Com'è triste l'Italia azzurra

Roberto Perrone

[Questo articolo è stato pubblicato sull'ultimo numero del Foglio Sportivo che potete leggere qui]


 

Com’è triste l’Italia, parlando di calcio, soltanto un anno dopo. Riprendiamo faticosamente il cammino azzurro con un nuovo skipper, Roberto Mancini. Speriamo che Roberto da Jesi, che abbiamo visto con le braghe corte, nel senso che lo conosciamo da ragazzino, ci riporti su. Le sue prime dichiarazioni riguardano lo scarso utilizzo di giovani italiani da parte delle grandi squadre. Tra le convocazioni da segnalare l’ennesimo ritorno di Mario Balotelli su cui la penso come Moggi (la penso spesso come big Luciano: mi devo preoccupare?): “Sa solo tirare in porta, non lo prenderei mai in una mia squadra”. Insomma, attendiamo con ansia buoni risultati che ci facciamo abbandonare il miserabile 21° posto nel ranking Fifa. Ma qui vogliamo parlare di Federcalcio dove siamo anche messi peggio, con il vecchio che avanza. Quello che è accaduto alla Figc, Federazione italiana giuoco calcio, è in linea con quello che succede abitualmente in questo paese, a tutti i livelli, a cominciare da quello politico. Ecco la storia grottesca dei dieci mesi che non hanno cambiato il calcio italiano.

 

 

Illustrazione di Francesco Guarnaccia per Il Foglio Sportivo

 

L’uggiosa notte del 13 novembre 2017, l’Italia di Gian Piero Ventura, farraginosa e tremebonda, a Milano non va oltre lo 0-0 con la Svezia che, con lo 0-1 dell’andata, ci elimina. Gli svedesi vanno in Russia dove si faranno valere con la peggiore imitazione dello stile nostrano.

Il Mondiale 2018, del resto, rappresenta la grande rivincita dell’Italia senza l’Italia. Va di moda l’italian sounding, ma se il parmesan non diventerà mai parmigiano, first defense è sempre il catenaccio.

 

Come succede sempre, una valanga giustizialista si abbatte sul settore sotto processo, secondo un copione stabilito

La scandalosa eliminazione dell’Italia-Nazionale suscita il peggio dell’Italia-paese. Come succede sempre da Tangentopoli in poi, una valanga giustizialista si abbatte sul settore sotto processo, secondo un copione stabilito. Tutti urlano, pretendono teste da tagliare. Ci si divide tra chi aziona la ghigliottina e chi sferruzza ululando. Rispetto ad altre situazioni, però, nel calcio i garantisti e i pensanti (bene) sono un’esigua pattuglia. Anche coloro che, davanti al Barnum giudiziario-mediatico in altri ambiti, oppongono le ragioni del dubbio e della ragionevolezza, se c’è di mezzo il pallone diventano cacciatori di teste come tutti. Si è già visto ai tempi della cosiddetta “Calciopoli” del 2006.

 

L’imputato numero 1 è il commissario tecnico Gian Piero Ventura. Giustamente. Ventura rifiuta di dimettersi e sebbene sia il tecnico più scarso sulla panchina azzurra dal 1958 – lo dice il risultato, è il primo da allora a non qualificarsi per i Mondiali – risolverà il suo contratto con una transazione solo a maggio 2018. Il secondo obiettivo è il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio. Tavecchio è un ragioniere lombardo di 74 anni (ora 75) da sempre in servizio tra i dilettanti, un vecchio democristiano diventato numero 1 della Figc nel 2014. Tavecchio non si presenta bene, è un gaffeur conclamato, maneggia la sintassi a modo suo. Donne, omosessuali, ebrei, il famoso monologo di “Optì pobà”: una parola è poca e due sono troppe. Avete presente il presidente del Coni Giovanni Malagò? L’opposto, come immagine ed eloquio. Ma la Federcalcio, anche se nella place de la Concorde mediatica nessuno se ne cura, non è solo la Nazionale. Una grande federazione sportiva si occupa anche d’altro. Tavecchio ha preso Ventura, è vero, ma prima di lui Antonio Conte, idea buonissima. Cioè su due allenatori ne ha sbagliato uno. Succede. E poi in via Allegri la macchina funziona, il bilancio è a posto, ci sono progetti e funzionari capaci. Tavecchio avalla l’introduzione del Var che l’Italia sperimenta per prima. Almeno a livello di politica internazionale, sotto la sua presidenza, risaliamo la china. Il direttore generale Michele Uva diventa vice-presidente dell’Uefa e a Nyon, sul lago di Ginevra, potrebbe trasferirsi al termine della sua avventura federale. Evelina Christillin è nel board della Fifa. I due capoccia internazionali, Infantino e Ceferin, stimano l’Italia.

 

La Federcalcio avvia la valorizzazione del calcio femminile, strappandolo dall’orbita dei dilettanti. Il passaggio decisivo avverrà sotto il commissario Roberto Fabbricini, ma è già in programma. Nel 2017-2018 si gioca il primo campionato con squadre femminili dei grandi club. La Nazionale si qualifica al Mondiale dopo vent’anni. Molta attenzione viene rivolta alla crescita del settore giovanile e, con l’introduzione del tetto delle rose e degli 8 giocatori obbligatori formati in Italia in serie A, tra il 2015-2016 e il 2016-2017 aumenta il minutaggio degli under 21 italiani (più 4.6) e stranieri (più 3.7). Nel 2016-2017 il budget complessivo messo a disposizione dai club per i propri settori giovanili sale a 141,7 milioni di euro, più 7,1 rispetto all’anno precedente. Arrivano i risultati: la sfortunata finale europea under 19, con l’Italia sconfitta nei supplementari dal Portogallo. Due mesi prima anche l’Under 17 aveva raggiunto la finale europea. La Federcalcio investe 7 milioni nella ristrutturazione del centro tecnico di Coverciano che, piccolo particolare, non era a norma.

 

Insomma siamo fuori dal Mondiale, ma la Federcalcio è tutt’altro che allo sbando. Anche lo fosse, sono metodo, strategia e comportamenti per ribaltarla a risultare grotteschi. Tavecchio, dopo l’eliminazione, tiene duro. Sbaglia, come sempre, a parlare: se la prende con Ventura, invece di esporre il lavoro fatto. Però non servirebbe a nulla. Sei giorni dopo il

Ospite di Fabio Fazio in tv, il presidente del Coni Malagò parlò di calcio da rifondare. Da allora però
è quasi tutto fermo

tracollo, domenica 19 novembre 2017, con un’iniziativa inaspettata, il presidente del Coni Malagò va da Fabio Fazio ad annunciare urbi et orbi le dimissioni di Tavecchio. Trovate il comizio su YouTube. Comizio perché Fazio parla 2 minuti, forse meno, su 22.50. Di politica sportiva, è lampante, non sa, ma soprattutto non gli frega nulla. Malagò afferma: “Tavecchio si presenterà dimissionario”. Di tutte le componenti del mondo del calcio cita solo, lodandoli, i dilettanti. L’ex Lega di Tavecchio è presieduta da Cosimo Sibilia, senatore – adesso deputato – di FI, figlio di Antonio, presidente dell’Avellino dei dieci anni consecutivi in serie A. Do you remember Mercogliano? Sibilia è l’uomo su cui punta Malagò, quello che, togliendo la fiducia a Tavecchio, ne provoca la caduta. Sibilia ha promesso al capo del Coni di chiedere l’immediato commissariamento, ma poi ci ripensa e si presenta candidato. Adesso i due si detestano. Malagò conclude: “Non è che se togliamo Tavecchio risolviamo i problemi, ma io penso che bisogna rifondare il calcio, è il momento di ripartire”.

 

I problemi non si risolvono, anzi aumentano. I dilettanti stanno cercando di riprendersi il calcio femminile contro la forte volontà di club, giocatrici e tecnici ed è in corso una querelle giudiziaria tra Figc e Lnd. La serie B è partita con 19 squadre, una novità non certo edificante. E’ questa la rifondazione? Ah, succede pure, e anche questo è un grande classico, che Tavecchio un attimo dopo le dimissioni si becchi una denuncia per molestie sessuali. Anche su questa vicenda, usciti dalla fase calda, calerà un sudario di disinteresse.

 

Tavecchio chiede ai consiglieri di accompagnarlo alla porta. Nessuno si schioda. La “rifondazione” scampanellata da Malagò, da direttori di giornali, televisioni e siti vari, da tromboni in servizio permanente effettivo, s’affloscia. Alle elezioni del 29 gennaio le candidature sono in ordine sparso. Tutti contro tutti. Pare la scena del gran consiglio della pirateria in “Pirati dei Caraibi 3” dove non si risolve nulla perché ognuno vota per sé. La Federcalcio viene commissariata. Malagò piazza il fedele Roberto Fabbricini in Via Allegri. Grandi speranze, ma alla fine la grande mollezza accompagna la parabola del commissario.

 

Sui media l’argomento scivola in coda. Ottenuta la sua libbra di carne, il popolo si volge ad altro. Ci sono i Mondiali, arriva CR7, l’Inter prende Nainggolan, Diletta Leotta fa bella mostra di sé su Dazn, quando la connessione è buona. Poi, tra i rigori dell’inverno e la canicola dell’estate, a qualcuno viene una grande idea. Che poi è la stessa di Di Maio e Salvini e sarebbe curioso scoprire se è stato il governo gialloverde a copiare il calcio o viceversa. In entrambi i casi per uscire dall’impasse viene estratto dal cilindro il “terzo non incomodo”. Di Maio e Salvini piazzano Giuseppe Conte (io speravo fosse Antonio) a Palazzo Chigi, ma di fatto i padroni sono loro. E i duellanti federali di gennaio, con l’aggiunta di Nicchi, capo degli arbitri, fanno lo stesso. Rispolverano come candidato presidente Giancarlo Abete. Già primo cittadino in Via Allegri dal 2007 al 2014, si è dimesso dopo il “morso” di Natal con l’Uruguay che ha sbattuto fuori l’Italia dal Mondiale brasiliano. Persona perbene, affabile. Ma non certo nuovo. Come tutti gli altri protagonisti di questa vicenda, sta nel calcio da una vita. E’ il garante di un contratto, patto, accordo di governo. I consiglieri che sedevano accanto a Tavecchio si dividono le scrivanie: Sibilia vicepresidente con delega alla giustizia sportiva; Gravina direttore generale; Nicchi vicepresidente; Tommasi presidente del Club Italia. Tutti e quattro con un budget e poltroncine a disposizione.

 

C’è un “piccolo” ostacolo. Abete avrebbe già sommato i tre mandati consentiti dalla legge entrata in vigore proprio quest’anno. Secondo questa norma non importa se stai in carica un giorno, un mese, un anno o i quattro che ti spettano. La faccenda non riguarderebbe solo Abete ma anche Tommasi, Ulivieri, capo degli allenatori, e Lotito, tra gli altri. Ricorsi e contro-deduzioni fioccano. In fondo siamo il paese dove una deroga non si nega a nessuno. Negli ultimi giorni, però, risulterebbe un raffreddamento della candidatura dell’ex presidente. E’ spuntato anche il nome del direttore generale della Rai Mario Orfeo. Il sistema è quello, cambiano i nomi. Ora, tanto per essere chiari, in discussione non ci sono (solo) la bravura o l’affidabilità di coloro che si apprestano a governare il calcio italiano. Noi discutiamo il metodo con cui si affronta ogni situazione in Italia: sfascismo, populismo, grancassa giornalistica che amplifica le richieste di dimissioni, revoche, punizioni esemplari, gogna mediatica. E il reale cambiamento? Passate più tardi. Da Fazio, Malagò concluse: “Siamo all’anno zero”. Ora al meno uno.

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