Hamilton è un supercampione? Per me è no

Fabio Tavelli

Il pilota della Mercedes è sicuramente nel Pantheon dei grandissimi della Formula 1. Ma se allarghiamo la considerazione allo sport in generale è difficile considerarlo alla pari di Merckx, Phelps, Bolt, Sotomayor o Jordan

Può Lewis Hamilton, ora che ha conquistato il suo quinto titolo mondiale di Formula 1, sedersi al tavolo con i più grandi della storia dello sport? Bisognerebbe intendersi prima su che tipo di inviti fare a questa cena, in modo da sapere quali commensali, in caso affermativo, Lewis troverebbe già accomodati. Già discriminare tra sport individuali e di squadra ridurrebbe di un bel po’ la conta dei coperti. In ogni caso la domanda vera che viene posta è se uno come lui sia o meno entrato nel ristretto novero dei supercampioni, ovvero di quelli che non si sono limitati, si fa per dire, a essere fuori dal comune ma hanno anche assunto la dimensione di cannibali. Di autentici massacratori dei rivali al punto da assurgere a una categoria al di sopra di ogni limite conosciuto prima. Allora per me è sì, se parliamo di Formula 1. “Nì”, tendente al “no”, se allarghiamo questa considerazione allo sport in generale.

 

 

Il team Mercedes festeggia, in Brasile, la vittoria del titolo costruttori e quella del titolo piloti con Lewis Hamilton
(foto LaPresse)
 

 

La risposta affermativa se limitiamo l’analisi al Motorsport è quasi ovvia. Se immaginiamo un Pantheon con i virtuosi del volante, uno come Lewis ha tutto il diritto di non sentirsi a disagio se dovesse sedersi accanto ad Ayrton Senna, Alain Prost, Niki Lauda e Jim Clark. Solo Michael Schumacher ha vinto più titoli di lui. Sette per il tedesco, cinque per LH e Juan Manuel Fangio. Si può discutere all’infinito sulla grandezza dei rivali, sull’evidente vantaggio che un pilota ha perché guida un’auto piuttosto che un’altra e sul fatto di non poter stilare graduatorie su atleti che appartengono a generazioni tanto diverse. Tutte cose che valgono non solo per la Formula 1.

 

 

Lewis Hamiltono dopo la vittoria nel Gp del Brasile (foto LaPresse) 

 

Di Hamilton si dice non sia a livello di Schumacher non solo perché ha due titoli in meno ma anche perché è stato battuto una volta da un compagno di squadra (Nico Rosberg due anni fa, talmente consumato dalla lotta con Lewis da ritirarsi qualche giorno dopo), cosa che Schumacher non avrebbe mai permesso a chi guidava un’auto dello stesso colore della sua.

 

Ma concentriamoci sul “nì”, che per me è un “no” (ma mi autoconcedo il beneficio del dubbio anche su una teoria che espongo io). Per due motivi molto semplici: Lewis Hamilton pratica una disciplina per troppi pochi eletti e lo fa attraverso un mezzo meccanico. Intendiamoci, penso che un ragazzo arrivato dalla working class e capace di bussare alla porta di Ron Dennis e dirgli “io diventerò il più grande di tutti, tu pensa a darmi una macchina”, sia una gigante. Anche perché quella che sembrava una promessa smargiassa lui l’ha poi realizzata. Già, e allora perché non considerarlo alla pari di Eddy Merckx, di Michael Phelps, di Usain Bolt, di Javier Sotomayor o Michael Jordan? Non ne ho citati cinque a caso. Bicicletta, nuoto, corsa, salto (in alto, avrei dovuto magari metterci anche Mike Powell, lungo, oppure utilizzare Carl Lewis così faccio doppietta corsa-lungo) e gioco con la palla (qui ho scelto il basket per non prendere sempre il calcio).

 

Quali sono gli sport “primordiali” dell’uomo? Quelli che chiunque può praticare senza bisogno di molte appendici? Questi. E sono esattamente questi quelli più praticati dal resto del mondo. Ora, non leggerete mai a mia firma che Lewis Hamilton non è un grandissimo. Ma quanti al mondo hanno la possibilità di guidare una Formula 1? Siamo nel campo delle decine, forse delle centinaia se consideriamo anche altre categorie del Motorsport. Tutti, o quasi, abbiamo la patente. E chi ci dice che tra Pero e Cormano o tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello non ci sia qualcuno che se avesse avuto per le mani non un monovolume ma una Formula 1 avrebbe saputo fare come LH? Non lo sappiamo, perché il 99 per cento di chi guida un’auto o non è ricco come il papà di Stroll o non ha quella visione un po’ folle che ebbe il piccolo Lewis quando andò a tirare la giacca di Ron Dennis nonostante il suo babbo non fosse un nababbo. Ma stiamo parlando di troppi pochi essere umani. Normalmente i giovani, quando non si rincoglioniscono con gli youtuber, saltano, corrono, nuotano o giocano con una palla. Parliamo di milioni, forse miliardi. È una selezione naturale durissima. E non è mediata dal mezzo meccanico.

 

Non voglio dire che guidare una Mercedes a 300 all’ora e battere la Ferrari sia una bazzeccola. Questo mai. Dico però che rispetto agli sport che ho citato prima, e che sono “olimpici” al contrario della F1, il contributo che il mezzo meccanico ed elettronico offre è un vantaggio che nelle discipline primordiali non esiste. Phelps nuotava nella stessa acqua degli altri, l’asticella per Sotomayor era la medesima che dovevano superare i suoi avversari. E via banalizzando. Per questo credo che dobbiamo restare nel campo delle auto per dare al Re Nero lo scettro che si merita.

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