Società
Appunti di un filologo •
La lingua dell'impero, la voce del populismo
Propaganda, semplificazioni, "operazioni speciali": leggere il presente con l'aiuto di un grande filologo tedesco del passato, Victor Klemperer

Foto LaPresse
Con l’avanzare del XXI secolo, molte passioni politiche si sono fatte così irrazionali da resuscitare vecchie analisi psicopatologiche della società: dibattiti pubblici che hanno segnato il Novecento, come le diagnosi di Jung sulla mente dei dittatori o il carteggio Freud-Einstein sulla guerra. Nel secolo scorso, però, queste discussioni si svolgevano entro chiari quadri di riferimento: nella Seconda guerra mondiale, gli antifascisti contro l’Asse dei fascismi; nella Guerra fredda, i liberal-capitalisti contro i comunisti. Oggi trionfano i “populisti”. Ma chi sono, contro chi combattono? Rappresentano una nuova estrema destra? No: negli Stati Uniti raggruppano i ceti più poveri e meno istruiti che sostengono Trump: il quale favorisce i ricchi e taglia gli aiuti ai poveri come mai si era visto. Il sistema fascista voleva l’uomo forte; quello sovietico l’uomo uguale. Invece, l’ideale del populismo non si vede. Forse perché non esiste. Il suo programma è solo negativo: una critica al sistema democratico, al massimo un elogio dell’uomo forte come Putin.
I mezzi d’informazione migliori non studiano solo i proclami ma anche il linguaggio populista. Di fronte ai successi di AfD, il partito tedesco considerato quasi neo-nazista, lo Spiegel ha riscoperto un grande filologo tedesco. Victor Klemperer aveva raggiunto un incredibile successo con LTI: Lingua Tertii Imperii. Notizbuch eines Philologen. Cioè: Lingua del Terzo Impero, (traduzione latina di Terzo Reich). Sottotitolo: Appunti di un filologo. Un testo scritto in tedesco da un linguista specializzato in letteratura francese. “Dev’essere noiosissimo!”, pensiamo.
Il linguista
Invece, è fra i capolavori di ironia degli intellettuali ebrei dell’epoca. La violenza del Terzo Reich – spiega Klemperer – non inizia nel 1933, quando Hitler va al potere. Comincia nel 1925, quando appare il primo volume del suo Mein Kampf (La mia battaglia). Prima di divenire distruzione fisica, la violenza politica radicale fa a pezzi il linguaggio. Le parole ci rendono umani: controllandole e prosciugandole, una tirannia ci trasforma in gregge. Con Hitler appena giunto al potere, nel 1933, non compaiono subito le leggi razziali: sono troppo complesse, devono riguardare milioni di cittadini. Lo stesso Klemperer avrà l’obbligo di portare la stella gialla con la scritta “ebreo” e di risiedere in luoghi controllati. Ma non verrà deportato. Si è sposato prima delle leggi razziali: sua moglie è ariana e, malgrado le pressioni, non vuole divorziare. Gli ebrei possono esser costretti, gli ariani no.
Gli schizofrenici divieti piombano dall’alto. All’Università, Klemperer perde la cattedra; e può leggere annunci che lo interessano come filologo: “Quando scrivono in tedesco, gli ebrei mentono”. Se si pubblicheranno testi di ebrei tedeschi, dovranno contenere la specifica “Tradotto dall’ebraico”. Naturalmente, non consoliamoci schematizzando “i tedeschi sono il male, gli alleati il bene”: anche Klemperer è tedesco, ed è fiero di esser un genio della lingua tedesca. Abita a Dresda. Il suo diario, altro celeberrimo libro, descriverà la notte del 13-14 febbraio 1945. Siamo a un battere di ciglia dalla fine della guerra, l’Armata Rossa è a mezz’ora d’auto da Berlino, Dresda non contiene obbiettivi militari, solo una immensa massa di profughi: il bombardamento alleato fa cinquanta volte più morti di quello, famosissimo, su Guernica. Incenerisce una delle maggiori concentrazioni d’arte del mondo: Dresda era “la Firenze del Nord”. Nelle pagine intitolate “La cancellazione di Dresda” il professore viene salutato da molti, anche in russo. E’ già arrivata l’Armata Rossa? No, sono esplose le baracche dei prigionieri di guerra. “Lei è ebreo? Io vivo in una casa confiscata, credo sia la sua”. Tutti vagano senza sapere dove. Come Hiroshima, la città è scomparsa. E’ pieno inverno ma non fa freddo. La moglie estrae una sigaretta: mancano fiammiferi ma la accende a un cadavere che brucia. Dresda è morta, ma lei e Viktor girano dappertutto, anche dove sta scritto “Vietato agli ebrei”. Il poeta Gerhart Hauptmann scriverà: “Chi ha dimenticato come si piange, può impararlo di nuovo a Dresda”.
Il linguaggio
Lo Spiegel ci fa riflettere. Anche il New York Times, che a volte commenta la povertà linguistica di Trump. Anche noi italiani, ascoltandoli alla televisione, commentiamo: “Sempre good oppure bad! Io ho imparato male l’inglese, ma lo parlo meglio di lui!”. Quando ero bambino, certe scritte fasciste ancora visibili sui muri mi facevano chiedere agli adulti: “Credere, ubbidire, combattere? Ma Mussolini conosceva gli italiani? Tre ordini così, di fila?”. Oggi diciamo che la guerra di Putin rompe i nostri schemi mentali: di nuovo battaglie in Europa, ottanta anni dopo il 1945. Sarebbe più completo osservare: come durante la Seconda guerra mondiale, anche oggi la violenza non si limita a lasciar cadere bombe. Dall’alto cade anche una propaganda, perfino un attacco alla lingua: ognuno crede di possederla per sempre, ma un tiranno la mette dietro alle sbarre, come fa con gli oppositori.
Il coraggio
Victoria Amelina era una scrittrice promettente. All’inizio del 2022, in Ucraina si temeva un attacco russo: ma tutte le fonti del Cremlino smentivano. Non si può solo “vivere nell’attesa”: bisogna anche vivere. Victoria si prese una vacanza in Egitto con suo figlio di dieci anni. Cominciò l’invasione. Attenzione: si tratta solo di una “operazione speciale”, in Russia è vietato chiamarla guerra. Lo so persino io, pur abitando in Italia. Ho insegnato sia in Russia che in Ucraina. Arrivata la guerra, abbiamo cominciato ad aiutare più concretamente i colleghi ucraini: qualche donna che ha perso la casa sotto le bombe è stata ospitata in Italia. Con quelli russi abbiamo continuato l’insegnamento, ma solo per video. I collegamenti per motivi professionali, come i dibattiti clinici, sono permessi. Però potrebbero esser ascoltati, così gli psicoanalisti russi stanno attenti a usare solo un vocabolario disinfettato, quasi surreale: “Il paziente era in cura per depressione. Ha interrotto il trattamento perché lo hanno arruolato nell’Operazione speciale. Mi ha scritto, ho avuto l’impressione che fosse ancora piuttosto depresso”.
All’inizio dell’invasione, Victoria Amelina si è precipitata all’aeroporto. Era sovraffollato da passeggeri che volevano rientrare nell’Unione europea. Soprattutto da ucraini. Finalmente, Victoria trova un volo per Praga. Allo sbarco, la polizia di frontiera timbra il passaporto in imbarazzato silenzio. Victoria cerca di dire “grazie”, ma ha difficoltà a fermare le lacrime. “Mamma, perché piangi?” le chiede il figlio. “Perché siamo a casa”. “Ma qui non siamo in Ucraina” dice lui confuso. “Questa è Europa” risponde Victoria, come se Europa fosse la parola chiave per tutte le spiegazioni necessarie, cosa che ovviamente non è. Il termine Europa sarà ridimensionato nei prossimi giorni. Il mondo si sta trasformando e le parole assumono nuovi significati. Victoria lo sente nella sua “… incapacità di pronunciare la parola guerra” (V. Amelina, Guardando le donne guardare la guerra, Guanda, p. 52).
Poche righe hanno saputo concentrare come queste l’emozione e lo sconvolgimento geopolitico degli ultimi anni. Ai lettori consegnano la domanda: se anche Victoria, Madre Coraggio del XXI secolo, è sopraffatta e non riesce più a dire la parola “guerra”, allora i fatti danno ragione a Putin? Ha avvelenato anche la mente di lei a tal punto da evirare il suo linguaggio di scrittrice? Non gli danno ragione perché abbia ragione, ma perché ipnotizza, stravolge e guida le parole, obbligandole ad accodarsi a lui, come a un pifferaio magico? Come affermava Voltaire, quando diceva: “Calunniate, calunniate: qualcosa resterà”? O come sostenevano i razzisti: i “Protocolli dei Savi di Sion” – il falso che descriveva una congiura degli ebrei per dominare il mondo – hanno “ragione” perché tutti li conoscono e li leggono? Ha ragione quando dice: “Questa non è una guerra, solo una operazione speciale“? E’ cominciato un “Quarto Reich”, che non diffonde solo i suoi droni ma anche la sua lingua?
Victoria Amelina ha continuato a scrivere sul conflitto. Il 27 giugno del 2023, in un ristorante di Kramatorsk, un missile le ha spaccato il cranio. Aveva trentasette anni.