Vestirsi da Re. Perché Alì ha battuto Frazier

L’intervista-rissa del 1975 all’Abc e la superiorità fatta di eleganza del campione che usava l’abito e le parole come fossero un jab. “Non devi spiegare perché ti sei presentato così”.

6 Giugno 2016 alle 15:00

Vestirsi da Re. Perché Alì ha battuto Frazier

Muhammad Ali con Joe Frazier (a sinistra) e George Foreman (a destra)

Sono pochi minuti superstiti, quattro minuti di repertorio, rintracciabili su youtube. E’ il 1974. Sono gli anni “Frazier”, quelli delle tre sfide mondiali: New York (1971), New York (1974), Manila (1975). I due pugili siedono comodamente uno di fianco all’altro negli studi dell’Abc intenti a ripercorrere il loro primo match, in vista del secondo. Una disputa che si prefigura infinita, ben al di là del ring. C’è nell’aria un senso di pacatezza domenicale, da ponte festivo. Eppure puoi cogliere in quel traccheggiare quasi sfaccendato una tensione sottopelle. Questo ping pong verbale è moderato dal conduttore, che ne dirige lo svolgimento round dopo round. L’agonismo del match sportivo declina in una sorta di spettacolo ininterotto. Prova luci, microfoni, inquadratura: l’arena è un set televisivo.

 



 

Muhammad Ali è seduto a sinistra, al suo fianco Joe Frazier. La prima cosa che noti è il taglio del loro abito. Un abisso li separa. Ali è impeccabile. Completo grigio, camicia bianca dal colletto lungo, gemelli sui polsini, panciotto in tinta e cravatta fantasia. Il taglio è di rara finezza, fatto su misura. Frazier sembra la parodia di un nero fuoriuscito dal set di un film di gangster: completo casual beige, collo della polo in lana aperto, su cui vediamo spuntare una catena d’oro. Orologio d’oro e anello sul mignolo della mano sinistra. Calza granata su scarpa marrone.

 

Ed è proprio sull’abbigliamento Ali che lo punzecchia: “Ho saputo che saremmo apparsi in tv con degli avvocati, e mi sono vestito come un lord” – dice con raro senso dell’understatement. “Visto che la cosa era legata allo sport, mi sono presentato comodo” – ribatte Frazier. Non l’avesse detto. Ali inizia a sfotterlo: “Non devi spiegare perché ti sei presentato così”, suscitando l’ilarità del pubblico. “Mi sento a mio agio” replica Frazier. Ogni tanto Ali lo stuzzica caricando il jab.

 

Non è chiaro se questi materiali facciano parte dei “fuori onda” della trasmissione. In ogni caso, Ali era spesso impeccabile, sia sul ring che nell’abbigliamento. Circola sul web una foto in bianco e nero, scattata a Zurigo nel 1971, che lo mostra con indosso un magnifico soprabito scuro, intento a spingere il passeggino dei suoi figli gemelli correndo, mentre Maryum, la terza figlia, li insegue. Rivedendo il video, ho ripensato per un istante a quel trattato sugli abiti e sulla loro foggia, scritto da Thomas Carlyle, Sartor Resartus: il corpo e gli abiti sono i materiali su cui viene eretto l’edificio della persona. E questo vale anche per il linguaggio, cioè la veste del pensiero.

 

L’abito di Ali è rifinito alla perfezione. E il linguaggio pure. Possedeva il tocco: gli antichi la chiamavano sprezzatura. Un florilegio di nonchalance: sul ring, negli studi televisivi e nella vita. Prima della malattia. Movimenti fluidi, carismatici; quando apriva bocca tesseva, rappava prima del rap, ma senza tute fluo e vistose scarpe da ginnastica: con abiti di sartoria. Difficile tenergli testa. Tanto che lì, in trasmissione, vedi crescere tutta l’insofferenza di Frazier. Fino ad esplodere. Ad un certo punto, si alza in piedi, si leva il microfono e si piazza minaccioso davanti a lui. “Siediti Joe” ripete Ali. Gli sembra infatti, il suo, un atteggiamento maleducato, da selvaggio rissoso e ignorante. Finisce che Ali scatta in piedi come una molla. Non sembra umano. Scatta come se fosse stato disegnato da Tex Avery. Ne esce una rissa, e i due giganti rotolano sulla moquette dello studio. Joe Frazier lascia la trasmissione e quando il set si ricompone, vengono inquadrati solo Ali e il conduttore atterrito, prodigo in scuse. Ali, serafico, ripete che trova disdicevole che due uomini neri si azzuffino come selvaggi in tv, promettendo che in futuro si comporteranno come buoni fratelli – anzi – “come buoni fratelli neri”.

 

Il materiale video è di bassa qualità, pieno di tagli: sembra anch’esso cucito su misura (sarà stata tutta una finzione?). Eppure resta un momento di grande spettacolo. Ali possedeva ritmo, era un grande entertainer. Lo diceva già l’insopportabile Patti Smith. E allora ripensi ai versi di una sua canzone che si attagliano perfettamente a lui: “(in Heart) I am a Moslem / I am an American Artist”. Giusto alcuni secondi dopo inizia Rock ‘N’ Roll Nigger.

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