Polemizzare con Barbara Spinelli non si può più, ma raccontare il cancro è anche un compito civile

Questa malattia interessa a tutti, colpisce tutti, e chi sa raccontarlo fa letteratura, ma aiuta anche i poveretti che ci finiscono in mezzo a orientarsi, nel momento di massimo smarrimento. Tanto vale parlarne invece di far finta di niente, dato che niente non è
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Foto Ansa

Parlare del proprio cancro o di quelle delle persone amate è vanità o debolezza soprattutto femminile? E’ voler restare sulla scena a tutti i costi, mostrare le debolezze e le bruttezze della malattia invece di ritirarsi dignitosamente nelle cure, esibendosi come quando Vittorio Sgarbi si fece fotografare sulla tazza con le braghe calate? Questo sembrerebbero dire le parole di Barbara Spinelli, citate ieri nell’obituary di Marco Travaglio sul Fatto: “La mia situazione medica non cambia, anzi va peggiorando. Avrai capito da tempo, penso, che sono radicalmente contraria al cosiddetto outing, che è l’ansia molto diffusa specie tra le donne di condividere e rendere pubblica la propria così interessante esperienza”.
Il tono, va da sé, è ironico, c’è pure uno strafalcione (outing anziché coming out), e mi ricorda gli insegnamenti con cui sono cresciuta. Mai lamentarsi, mai parlare di malattie. Si attribuivano a vecchie zie zitelle da cui i miei genitori e nonni fuggivano a gambe levate questi argomenti di conversazione. Secondo Paolo Mieli, che ha citato le parole di Spinelli, forse si può leggere tra le righe una critica a Michela Murgia, che invece mise in scena la malattia e la morte. Sta di fatto che, sempre tornando al passato remoto, da preadolescente ho letto tutti i libri di memorialistica che mio nonno mi metteva in mano: Le scarpe al sole di Paolo Monelli, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, Le centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi, e anche Il reticolato, un libro illustrato mai pubblicato scritto da mio zio Silla Parapini, che raccontava due anni di prigionia con Giovannino Guareschi in sei campi di concentramento tra Polonia e Germania. Questo per dire che, se le malattie femminili, anche le più tremende, erano considerate noiose e mettevano in fuga, i maschi raccontavano i patimenti della guerra e della prigionia e li leggevamo avidamente, soffrendo per quello che avevano subito, sicuri che non ci sarebbero più stati conflitti. E invece. Ora che di guerre si parla tutti i giorni e premono ai nostri confini, mentre speriamo che là, ai confini, si fermino, la nuova memorialistica è diventata quella sul cancro. E pare addirittura un po’ sessista attribuirla perlopiù alle donne. Christopher Hitchens ci ha lasciato uno spietato resoconto in diretta del suo cancro esofageo (gli articoli scritti per Vanity Fair sono poi stati raccolti nel volume Mortality). Oliver Sacks scriveva saggi commoventi sul New York Times sul suo melanoma oculare terminale.
Tiziano Terzani in Un altro giro di giostra racconta la malattia di cui stava morendo come occasione di riflessione sul senso della vita, Mattia Torre ha descritto la sua storia di paziente oncologico nell’imperdibile La linea verticale, da cui poi è stata tratta una serie televisiva. Pierluigi Battista sul cancro della moglie ha scritto La fine del giorno: un diario, libro che ho letto e riletto anche perché pieno di consigli utili, non ultimi quelli bibliografici. Purtroppo, non si può più polemizzare con Barbara Spinelli, ma il cancro interessa a tutti, colpisce tutti, e chi sa raccontarlo fa letteratura e però assolve anche un compito civile, perché aiuta i poveretti che ci finiscono in mezzo a orientarsi, nel momento di massimo smarrimento. Le donne ne parlano di più? Forse perché tengono ai loro capelli più che al ventre tartarugato, e restare calve, andare al lavoro o a portare i figli a scuola col turbante o con la parrucca è come avere il biglietto da visita del cancro stampato in testa. E quel punto tanto vale parlarne invece di far finta di niente, dato che niente non è.