Il ritorno di Marion Bartoli, che ha preso a pallate l’anoressia

Giorgia Mecca

Stava morendo, Marion Bartoli. Ogni notte, per quasi due anni, è stata terrorizzata dall’idea di andare a dormire. Non sapeva se si sarebbe svegliata il giorno dopo. I medici erano stati chiari: “Se per caso sopravvivi, sarà un miracolo”. La tennista francese era arrivata a pesare quaranta chili. Faceva fatica a stare in piedi, tremava, perdeva capelli, la sua pelle stava cadendo a pezzi, divorata dalla fame. “Ma cos’ha Marion?” si chiedevano preoccupati nel circuito. Lei non si faceva avvicinare, non era più nemmeno l’ombra di sé stessa. “È un virus”, avrebbe commentato in seguito. La parola anoressia le rimaneva sempre conficcata in gola, non riusciva a pronunciarla.

 

Di notte, quando la paura della morte la paralizzava, guardava i video del match point con cui aveva conquistato Wimbledon.

 

 

Era il 6 luglio 2013; mentre il mondo del tennis osservava deluso e disgustato, lei si era ritrovata a giocare la finale del torneo più importante del mondo senza perdere un set. Aveva 29 anni, pesava quindici chili in più del necessario, le sue gambe e i suoi seni erano invadenti, aggressivi, inadatti allo sport. Colpiva diritto e rovescio con due mani, come Monica Seles ma senza averne l’eleganza. Sulla pallina arrivava sempre in ritardo, scoordinata, in affanno. Faceva quello che poteva. Il corpo a volte è una condanna. Il suo cominciava a ribellarsi 45 minuti dopo l’inizio di ogni partita. Troppi chili da portarsi dietro, una zavorra. “È una giocatrice poco ortodossa” commentavano alcuni cronisti. Altri ci andavano giù più pesanti: “Se il tennis femminile è diventato questo, tanto vale abolirlo”. Lei, però, sapeva quello che stava facendo. Era il suo sogno da quando aveva sei anni. Suo padre era stato l’unico disposto ad assecondarlo. Alla fine di ogni allenamento, papà Walter posizionava un tubo di palline nell’angolo tra le linee di metà campo, la chiamava a rete e le diceva: “Adesso non ce ne andiamo da qui finché non colpisci la scatola con un servizio. “Ma ancora?” domandava lei, obbediente e sconsolata. “Sì, ancora”. Per tutta la durata del torneo di Wimbledon, Marion Bartoli non ha fatto altro che guardare suo padre stringendo i pugni e i denti. Non aveva altra scelta che avere fiducia in sé stessa. Sul match point, contro Sabine Lisicki, la tennista francese ha finalmente trovato il coraggio di chiudere la partita tentando quel servizio provato e riprovato insieme a suo papà. Ace.

 

Non è mai soltanto tennis quello che succede dentro a un campo. Marion Bartoli ha giocato tutta la vita per cercare di dimenticare la sua inadeguatezza, le sue gambe disgraziate e maledette, così diverse da quelle di tutte le altre. Ha giocato per non dover pensare a ciò che provava ogni volta che si guardava allo specchio, per smentire il suo ex fidanzato che ogni volta le ripeteva: “Guarda le tue avversarie, guarda come sono belle, sono tutte più magre di te”. Fuori dall’erba di Londra aveva paura anche della sua ombra, aveva la voce strozzata, da bambina. Si sentiva insicura, indifesa, come tutte le donne ogni giorno combatteva una battaglia quotidiana contro la sua fragilità. I commenti feroci, l’invidia e le sconfitte, il desiderio di essere bella, adeguata, in ordine, come tutte le altre… in campo svaniva tutto. Il tennis le aveva dato un rifugio, un posto in cui i difetti diventavano improvvisamente armonici. Fuori non aveva il coraggio di parlare, lo sport le aveva dato la forza di ruggire. “Tutti mi dicono che sono brutta, che somiglio a un maschio”. Così aveva detto piangendo Martina Navratilova a suo padre. Lui le aveva risposto di non preoccuparsi: “Fiorirai anche tu, diventerai bella. Grazie al tennis vincerai tutto quello che si puó vincere”. Aveva ragione lui.

  

Dopo aver vinto il piatto d’argento a Wimbledon, Marion Bartoli ha deciso di ritirarsi. Aveva capito che il futuro non poteva essere migliore del passato. “Jamais, jamais, jamais”. Mai, mai e poi mai, rispondeva a chi le chiedeva se aveva mai pensato all’idea di ritornare a giocare. Il tennis le aveva dato tutto ciò che aveva. Ma era costato una vita di sacrifici e di dolore, ai muscoli e alle ossa. Lo stress agonistico era diventato troppo, le gambe non riuscivano più a sostenerla. Jamais, jamais, jamais.

  

Osservava il suo trofeo e si sentiva felice, l’euforia di Wimbledon è durata a lungo. Ma poi improvvisamente è svanita. Guardandosi allo specchio Marion Bartoli non aveva più gli alibi della campionessa. Si sentiva grassa e nient’altro. Senza attenuanti, senza ricompense. Le altre donne erano tutte più belle di lei. Aveva ragione il suo fidanzato. Ha cominciato a perdere chili e tutto il resto. Stava scomparendo. Una morta di fame, ecco cos’era diventata. “Cos’ha Marion?”. Non si regge più in piedi, non riesce più a vivere, ecco cos’ha. Solo il tennis la faceva sentire forte, ma adesso era tutto finito. Nel 2016 ha provato a rientrare nel circuito, per giocare il doppio femminile a Wimbledon. “Non puoi”, le hanno risposto gli organizzatori, “Sei troppo magra”. In quel momento la donna ha deciso di prendere in mano ciò che rimaneva del suo corpo e di farsi curare. Si ritorna sempre nei luoghi in cui si è stati più felici. Marion Bartoli ha dovuto vedere la morte in faccia per rendersi conto che per lei quel luogo era il tennis. Ha cominciato a riprendere chili, a ritrovare la forza di stare in piedi. L’anno scorso ha partecipato alla maratona di New York ed è riuscita ad arrivare fino in fondo. A dicembre ha annunciato la sua decisione di ritornare al tennis professionistico. “Non lo faccio per diventare la numero cento al mondo, voglio tornare ai livelli di prima”, ha dichiarato in un’intervista. Serena Williams si è subito congratulata con lei. La tennista americana sa cosa significa combattere contro il proprio corpo e doversi rassegnare perché alla fine vince sempre lui.

 

Lunedì al Madison Square Garden, durante il torneo Tiebreak Tens, Marion Bartoli ha perso proprio contro Serena. Non importa.

 

 

Finalmente ha capito anche lei che non esistono modi sbagliati di essere donna. Gioca a tennis per questo. E perché vuole rendersi conto di essere ancora bella, ancora forte e ancora intera. Una sopravvissuta.

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