SuperProust, ovvero anche la paura del futuro dopo un po’ ci annoia

Oramai ci siamo arresi a non prendere il domani più sul serio, sembra una disfatta e invece è la soluzione. Non è dabbenaggine, è che sono tutte esaurite le riserve di spavento che avevamo. Fra la catastrofe e il paradiso c’è il presente

28 OTT 26
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Foto di Richard Williams su Unsplash

Si aspetta il disastro o il migliore dei mondi possibili. Nel frattempo: via di mezzo. Ci siamo accomodati in una specie di stato unitario morale in cui succedono le cose e noi lasciamo che succedano. Non c’è la catastrofe decisa, quella che ci stende, e non c’è pace. Il giorno prima volano le macchine di Elon Musk e qualche giorno dopo Parigi va a fuoco tutta intera. Ci sono le guerre ma c’è il vaccino che cura il cancro. Un poco sommersi e un poco salvati. L’internet è il grande vaso di Pandora senza coperchio: si rimescola tutto lì dentro, bastano poche ore e le apparizioni del contemporaneo confluiscono nello stesso destino, il meme. Può essere la Pantera Rosa in mezzo ai lacrimogeni, Trump che complimenta il culo di Nicki Minaj o l’Ipo di Anthropic, tutto questo genera un idem sentire, il che è strano, perché le impressioni da generare sarebbero diverse. La disposizione di spirito collettiva è un nuovo sentimento SuperProust: un’ironia stanca ma pronta, una certa allegria del colore del livido quasi guarito che vorrei trovare il modo di definire meglio. Forse s’è trovata non dico la cura, ma l’atteggiamento per il futuro sì. Ci siamo arresi a non prenderlo più sul serio, sembra una disfatta e invece è la soluzione. Non è dabbenaggine, è che sono tutte esaurite le riserve di spavento che avevamo. Anche la preoccupazione stanca, l’ansia ha bisogno di tregue e fame, per crescere, se le dai troppo da mangiare diventa un animale grasso e placido.
Erano due le scuole di pensiero sui futuri possibili. I Grandi Ottimisti. Silicon Valley la nuova succursale della creazione, che si sarebbe incaricata di aggiustare gli errori del padreterno. Sull’altra sponda trovavi i menagrami, con tutto il catalogo dei collassi, climatico, geopolitico, morale per non parlare di quello psichiatrico. L’area di centro era disperatamente vuota, e la faccenda doveva già insospettire: quando mai le catastrofi sono ordinate nella loro progressione? Se siamo tutti morti che camminano, non ce ne saremmo accorti? Allo stesso modo questo non mi pare certo il migliore dei mondi possibili, manco lontanamente. E’ che forse queste non sono due previsioni, sono i generi letterari solenni che ci siamo dati per l’eccesso di tempo libero, con la differenza che i grandi romanzi contemporanei adesso si scrivono nel flusso dei social. Il dunque, e l’osservatore anche disattento lo trova subito, è che le due scuole hanno una somiglianza evidente e s’incontrano in questo punto: nessuna delle due è capace di immaginare la continuazione come prossima cifra storica. Tra le ipotesi di futuro non c’è fantasia, solo fissità: ci danno “magnifico” oppure “terrificante”. L’idea che quest’è, e cioè che quello che avremo somiglia – con qualche modifica progressiva – a quello che abbiamo, non attacca, è quella la possibilità scartata con sicurezza.
Così ci siamo abituati a questa nuova educazione, si succedono i punti di non ritorno, ma nessuno sa a che punto siamo. I pericoli ci sono, per carità, non sono mai stati così tanti e così insieme, solo che la paura ha perso forza. Io ci voglio pure credere, al disastro, dirà il moderato pessimista, ma dovete dirmi quante volte ci devo credere. Secondo me l’homo sapiens s’è inventato l’ultima evoluzione dopo il technologicus: ha affinato il lato del cervello capace di assorbire ogni tipo di disordine dentro la macina delle abitudini. “Abitudine! ordinatrice abile ma terribilmente lenta, che comincia a far soffrire lo spirito per settimane, in una sistemazione che però è ben lieto d’incontrare”.
Eccoci nel mondo che avremo, quello fissamente intermedio con disordine alternato e costoso, che s’avvicina al limite ma non lo tocca mai. Un mondo sisifesco in cui certe cose peggiorano e altre migliorano e la storia prosegue a complicarsi, ma tanto quando si accorgeranno che non siamo capaci di attraversarla, avremo già imparato.