Novecento addio

Giacomo Papi

Il tempo nuovo si presenta come un impasto di sonno, lavoro e consumo non più distinguibili

Quando tutto tornerà come prima – e niente tornerà come prima – toccherà anche occuparsi del sonno. E’ una banalità così grande che finora non ne ha scritto nessuno, mi pare, ma quello che è successo a molti durante la quarantena è di avere sperimentato ritmi di vita antichissimi e contemporaneamente mai visti, ritmi che finita l’estate si farà fatica a lasciare. I giorni, le notti, le stagioni si sono susseguite uguali, scandite solo dall’inclinazione del sole sul balcone o dalla comparsa delle rondini che hanno fatto primavera anche quando, per gli uomini, il 21 marzo la primavera non è arrivata. Per qualche mese, anche lavorando tantissimo, l’umanità ha sperimentato il letargo, la strategia con cui per decine di migliaia di anni si rintanava in attesa del ritorno del sole.

 

Tra la fine di febbraio e l’inizio di maggio, ma soprattutto ad aprile, gli italiani che hanno cercato “insonnia” o “sonniferi” su Google – lo si vede su Google Trends, ed è una notizia esclusiva del Foglio – hanno raggiunto volumi mai visti. La paura del virus e l’interruzione dei ritmi abituali di vita hanno sconquassato il ciclo del sonno (e sicuramente anche i sogni), costringendo a dormire di meno o di più, ma più a sprazzi, e il lavoro – per chi ha potuto lavorare da casa, senza muovere il corpo – ha definitivamente travolto gli argini che fino ad allora lo avevano tenuto separato, almeno idealmente, dalla vita privata.

 

Era un processo già in corso, naturalmente. Le epidemie non inventano, velocizzano. Dall’avvento dell’illuminazione artificiale la notte si era progressivamente insinuata nel giorno, la veglia nel riposo, per permettere al sistema di ingrandirsi grazie a un consumo ininterrotto. Anche prima del lockdown, il modello di New York, “la città che non dorme mai”, si era esteso a Voghera. L’avanzata è stata graduale, e per questo sostenibile, ma non sembra potersi fermare. Al bar e in discoteca si arriva sempre più tardi e si sta fino al mattino, le domeniche erano già dedicate allo stadio e alla spesa, le case provviste di tecnologia sempre online, che costringe a prestare attenzione a quello che potremmo comprare o a cercare di vendere quello a cui vorremmo che gli altri prestassero attenzione, come avviene sui social network. Ogni cosa è illuminata, cioè sempre accesa. Ogni processo funziona 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (cfr. Jonathan Crary, 24/7. Il Capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi). Dormire è l’unica pausa. Come ha detto nel 2017 Reed Hastings, l’amministratore delegato di Netflix: “Il nostro unico competitor è il sonno”.

 

Eravamo così abituati al ritmo del Novecento – otto ore di lavoro, otto di consumo e otto di sonno – da considerarlo naturale, anche quando lo schema era già saltato. La divisione in tre parti delle ventiquattr’ore non veniva percepita come una tecnologia della storia. Una tecnologia recente, cominciata con la rivoluzione industriale e stabilizzatasi nel Dopoguerra grazie agli scioperi e all’astuzia del mercato nel comprendere che il valore economico del tempo libero era grande almeno quanto quello del tempo lavorato. Prima dell’Ottocento il sonno non era continuo, nessuno dormiva per sei, sette, otto ore di fila. Si dormiva come i gatti, svegliandosi nel cuore della notte per bere, mangiare, parlare, in attesa che il sonno tornasse. Si parlava allora di primo, secondo, terzo sonno. E non lo facevano solo i ricchi, che hanno sempre dormito quanto e quando ne avevano voglia. Anche i poveri, che si svegliavano all’alba, si ritagliavano momenti di sonno durante la giornata. Quadri, fiabe e racconti sono pieni di gente che dorme all’ombra degli alberi.

 

L’agricoltura non era meglio della fabbrica, ovviamente, e timbrare il cartellino non era meglio del non avere più orari, come avviene oggi. Ma l’avanzare del riposo – che progressivamente è diventato leisure, divertimento, quindi consumo – è stato possibile soltanto perché la tecnologia ha parallelamente allungato il tempo del lavoro, sfilacciandolo in un pulviscolo infinito, infilandolo nei bagni e sotto le lenzuola, con la stessa strategia di un ultracorpo che sembra identico a quello che uccide. L’epidemia è stata un altro passo in avanti, da cui non si tornerà indietro. La necessità del lavoro a distanza ha dimostrato alle aziende che si può risparmiare sulla sede, sui servizi e sui materiali perché si lavora anche da casa, e forse di più, e contemporaneamente ha fatto accettare agli impiegati l’idea che in cambio della libertà di lavorare in mutande, d’ora in poi sede, servizi e materiali dovranno pagarli da soli.

 

La quarantena e la crisi che innesca hanno spiegato che la scansione del tempo del Novecento è finita per sempre. Il tempo nuovo si presenta come un impasto di sonno/lavoro/consumo che non saranno più distinguibili. Quasi tutti abbiamo mandato messaggi di notte e di domenica, e tutti abbiamo acceso il computer all’alba o usato il telefonino come una sorta di bloc notes perpetuo dove appuntare in diretta quello che abbiamo bisogno di sapere, di comunicare o di far fare agli altri. Occorreranno anni per gestire questo nuovo schema del tempo attraverso una grammatica di comportamenti, perché si formi un’educazione, perché qualche regola igienica e qualche nuovo diritto si affermi.

 

P. S. Questo articolo è stato scritto sulle Note dell’iPhone nella notte di mercoledì 26 agosto 2020. (Non è un lamento, è stato bellissimo).

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