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L’Inter più brutta di sempre e Spalletti maramaldo che se la prende con Maurito

Come andò quella volta tra Balotelli e Mourinho, allenatore vero

Maurizio Crippa

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1 Aprile 2019 alle 20:17

L’Inter più brutta di sempre e Spalletti maramaldo che se la prende con Maurito

Luciano Spalletti (foto LaPresse)

Peggior allenatore per acclamazione tra tutti quelli che hanno messo le chiappe sulla panca nerazzurra (eppure ce n’è stati di disastrosi), giunto alla soglia della quota cento con il suo bagaglio di zeru tituli che contano in carriera (parlava di lui, quella volta, l’ineffabile Filosofo Mourinho) e col pensiero della valigie da fare un’altra volta a fine stagione (ma è solo un pensiero per ora, un forse) è normale che Luciano Spalletti sia nervoso, molto nervoso. E quando è nervoso, di solito se la prende con l’anello debole della catena su cui scaricare la tensione e i fulmini. Non c’è bisogno di fare nomi ed esempi pregressi. Domenica sera, dopo aver messo in campo una delle sue solite formazioni senza logica né verve, una squadra che faceva solo cross senza nessuno in campo in grado di prenderli, e aver tolto una punta sul finale quando invece doveva pareggiare, e insomma aver perso da far schifo. Ecco, invece di presentarsi alle tv a spiegare perché insiste a far giocare Perisic, uno dei nemici giurati di Icardi, che da quando ha fatto fuori Icardi gioca anche peggio di prima, o a spiegare il fallimento del suo progetto, se l’è presa con marito di Wanda Nara. Che sarà pure il fesso che sappiamo, eccetera. Ma ormai non gioca più.

 

Vigliacchetto e maramaldo, e senza contraddittorio, e con i giornalisti e commentatori che facevano di sì col capoccione, Spalletti ha detto: “Per come si è comportato deve stare fuori, devono giocare gli altri”. Che infatti, da quando è fuori, per riconoscenza al Mister giocano peggio di prima. E con una volgarité che non si era mai udita, ha scaricato su di Icardi i mancati successi degli anni passati, quando segnava caterve di gol, invece che sugli altri brocchi che giocavano con lui: “Mauro è qui da anni, quante volte l’Inter è andata in Champions? La differenza la fanno Cristiano Ronaldo e Messi, non Icardi. Ne abbiamo perse di partite uguali con Mauro in campo, e allora?”. Forse ci siamo dimenticati troppo presto che Spalletti è quello che ha venduto Zaniolo per farsi dare Nainggolan: se Spalletti capisce di calcio, allora io posso risolvere la Brexit in venti minuti.

 

“Poteva giocare 10 minuti? No, poteva giocare anche un tempo”, ha insistito. “Ma c’è da stare in uno spogliatoio. All’interno di un gruppo bisogna avere credibilità, io ce l’ho da 22 anni credibilità con i miei giocatori”. Ecco la cosa vergognosa, indigeribile: in pratica, l’allenatore di una squadra ha ammesso che non fa più giocare il suo miglior giocatore (per quanto fuori dal campo fesso e mal maritato) perché se no poi non ha il coraggio di entrare nello spogliatoio. E allora preferisce mettersi contro uno, che contro dieci. Se questo è il modo di gestire una squadra di calcio, vedete voi. Perché tutti quanti, e non soltanto i tifosi bauscia sempre più disperati, si ricordano di Balotelli e di Mourinho, e di come andò quel mitico 20 aprile del 2010, quando l’Inter vinse la semifinale a San Siro contro il Barcellona. Balo, che era stato sgridato per tutto il tempo da Mou, gettò la maglia a terra con rabbia. Davanti al popolo dei tifosi e ai compagni che si erano guadagnati, senza il suo contributo, la partita della vita. Venne escluso dalle partite successive, è probabile che nello spogliatoio Samuel e Stankovic lo abbiano riempito di cazzotti. Ma all’ultima partita col Siena c’era bisogno di lui (come domenica di Icardi con la Lazio) e giocò titolare. E nessuno dei compagni fiatò, né dentro né fuori dallo spogliatoio. Come nessuno ebbe da ridire quando festeggiò sul campo, da panchinaro, la notte del Bernabeu. Perché lo aveva deciso José Mourinho, cioè un allenatore con il carisma del leader, non il patafisico di Certaldo.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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