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Nozze con vista divorzio
Unirsi in matrimonio (religioso!) ma separare i beni. Così la famiglia diventa sempre meno accogliente per i figli
5 OTT 26

Daniela Rocca e Marcello Mastroianni in “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi (1961)
Prima del nuovo diritto di famiglia del 1975, in mancanza di pattuizione contraria, ai matrimoni si applicava la separazione dei beni. A partire dal 20 settembre 1975 la nuova legislazione stabilisce l’applicabilità a tutti i matrimoni, e sempre in mancanza di contraria pattuizione, del regime della comunione dei beni. Il cambio di rotta è radicale: dalla separazione alla comunione dei beni, ed è come se il legislatore avesse capito con buon anticipo, per una volta, che la comunione dei beni nel matrimonio avrebbe avuto la peggio e avesse inteso darle una mano per evitarle di soccombere. La norma in questo senso non ha prodotto alcun risultato, ma se non altro ha fatto intendere che per il legislatore la normalità nel matrimonio non è la separazione bensì la comunione dei beni. Cambiamento di rotta radicale in quanto nel segno di quella parità tra uomini e donne che proprio il nuovo diritto di famiglia del 1975 metteva nero su bianco. Spieghiamoci. Il componente forte nella coppia era il maschio; nella coppia unita in matrimonio il marito. Ben più di oggi, i maschi mezzo secolo fa occupavano le posizioni di potere, nella vita privata come in quella pubblica; ben più di oggi, mezzo secolo fa i tassi di occupazione e i salari medi tra maschi (alti) e femmine (bassi) erano diversificati; i maschi aprivano la fila, le femmine seguivano a distanza. Il vecchio diritto di famiglia, con la separazione dei beni, non faceva che riflettere la dominanza maschile, giacché dei maschi sulle femmine era la prevalenza tanto in termini di potere che di beni. L’attribuzione ai matrimoni nel nuovo diritto di famiglia, in mancanza di pattuizione contraria, della comunione anziché della separazione dei beni, rifletteva dunque un cambio di rotta: non più una navigazione nel segno del maggior potere del maschio, ma una navigazione nel segno della coppia, paritaria, comunitaria. Comunione dei beni, appunto, non separazione che premia il coniuge economicamente, materialmente più forte.
La comunione dei beni raggiunge livelli massimi dov’è più diffuso il matrimonio civile (al nord). Dove ci si sposa in Chiesa (al sud) accade il contrario
Non ce ne sarebbe potuto importare di meno. La preferenza accordata dal nuovo diritto di famiglia alla comunione dei beni in nome di una reale parità tra i coniugi nel matrimonio è stata sovvertita dal grido levatosi dall’italica moltitudine, si trattasse di uomini come di donne uniti nella lotta: alla separazione! alla separazione! Tutti vogliono beni separati, all’atto di unirsi in matrimonio, sia che avvenga davanti al prete sia che avvenga davanti all’ufficiale di stato civile. Esageriamo a dire tutti. Non proprio tutti: solo i tre quarti. Perché ad oggi il 75 per cento dei pochi italiani che ancora si sposano scelgono la separazione dei beni lasciando la preferenza per la comunione dei beni al rimanente 25 per cento. Il matrimonio ancora non è iniziato che già si mette nel conto una separazione. D’accordo, solo per quanto riguarda i beni. Ma la scelta è benaugurante, per così dire, e il resto – le persone – immancabilmente arriverà. Del resto è proprio in previsione di questo – ormai tutt’altro che paradossale – traguardo del matrimonio, vale a dire il divorzio, che la scelta della separazione dei beni appare non già iconoclasta o contraddittoria bensì eminentemente oculata, meglio ancora: funzionale. Separiamo i beni già mentre ci uniamo in matrimonio così quando si arriverà al divorzio – e prima o poi salvo miracoli sempre meno preventivabili ci si arriverà – la strada sarà appianata, il cammino procedurale e giudiziario meno impervio, il clima tra coniugi che si lasciano non da guerra civile per stabilire che cosa è di chi.
Il legislatore aveva in mente la parità tra i coniugi, i coniugi hanno in mente la divisione dei beni. Il legislatore ha inteso interpretare col nuovo diritto di famiglia del 1975 lo spirito del matrimonio, mentre i coniugi col matrimonio già si muovono nello spirito del divorzio. E allora, appunto, ecco il risultato che non ammette appello: separazione 3, comunione 1. Non c’è partita.
Ma non è stato sempre così. Ancora agli inizi del duemila la partita, continuiamo col gergo agonistico prima ancora che sportivo, era grosso modo in parità, cinquanta e cinquanta, un matrimonio con la separazione, uno con la comunione dei beni. Salvo il fatto che poi la separazione ha preso decisamente il sopravvento, cosicché il futuro è tutto a suo favore mentre il destino della comunione dei beni appare sempre più nel segno della marginalità.
Ora, chi pensasse, giunto a questo punto del discorso, che siano i soliti nordisti, pieni di boria e soldi e ai soldi più attaccati, a far pendere la bilancia a favore della separazione dei beni, rimarrebbe oltremodo non si dica deluso, bensì sconcertato dai dati snocciolati dall’Istat uno dopo l’altro. La comunione dei beni raggiunge il minimo al sud, con la miseria del 18,7 per cento e il suo massimo nel nord-est, con un ben più corposo 31,2 per cento. Divario che si accentua ulteriormente tra le regioni: il massimo del Trentino Alto Adige – 33,6 per cento – è più del doppio del minimo della Calabria – uno striminzito 15,9 per cento. Cosicché se al nord la comunione dei beni sfiora il 30 per cento, nel Mezzogiorno essa rimane sotto il 20 per cento. Nel Mezzogiorno 4 sposi su 5 scelgono di separare i beni all’atto del matrimonio, solo uno sceglie la comunione. Ma non era la gente del sud, giusto in quanto con redditi minori, e non di poco, rispetto alla gente del nord, che doveva condividere per star meglio? Per avere chances migliori? Ma per carità. Vecchi schemi che non fanno più farina. Perché, attenzione, qui stiamo per entrare nel tratto più impervio in quanto controintuitivo dell’argomentazione. Il fatto è che la comunione dei beni è massima dov’è massimo il matrimonio civile, mentre è minima dov’è massimo il matrimonio religioso. Non sembra forse incredibile? E invece si tratta della pura realtà. Controintuitiva, ma realtà. Ci aspetteremmo, infatti, che succedesse l’esatto contrario: il trionfo della condivisione dei beni nel matrimonio religioso, il trionfo della più egoistica separazione dei beni nel matrimonio civile. Niente da fare. Al nord praticamente non ci si sposa più in Chiesa, e ancora ancora la comunione dei beni tiene; al sud si continua a grande maggioranza a sposarsi in Chiesa e la comunione dei beni sprofonda sotto il livello del mare. In Calabria, la regione dove ancora 69 matrimoni su 100 sono religiosi la comunione dei beni sta al 15,9 per cento; in Trentino, dove sono religiosi appena 24 matrimoni su 100, la comunione dei beni sta al 33,6 per cento, più del doppio. Andatelo un po’ a spiegare ai ragazzini del catechismo. Ma non solo a loro.
Nel 2026 si celebreranno in Italia 55 mila matrimoni religiosi. Nei mitici anni Sessanta della contestazione erano 400 mila
Dal “finché morte non vi separi” alla più pragmatica e immediata delle separazioni: quella dei beni. Una caduta antropologica. Chissà se in Vaticano hanno chiaro il quadro. Chissà se non finiscano col chiedersi a cosa mai servono tutti i corsi di preparazione al matrimonio presenti praticamente in ogni parrocchia se questo è il risultato: sempre meno matrimoni religiosi e sempre più nel segno della separazione dei beni. Quasi un atto notarile che certifica l’ormai agonizzante capacità della Chiesa, e della dottrina cattolica, di orientare le scelte dei fedeli nel senso dell’adesione ai minimi dettami del Vangelo: comunione, non separazione. Altro che scelte politiche e voto nelle cabine elettorali dove solo Dio ti guarda, qui siamo all’abc del sentire cristiano.
La metto giù dura, mi si perdonerà: la Chiesa non dovrebbe accettare matrimoni con la separazione dei beni, dovrebbe celebrare solo matrimoni con la comunione dei beni – questione, minima, di coerenza prima ancora che di principi di dottrina e di fede (cattolica). Ora, ove si pensasse che questo significherebbe affossare il matrimonio religioso vale ricordare che il matrimonio religioso ci ha già pensato per proprio conto ad affossarsi tra sfilate di moda e sfoggio di ricchezze anche da parte di chi non ha un euro e s’indebita non certo per essere più bello davanti a Dio. Senza il ritorno a un minimo di spiritualità, evaporata nello sfoggio di devastanti eventi da mane a sera, dei quali l’intermezzo davanti al prete è, appunto, un intermezzo, il matrimonio religioso è bell’e spacciato. Nel 2026 si celebreranno in Italia attorno ai 55 mila matrimoni religiosi: un niente in un paese di 59 milioni di abitanti con fama di essere cattolico e dove la popolazione continua, ma chissà per quanto ancora, a dichiararsi a maggioranza cattolica. Niente, a maggior ragione se si pensa che nei mitici anni Sessanta della contestazione si celebravano annualmente 400 mila matrimoni religiosi l’anno. Questo per dire, insomma, che un po’ di coerenza, specialmente nel matrimonio, non guasterebbe e la Chiesa non potrebbe che trarne vantaggio. Vuoi la separazione dei beni? E’ nel tuo diritto, ci mancherebbe, ma per il matrimonio sei pregato di accomodarti in Comune.
Se non si è capaci neppure di procedere con la comunione dei beni, che sarà della comunione necessaria tra i coniugi per fare, crescere ed educare i figli?
Che, poi, una riflessione andrà ben fatta, e appunto la Chiesa stessa, non potrà non farla. Ma insomma, è fuori discussione che la separazione dei beni agevola procedure e percorso verso il divorzio, ma è davvero questa la considerazione dalla quale si deve partire, azzardando il passo nel matrimonio? Perché se è questa forse è preferibile non azzardare un bel nulla e, come nel gioco dell’Oca, restare fermi un giro nella casella già occupata. Ed ecco allora che tutto congiura nell’imporre urbi et orbi la domanda delle domande: se non si è capaci neppure di procedere con la comunione dei beni, che ne potrà mai essere della comunione necessaria tra i coniugi per fare, crescere, educare i figli?
In verità, qualche bello spirito potrebbe non a torto annotare al riguardo che a questa domanda gli italiani hanno bell’e risposto, e stanno vieppiù rispondendo, non già con un indistinto ed enigmatico “boh”, come abbiamo appena scritto, bensì facendo sempre meno figli nel matrimonio (e, si potrebbe pure aggiungere, con un pizzico di cattiveria, allevandoli pure peggio): risposta che più netta e tagliente non si può. Culla dei figli fino ad alcuni decenni addietro, il matrimonio sta perdendo per strada anche questa qualità: quella di essere tra tutti gli ambienti quello che meglio si presta – nel senso che più provvidenze prevede e più protezione assicura – ai figli.
Sempre più coppie di nubili e celibi arrivano al matrimonio con già un figlio. Un fenomeno non solo italiano, ma che in Italia tocca vette raffinate
C’è un curioso fenomeno che non è solo italiano, s’intende, ma che in Italia sta assurgendo a vette raffinate: di figli nel matrimonio se ne fanno sempre di meno, è sotto gli occhi di tutti, ma in compenso se ne portano sempre di più. Dal matrimonio i figli non tendono a uscire, quanto piuttosto a entrare nel matrimonio. Una coppia comincia la sua vita con un tirocinio, chiamiamolo così, all’insegna della libertà? Ecco poi arrivare un figlio e col figlio l’interrogativo: ora che abbiamo un figlio non è forse meglio se ci sposiamo? Interrogativo che tutt’altro che infrequentemente si traduce con: ma sì, perché non sposarci? Ed ecco il matrimonio, infine. Con figlio al seguito. Sempre più coppie di nubili e celibi arrivano al matrimonio con già un figlio, spinte dal desiderio di dare al figlio un riconoscimento a 360 gradi, ufficializzando col matrimonio di fronte alla società, non meno che alle disposizioni di legge, il loro status di coppia – anche se non passa più in termini di diritti e riconoscimenti, com’è giusto che sia, alcuna differenza tra il figlio di una coppia unita in matrimonio e il figlio di una coppia di fatto. Coppie così, che si uniscono in matrimonio dopo aver avuto un figlio quando ancora erano coppie di fatto o forse neppure tali, appena coppie contingenti, e che si uniscono in matrimonio grazie a quel figlio, hanno mediamente un’età più alta delle altre coppie di nubili e celibi che si uniscono in matrimonio e decisamente più mediocri se non proprio nulle prospettive/aspettative di fare altri figli: portano, complessivamente parlando, figli nel matrimonio più di quanto dal loro matrimonio non escano dei figli. Dal punto di vista demografico, un pessimo affare.
Ma la questione dei pessimi affari è ben più generale, su questo fronte. Su questo fronte l’impatto sulla vita matrimoniale della separazione dei beni in funzione dell’agevolazione di un sempre più probabile divorzio è stato devastante: un condizionamento che disarma in partenza. Se inizi il viaggio nel matrimonio col piede della separazione dei beni in prospettiva divorzio, per facilitare il divorzio quando verrà, beh, hai già mezzo dichiarato di aver perso la partita o, quantomeno, di avere una ben mediocre fiducia di poterla vincere. Sembra poca cosa ma, checché ne dicano tutti i soloni che si accalcano su questo fronte per dirci cose del tipo che i figli mancano perché mancano gli asili nido, separare i beni perché quando si arriverà al conquibus del divorzio si eviteranno zuffe e – più o meno metaforici – accoltellamenti, è una pessima idea perché i figli nel matrimonio, nell’universo dei sempre meno numerosi matrimoni che anno dopo anno si celebrano in Italia, sono sotto questa stella destinati a diradarsi come si diradano i numeri primi nell’universo dei numeri interi. Fino alla solitudine dei figli unici che non ha niente da invidiare a quella dei numeri primi.