due macinano una vittoria dopo l’altra e sognano l’America dove c’è il loro papà, che li ha lasciati quando erano piccoli.

 


 

Un incontro al Teatro Principe sponsorizzato dal magazine Playboy (foto di Maurizio Fiorino)   


 

Destino diverso quello dei due fratelli Davide e Lorenzo Calì, pugili collaudatori. Per i non addetti ai lavori, i collaudatori sono la roba più interessante e stramba che possa esistere: il loro scopo è far vincere gli altri. Oggi come oggi sono per lo più giovanissimi pugili dell’est Europa che approfittano del vitto e dell’alloggio, più qualche centinaio di euro, e pensano perché no? ci facciamo una bella vacanza, crolliamo tra il quarto e il quinto round e il giorno dopo ce ne torniamo a casa. E’ una strategia collaudata che ha radici profonde. I collaudatori ci guadagnano in soldi, l’avversario in vittoria e così, a furia di vincere facile, sale in classifica. Niente di scandaloso, anche Tyson iniziò così. Poi, storie di pugili che dopo una ventina di incontri stravinti sono crollati davanti al primo vero pugile di razza, ce ne sono a bizzeffe. Non sono tutti Tyson per l’appunto.

 

“In Italia si pensa solo al calcio” mi ripete più d’una volta il maestro Calogero, l’anima della Zeus Boxe di Palermo dove, tra un incontro e un altro, mi sono trovato nel mezzo di un dibattito senza fine sul modo corretto di dire arancino o arancina. La Zeus è uno scantinato fatiscente e semibuio, coi pesi costruiti a mano usando bottiglie di plastica piene di sabbia e i sacchi sfondati e sistemati alla bell’e meglio col nastro adesivo. Sullo sfondo, un poster a grandezza naturale di Muhammad Ali. “Siamo poveri, ma non ce ne frega niente. A me importa solo che questi ragazzi non abbiano vizi. A volte qualcuno non ha soldi per pagare il mese, cosa vuoi che faccia? Se diventeranno campioni, tanto meglio. Avranno modo di ripagare il sacrificio che faccio tutti i giorni”. Da queste parti si allena anche Laura Maone, giovanissima ex finalista di Miss Italia, che ci tiene subito a precisare che se ha iniziato a fare pugilato non è perché ha visto “Million Dollar Baby” e da qui intuisco che le pugili donne si dividono in due categorie: quelle che hanno iniziato dopo aver visto il film di Eastwood e quelle che invece no. Su “Rocky”, invece, tutti i pugili che ho incontrato sono d’accordo nel definirlo un’americanata.

 

A vedere un incontro di pugilato oggi come oggi ci vanno dalle 30/40 persone, ovvero qualche appassionato più i genitori e i cugini dei pugili, fino a un massimo di qualche centinaio di anime. Pare che la crisi sia iniziata negli anni Novanta con lo scandalo degli incontri truccati e da lì, un lentissimo declino. E pensare che alcuni neologismi pugilistici sono entrati perfino nell’uso comune. “Sembri un pugile suonato” mi ripeteva sempre la mia maestra delle elementari quando a ogni interrogazione sulle tabelline sorridevo come un ebete, scoprendo anni dopo di essere discalculico. Ero un piccolo romantico (“a cosa servono i numeri?”) e in fondo lo sono anche i pugili, ovvero gli ultimi poeti rimasti, oltre ai poeti in versi, un po’ come quei sentimentali che continuano a ripetere che il vero libro è quello di carta, “vuoi mettere l’odore?”, e non “l’i... com’è che si chiama?”.

 


Un incontro di boxe a Bollate tra due pugili non professionisti (foto Maurizio Fiorino)


 

Eccomi qui, dunque. Dove sono? L’ho capito solo oggi a che punto ero quel giorno e che nel pugilato cercavo solo un piccolo aiuto. Siamo boxeur o collaudatori? Perché è proprio vero che vivere è come stare sul ring, forse è per questo che della boxe si parla sempre poco. Suona di nuovo banale, lo so. Ci si allena mesi per un incontro che non sai mai come andrà a finire e poi di nuovo, e di nuovo ancora, tra odore di piscio e i buu del pubblico. Due domande che non ho mai fatto a nessun pugile: ci credi davvero? E: che senso ha tutto questo? E comunque la cosa più divertente me l’ha confidata Crestani, lo scopritore dei gemelli Nmomah. “All’improvviso, prima di salire sul ring, devono fare tutti pipì”.

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