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Non è sempre colpa di chi brucia le bandiere

Totti via dalla Roma, Sarri alla Juve, Bati che torna alla Viola. La movimentata estate degli ex

23 Giugno 2019 alle 06:00

Non è sempre colpa di chi brucia le bandiere

De Rossi abbraccia Totti dopo la sua ultima gara con la Roma (Foto LaPresse)

Non ci sono più le bandiere di una volta. Quelle che restavano avvinghiate all’asta, anche se fuori soffiava una bora come solo a Trieste sanno che cos’è. Oggi le bandiere vengono ammainate come se nulla fosse. Nemmeno riposte con cura come si vede nei film a stelle e strisce quando muore un militare, non spiegazzate, maltrattate e qualche volta pure bruciate. Ogni tanto è anche colpa loro, delle bandiere s’intende, perché credono che basti restare lì nell’aria con la loro storia, le loro memorie. Vorrebbero vivere di ricordi e con i ricordi, ma oggi tutto viene frullato nel tempo di un Whatsapp… Francesco Totti può anche dire: “I presidenti passano, gli allenatori passano, i giocatori passano, le bandiere non passano: quelle no”, ma poi la realtà dei fatti è diversa. E lui lo ha provato sulla sua pelle giallorossa. E prima di lui la stessa sorte era toccata a De Rossi, un altro che ha avuto solo la Roma nella sua storia. E vogliamo parlare di Del Piero, costretto a girare il mondo senza pace perché un posto per lui non c’era… Un destino che molti anni prima era capitato anche a Beppe Bergomi, un altro che aveva vissuto la sua vita da zio tutta in nerazzurro e che ancora oggi, pur essendo diventato un ottimo commentatore super partes, è identificato con quei colori.

 

Paolo Maldini ha dovuto aspettare due cambi di proprietà prima di tornare nel suo Milan, all’inizio con un ruolo da studente e ora con un profilo da professore con tutti i rischi che ne conseguono. Potrà crescere ancora di fianco a Zorro Boban, che in Italia è stato sì rossonero, ma meno bandiera di altri, e che comunque, prima di tornare, ha seguito un master accelerato alla Fifa dove non ha fatto solo la bandiera (dei calciatori). In compenso il Milan ha un discreto bilancio di bandiere bruciate in panchina: Seedorf, Inzaghi, Gattuso, ma quello è un altro discorso. Se una bandiera sceglie la carriera dell’allenatore, sa bene che il suo destino difficilmente lo porterà a sventolare prima del palio di Siena. Al massimo potrebbe finire con l’interpretare la parte del cavallo. Ovviamente scosso. Le bandiere, come ci sta raccontando anche Sarri, non possono restare sedute in panchina. Gli allenatori sono professionisti e vanno dove li chiama un presidente, non dove ci sono i loro vecchi tifosi.

  

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Questa lunga estate 2019 rischia di diventare molto calda per le bandiere. Tra quelle ammainate e quelle che stanno prendendo aria. L’Inter ha richiamato in squadra Oriali che il suo percorso dirigenziale ha imparato a farlo anche in azzurro, dove con Mancini stava benissimo: non ha saputo resistere al richiamo della fede. Che nel suo caso è nerazzurra. La Fiorentina di Commisso non si accontenta di Antognoni già esibito con orgoglio dai Della Valle e sta per rimettere in squadra Batistuta con un ruolo tutto da definire. Il Chievo non si è lasciato sfuggire Pellissier, cominciando a farlo studiare da dirigente. Angelo Peruzzi ha rinnovato fino al 2022 come team manager della Lazio che una bandiera ce l’ha anche in panchina (a Simone è andata meglio che a Pippo) pur avendo rischiato lo scippo. Il portierone interpreta la parte del collante tra squadra, società e tifosi. La squadra la fanno Lotito e Tare, lui si accontenta, ma non è lì a far tappezzeria.

 

A voler vedere bene sembra finita la stagione dei calciatori che fanno tappezzeria, come le ragazze bruttine alle feste degli adolescenti (quando per fortuna si socializzava con i lenti e non con i social). Il calciatore messo lì per lo sponsor, la Fondazione della società, i tifosi, la comparsata in tv senza trappola ormai sta passando di moda. Resistono Franco Baresi e Javier Zanetti, le bandiere di Milano. Franco è brand ambassador e va benissimo. I tifosi ancora impazziscono per una foto con lui. Ci ha provato a fare il ds al Fulham, ha resistito 81 giorni, ha capito che non era il mestiere per lui. Ci ha provato anche ad allenare la Primavera, ha capito che non era per lui. Bravo a riconoscere i suoi limiti come era bravissimo a chiudere i buchi nella difesa degli Immortali. Zanetti è ancora vicepresidente nerazzurro, ma il suo ruolo non è molto diverso da quello di Baresi. Ha studiato, si è applicato, ma poi ha preferito restare un po’ defilato, ininfluente sulle scelte della società. Quello che Totti non ha voluto fare. Lui il ruolo del direttore tecnico voleva interpretarlo per davvero, anche se forse avrebbe dovuto rendersi conto che in certi ruoli non basta essere stati dei grandi, dei grandissimi.

 

Alle bandiere, abituate ad avere avuto tutti ai loro piedi, spesso manca l’umiltà di ricominciare la vita senza la maglia sulla pelle, scordandosi che fuoriclasse si nasce, ma grandi dirigenti si può anche diventarlo. A Monaco ne sanno qualcosa perché al Bayern i vari Hoeness e Rummenigge li hanno messi a studiare prima di promuoverli. A Barcellona Abidal, il terzino sopravvissuto a un tumore al fegato, ha cominciato a fare il dirigente e ora è diventato direttore sportivo. E il fatto che lo abbia cercato anche il Psg depone a suo favore, ma Abidal non è proprio una bandiera come Xavi, Iniesta & c. In attesa che Piqué diventi presidente, visto che sta già studiando da manager. Al Real Butragueño è ambasciatore. È il volto del Real ai sorteggi Uefa e in mille altre occasioni. Ma le decisioni sul futuro non spettano a lui. È l’erede di Gento, ormai ottantacinquenne e di quello che un tempo era stato Di Stefano. Bandiere da esposizione e spesso da esportazione. Proprio quello che Totti non voleva fare. Ma per crescere, per diventare dirigenti veri, bisogna studiare. C’è poco da fare.

 

In Italia l’esempio di bandiera diventato dirigente è Pavel Nedved. In giacca e cravatta, ma con le sneakers ai piedi mentre accompagna Sarri nella prima visita guidata a Vinovo. Anche se c’è chi dice che Nedved è più un grande ex che una vera e propria bandiera. Non è stato Del Piero, non è stato Buffon per la Juve. Ma nove anni, 247 partite, un pallone d’oro, bastano a farlo sventolare, anche perché scegliendo la Juve, ha stracciato un’altra bandiera che avrebbe potuto rappresentare: quella laziale. Dopo i suoi 9 anni da giocatore è entrato nel cda e ha cominciato a studiare. Per tre anni è stato un consigliere semplice, ovviamente con un parola in più da spendere nell’area tecnica, ma intanto ha cominciato a masticare i bilanci, a presenziare alle riunioni, a capire che cosa c’era fuori dallo spogliatoio. Il tutto stringendo sempre di più il rapporto con Fabio Paratici. Perché essere amici del presidente, oltre che bandiere, non basta. Nedved ha studiato, si è diviso tra ufficio e campo dove da sempre rappresenta gli occhi di Andrea Agnelli. Anche perché una cosa è fare un’osservazione tecnica a un giocatore se sei Nedved, un’altra se sei Paratici o Marotta. Dal 2015 poi è diventato vicepresidente. Non di rappresentanza, ma di sostanza. Paratici è il chief football officer e lui lo affianca, ascoltato e stimato. Quello che avrebbe voluto essere Totti. Ascoltato e apprezzato, non solo sui comunicati. Le bandiere rappresentano l’identità, la storia, la memoria. Sono imprescindibili in un mondo che perde i valori troppo in fretta. Ma devono anche saper rispettare la loro storia e soprattutto saper usare il loro valore per tramandarla. Non sempre ci riescono. E non sempre è colpa di chi le brucia.

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