Antonio Conte sulla panchina del Chelsea (foto LaPresse)

Conte all'Inter e altre nemesi “agghiaggianti” per tifosi assaliti dalla realtà

Maurizio Crippa

Gli allenatori dei sogni e i cori da stadio a denti stretti

Milano. (Rispetto e affetto per Luciano Spalletti, oggi. E finisce qui). Passiamo al presente, come sempre non serio, ma grave e gravido di orticarie per le tribù del populismo pallonaro. Perché il tema di oggi è questo, e se ci trovate analogie con qualcos’altro è che siete dei maniaci ossessivi: quando gli uomini della provvidenza e i candidati dei sogni si scontrano con la realtà, i sogni vanno in pezzi e rimangono fastidiosi pruriti. Conte, dunque. (Antonio, Conte: l’altro non è mai stato lo Spietzentraum manco di Giggino).

 

 

  

Nostalgici come sono, orfani come sono da dieci anni e disperati da un fallimento in panca dopo l’altro, i bauscia vivono nella nostalgia di Mou, e sognano. Ma sono anche invidiosi: di quelli che giocano il calcio spumeggiante di Pep, di Klopp, persino dei due Maurizios, Sarri e Pochettino. E adesso invece arriva lui, Conte. Che è bravo, eh. Che ha la garra salentina, eh. Ma ha quell’indigeribile difetto: ha vinto cinque scudi in campo con quella maglia; e tre da allenatore, e il resto, sempre con quella maglia. La maglia della Juventus. E soprattutto è gobbo dentro e l’ha sempre detto, è tra i simboli purissimi della juventinità e quando è capitato, spesso, sono volati sfottò e quasi insulti. Soprattutto polemiche col Sacro Mou.

 

E’ vero che si era portato avanti già nel 2013: “Sono un professionista, mai dire mai. Io sono juventino ma, se dovessi allenare Milan o Inter, diventerei il loro primo tifoso”. Ed è vero che, con l’uomo del Triplete, s’è fatto più diplomatico. Quando Mou lo scorso anno sfotté i tifosi juventini, diplomatico disse: “Lui ha vinto il Triplete e tre campionati col Chelsea, dunque ha la possibilità di fare quel gesto”. Ed è vero che era diventato quasi un idolo dei bauscia, quando un giorno a Sky gli uscì detto: “Capello ha vinto due scudetti, ma nessuno si ricorda di cose emblematiche: io mi ricordo gli scudetti di Lippi e di Trapattoni, non ricordo la Juventus di Capello. Ci si ricorda solo perché quei due scudetti sono stati revocati”. Su un sito online di tifoseria bianconera hanno scritto: “Come faranno i nerazzurri a tifare per il simbolo del 5 maggio?”, perché quel dì Conte gridava in video “stiamo godendo!” contro san Marco Materazzi. E ricordano che a Conte arrivavano insulti di cui “dopato” era il minore. Ed ecco, la realtà arriva come una martellata sui denti: ora toccherà cantare il suo nome, e celebrarlo per lo stile e il gioco e (sperèm) i suoi successi. Nemesi “agghiaggiante”, come direbbe lui.

 

Ma la nemesi colpisce dove vuole, meglio della livella di Totò. Salutati con lacrime dal grande allenatore che ha vinto tutto (tranne quella), da giorni i tifosi juventini sono in sindrome premestruale per lo Spitzenallenatoren che verrà. Pep Guardiola non si sa, ma a Torino sono maestri di grandi manovre. Però gira nell’aria quel nome da mal di pancia anche per loro. Maurizio Sarri, detestato, sfottuto, dipinto come uno che non vince mai quando era a Napoli. Sarri che fece il dito medio ai tifosi bianconeri. Sarri che “non ha lo stile Juve”, con la tuta e la cicca in bocca e la classe operaia un po’ piangina. Sarri che “ha 60 anni, non ha margini di miglioramento, non sa gestire le pressioni e soprattutto non ha mai vinto un fico secco” (presa a caso dai social). E ora potrebbe arrivare come un deus ex machina da Stamford Bridge, con una sua sfavillante coppa europea sottobraccio. E toccherà farsi piacere pure lui. Per finire i cugini cacciaviti, il Milan. Alle prese anche loro con i dolori di Montezuma. Avevano un allenatore che era un corpo e un’anima rossonera, come una canzone pop di Wess e Dori Ghezzi. E l’hanno messo alla porta perché il nuovo Milan amerikano, come standing più che come capacità, pretende di più. E adesso sono lì, in attesa di qualche principe ranocchio da baciare. Perché quando gli astratti furori del popolo si scontrano con la realtà, gli Spitzenallenatoren diventano randelli sui denti e ti tocca pure sorridere.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"