Ciao De Boer, qualcuno voleva l’italianità

Il grande Wesley Sneijder, quel gran figo di Seedorf, il prezioso Bergkamp. Ora Frank, maledettamente troppo per bene per gli standard da fijo de mignotta del football italiano. Avranno sempre un posto d'onore ma com’è che i tulipani pallidi non attecchiscono mai all’Inter?

1 Novembre 2016 alle 20:48

Ciao De Boer, qualcuno voleva l’italianità

De Boer (foto LaPresse)

Abbiamo avuto Wesley Sneijder, sempre sia tripleticamente lodato, abbiamo avuto Seedorf, gran figo, ma sulla sponda bauscia del Naviglio un po’ meno memorabile. L’interista naturaliter masochista tenderà a ricordare (a non riuscire a scordare) Wim Jonk, il medianone. Ma il tulipano di maggior valore in purezza di carati che abbia mai indossato gli ipnotici e psicotici colori della notte rimane Dennis Bergkamp. Be’, Dennis Bergkamp è quello che aveva paura di prendere l’aereo. Immaginatelo oggi, a doverci salire per andare a Giacarta dal presidente, o in Cina dal padrone. Aveva paura di un mucchio d’altre cose, dai difensori italiani in giù. Il tulipano pallido avrà per sempre un posto d’onore nelle malinconie interiste, i tulipani non attecchiscono, nel prato della San Siro bauscia.

 

Ora, perché mai avrebbe dovuto attecchire, piantato a fine estate, fuori stagione, un altro tulipano pallido, e screziato di venature intellettuali, maledettamente troppo per bene per gli standard da fijo de mignotta del football italiano, come Frank De Boer? Che in nemmeno due mesi ha accumulato più lessico da dopo partita di un medio allenatore di A o B. Che aveva una sua idea, un po’ olistica, ma basica e logica, del gioco – tenere la palla, girarla veloce, squadra corta e difesa alta: non geniale, ma normale. Che era abituato alla buona educazione dell’Ajax, e s’è trovato con Icardi e Brozovic? Un tulipano reciso, era il destino già segnato ad agosto, potevano scriverlo nel contratto. E che ne poteva sapere lui, del gioco di rivincite e colpi bassi che è il vero sport, quello che più appassiona, dentro una società notturna e lunare cone l’Internazionale Football Club di Milano? Massimone Moratti tace sornione e smozzica giudizi da Beda il Venerabile (Bedi?). Ma il suo amico di una vita, il suo socio e mercante per l’oriente Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli e sponsor, ha parlato, e ha parlato spesso.

 

“Anche un allenatore straordinario senza la società non riesce a raggiungere grandi obiettivi. Una squadra di calcio non la si gestisce da Giacarta, da Pechino o da Nanchino… In generale nel calcio l’unica formula vincente è una proprietà appassionata e vicina alla squadra: esattamente come Berlusconi con il Milan, con Agnelli alla Juventus”. Una società in cui non parla italiano nemmeno un manager, manco il magazziniere, è destinata a naufragare. Tronchetti Provera è il navigatore (il teorico) di un moderato ritorno all’italianità. Magari non Massimone, ma almeno un team manager e un allenatore, cribbio. Moratti è sempre innamorato di Leonardo, e dalla simpatia ci salvi Iddio. Però pare che l’uomo sarà Pioli. E se non fosse cretino fare i giochetti sui cognomi, si potrebbe dire che di gradini, la scala dell’Inter che scende, ne ha ancora tanti.

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