Morire a un passo dalla gloria. L’incidente aereo che ha cancellato il Chapecoense
Nella notte tra lunedì e martedì, un aereo partito dalla Bolivia e diretto in Colombia si è schiantato sulle montagne vicino a Medellín, dove avrebbe dovuto atterrare. Trasportava 77 persone: 71 sono morte, sei sono state trasportate vive nel più vicino ospedale. Sul volo c'era l’intera squadra di calcio brasiliana del Chapecoense.

Nella notte tra lunedì e martedì, un aereo partito dalla Bolivia e diretto in Colombia si è schiantato sulle montagne vicino a Medellín, dove avrebbe dovuto atterrare. Trasportava 77 persone: 71 sono morte, sei sono state portate vive nel più vicino ospedale. Sul volo c'era l’intera squadra di calcio del Chapecoense, in viaggio per giocare l’andata della finale di Copa Sudamericana, l’equivalente della nostra Europa League. Era la prima finale internazionale del club fondato nel 1973 e partito sette anni fa dalla serie D. Una cavalcata che aveva fatto gridare al miracolo in tanti, soprattutto perché la società aveva i conti a posto in un campionato dove fallimenti e corruzione sono all’ordine del giorno.
A feroce memoria di ciò che poteva essere e non sarà mai, sui siti di tutto il mondo stanno girando gli ultimi video e le foto postate sui social network dai giocatori prima di partire, in aeroporto e sull’aereo. Seguono di pochi giorni quelli della festa negli spogliatoi dopo la vittoria in semifinale contro il San Lorenzo, dove si vedono i giocatori piangere di gioia e ringraziare Dio per la loro prima, inaspettata finale.
Non si può fingere che questa tragedia sia diversa da altre simili proprio per la morte di questi ragazzi. Il 4 maggio del 1949 l’aereo che riportava a casa i giocatori del Grande Torino fece la stessa fine, schiantandosi contro la collina di Superga. Il giorno dopo, Dino Buzzati spiegava così la commozione che aveva investito il paese intero: “Ecco che cosa sono i grandi calciatori. Nella mediocre vita delle grandi città essi portano ogni domenica un soffio di fantasia e di nuova vita; senza sangue né ira ridestano negli uomini stanchi qualcosa di eroico; proprio così, la parola non è troppo esagerata”. Sono passati quasi settant’anni, il calcio e il mondo sono cambiati, ma questa percezione è rimasta la stessa, intatta. Nonostante tutto. Per questo ieri tanti tifosi di tutto il mondo piangevano la morte dei giocatori del Chapecoense, anche se fino al giorno prima non sapevano neppure della loro esistenza.
Centinaia di persone sono scese in strada a Chapecó, mettendosi a pregare davanti allo stadio. Verrà il momento per capire meglio le cause dell’incidente – si parla di avaria elettrica, con il pilota che aveva chiesto un atterraggio di emergenza alla torre di controllo, per poi interrompere ogni comunicazione – adesso la sensazione che circonda questa storia è l’ineluttabilità, già pronta a trasformarsi in epica. Dopo l’incidente di Superga ci fu chi scomodò il mito greco, con gli dèi che regalavano agli eroi l’onore di una morte in giovane età. Succederà lo stesso per i ragazzi del Chapecoense, destinati loro malgrado a rimanere nella storia del calcio per una fine ingiusta. Avrebbero preferito farlo altrimenti, vincendo la Copa Sudamericana in una finale che non giocheranno mai. Ma chi li cercherà nei corpi bruciati dallo schianto o nei resti ricomposti nelle bare durante i tre giorni di lutto nazionale non li troverà. Tutti i tifosi del mondo sanno che i calciatori brasiliani morti ieri stanno già giocando da un’altra parte, di nuovo e per sempre.