Società
crisi occidentale •
“Siamo i figli viziati del debito pubblico”. Parla la filosofa Chantal Delsol
"La spesa pubblica senza fondo è conseguenza della codardia demagogica e ideologica. I governanti non osano dire di no, i cittadini non smettono mai di lamentarsi. Il debito pubblico fuori controllo mostra l’incapacità di rifiutare qualsiasi cosa", dice al Foglio l'accademica d'Oltralpe
3 NOV 26

Chantal Delsol nel 2018 (Elekes Andor via Wikimedia CC BY-SA 4.0)
Lo scrittore estone Hermann Keyserling, cosmopolita e poliglotta, tracciò il carattere di ogni nazione europea. Per la Francia scrisse: “E’ un giardino e i francesi dei giardinieri”. Aggiunse però che il paese era “il più viziato d’Europa” e che sarebbe resistito meno bene ai grandi cambiamenti. “Abbiamo a che fare con una società in cui troppi adulti hanno rinunciato a esercitare la propria autorità sui figli per educarli e in cui le élite al potere hanno ripetuto per decenni che i liceali e gli studenti avevano diritto a tutto senza fare nulla e che sarebbero stati tutti élite senza meritare niente” dice al Foglio Chantal Delsol, la più nota pensatrice francese cattolica, autrice del libro “La France: prospérité et tourments”, che ha fondato l’Istituto Hannah Arendt ed è membro dell’Accademia di scienze morali e politiche, la “cupola” della cultura francese.
“Abbiamo generazioni che nuotano nell’ irrealtà” prosegue la filosofa Chantal Delsol al Foglio. “Un bambino non può crescere senza imparare la frustrazione di integrarsi nel mondo in cui entra. E una società interamente composta da élite non esiste: è una contraddizione. Acquisire tutto senza sforzo non esiste. Abbiamo generazioni a cui sono stati dati i voti alti per principio, a cui è stato dato il diploma di maturità per principio, a cui è stato promesso il bac+5 per principio. E si trovano di fronte a ParcoursSup, unico filtro che le autorità hanno trovato per impedire a intere generazioni, largamente analfabete, di riversarsi in corsi di laurea in Sociologia o Psicologia senza alcuno sbocco. Allora si agitano: come, gli si vieta qualcosa? Da qui la furia. Sono loro le vittime. Non perché i locali delle loro scuole siano deteriorati (lo sono sempre stati, in quarant’anni di insegnamento non ho mai visto carta igienica). Ma perché si è mentito loro su tutta la linea”.
I francesi sembrano poi eccellere nel ruolo dei famosi bambini viziati della prosperità occidentale, che avevano tutto e che pure si dicono così infelici. “I francesi sono viziati perché il paese è ricco, bello e largamente risparmiato dalle distruzioni del XX secolo. Sono viziati perché beneficiano di organizzazioni politiche e sociali molto egualitarie: sanità e scuola sono gratuite, le prestazioni sociali sono multiple a tutti i livelli, un francese su due non paga imposte dirette e i francesi abbienti pagano imposte più alte che in qualsiasi altro paese. Ovunque si sentono professioni o categorie che fustigano l’immensa disuguaglianza che regnerebbe nel nostro paese, ma non esiste un paese più egualitario al mondo. Eppure, si sente dire tutto il giorno che una gran parte dei francesi non mangia a sufficienza! Vedo in questo il segno di un paese così immerso nel socialismo egualitario che alla fine la popolazione lavora pochissimo e la povertà è ovunque: i regimi sovietici o di tipo sovietico alla fine della corsa”.
Il conte Alexis de Tocqueville lo aveva capito duecento anni fa: il desiderio di uguaglianza è sempre più insaziabile man mano che l’uguaglianza è maggiore. “Il paradosso di Tocqueville è una legge umana” dice Delsol. “La legge del desiderio non conosce limiti, e questo è terribilmente vero per l’uguaglianza, perché l’invidia è un sentimento umano fondamentale. Oggi si sente contestare persino l’avanzamento al merito, che è quanto di più giusto si sia trovato: sopprimere anche il criterio del merito significa arrivare al sovietismo, dove si divide tutto in modo uguale senza chiedere nulla in cambio”. La Francia non riesce a liberarsi dei suoi demoni. “La spesa pubblica senza fondo, inarrestabile, è conseguenza della sua codardia demagogica e ideologica. Deve consumare, deve dilapidare, perché i governanti non osano dire di no, perché i cittadini non smettono mai di lamentarsi. Il debito pubblico fuori controllo mostra l’incapacità dei governi di rifiutare qualsiasi cosa, di rispondere al meccanismo di vittimizzazione permanente. E la loro incapacità di mettere in atto riforme profonde, per mancanza di coraggio. Appena un gruppo rivendica e si rivolta, il potere allunga soldi, incapace di fare altro. Questo non basta mai, perché ciò che servirebbe sono riforme profonde e autorità. E’ la botte delle Danaidi”.
La demografia si è fermata e una società vecchia, sempre più vecchia, deve reggere di fronte a una pressione migratoria. “No, non può! Lo dice la storia. Tuttavia non bisogna credere che la crisi demografica sia occidentale: è mondiale e non è perché gli immigrati sono in maggioranza musulmani che continuano ad avere famiglie numerose. Nello stato attuale delle cose è vero che il nostro crollo demografico spinge ad accogliere popolazioni giovani che bussano alla porta. Ma bisogna anche notare che gli impieghi, per esempio negli ospedali, sono lungi dall’essere tutti coperti, mentre gran parte della popolazione immigrata è disoccupata e vive di sussidi. Bisogna quindi diffidare delle affermazioni troppo categoriche, in ogni caso. La realtà è contrastante”.
Ci abitueremo alla crisi. “Ci abitueremo a società post cristiane. Il peggio in questo caso è restare bloccati nella nostalgia e nell’amarezza. Dobbiamo far fronte a una nuova situazione tragica: forme di nichilismo, un islam conquistatore e fanatico, la stanchezza dell’occidente. Ma credete che la situazione dei nostri antenati non fosse tragica? La generazione che si trovava stretta tra il nazismo e il comunismo o la generazione che doveva partire nel 1914 per una guerra sterminatrice? L’esistenza umana non è mai stata facile e la sua bellezza non deriva mai dall’agio né dalla disinvoltura, ma dalla difficoltà che viene superata”.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
