Società
la crisi demografica •
La paternità è l’elefante nella stanza delle culle vuote
Perché quando si parla di inverno demografico non si parla mai degli uomini: dell’uomo indeciso, individualista, terrorizzato dai sentimenti e dalle responsabilità, che destina tutte le proprie energie alla carriera e al denaro e non trova posto per fare figli

Padre e figlio in una strada di Berlino (Getty Images)
Alcuni anni fa, mentre mi allenavo con il mio personal trainer nel parchetto sotto casa, una ragazza velata, poteva essere forse pakistana, seduta incolpevole su una panchina a guardare suo figlio giocare, fu avvicinata dalla vecchia pazza ex catechista del quartiere. La vecchia pazza, in divisa da ordinanza da vecchia pazza, sedendosi sulla panchina e braccando fisicamente la sua esotica vittima, si dedicò per un po’, accompagnandosi con continui segni della croce, a portare la parola di Dio alla ragazza pakistana, che assai educata e parimenti basita, si limitò a risponderle con vaghi cenni del capo e un sorriso compassionevole. Solo dopo forse una decina di minuti di farneticazione, la vecchia pazza mollò la presa e si diresse verso l’uscita del parco, visibilmente scossa dall’imperturbabilità della ragazza, per la quale qualsiasi possibilità di partecipazione alla salvezza di Cristo era evidentemente preclusa.A fronte di questa scena del tutto surreale alla quale avevamo assistito, il mio personal trainer, vagamente laconico come spesso accade a chi è inconsapevole della propria saggezza, mi guardò scrollando le spalle e disse: seeeh capirai, quella sarà bangladesciana, quella crede tipo ar gatto.Un’osservazione, devo dire, che ho sentito immediatamente appartenermi.E infatti anche io, nel mio rapporto con la religione, mi sento un po’ come la ragazza bangladesciana: una che crede tipo ar gatto, mai graziata dal dono della fede, mai realmente toccata dalla spiritualità cattolica.Nonostante questo ho però acconsentito, quando è stato il momento, a battezzare mio figlio G. su richiesta di mio marito. Ed è così che, per la teoria del piano inclinato, mi sono trovata all’improvviso a salire di corsa il numero insensato di gradini che conducono alla piazza del Duomo di Monreale, ed entrare nella sua fresca magnificenza, con i tacchi a spillo e un neonato dalla colonna vertebrale non ancora del tutto formata, a mezzogiorno e ventisette, in fortissimo ritardo e, nel pieno del furore oratorio del prete.
Nel bel mezzo di un’omelia che, di primo acchito, aveva piuttosto le sembianze di una violenta cazziata.
L’invettiva del prete, incentrata sul calo demografico (calo demografico per un battesimo: groundbreaking) era prevalentemente indirizzata alle giovani coppie – evidentemente in opposizione a quelle presenti alla cerimonia, con gli abiti eleganti sbavati da umori neonatali di vario tipo – dedite all’edonismo e a piaceri futili.
Coppie che rifuggono la responsabilità, dice il prete (che si chiama padre Alfredo).
Coppie che preferiscono i cani. Dice. Affetti semplici, senza costrutto né valore etico. Dice.
Coppie che coltivano ambizioni terrene, la carriera, il denaro, il successo, a scapito dell’amore filiale.
Dice.
Persone che si vogliono ancora divertire, e divertire ancora, e stiracchiare questo divertimento giovanile oltre ogni possibilità e per più tempo possibile, dice padre Alfredo, i quaranta sono i nuovi trenta, dice ancora sardonico, e i trenta i nuovi venti, e dove arriveremo di questo passo. Dice padre Alfredo.
I cellulari, i vestiti alla moda, i viaggi.
Guardo il neonato, guardo mio marito, guardo ancora il neonato. Questo prete ce l’ha con me, dico a mio figlio. E’ a me che sta rivolgendo la sua cazziata: puerpera attempata, carrierista, fashion victim e persino canara – non te la prendere, neonato, ma lo sai quante volte in questi mesi, quando la mattina mi presentavo a lavoro sporca di bava e con due ore di sonno, quante volte mi sono detta che tutto sommato se mi fossi invece presa un bel lagotto? Ce l’ha con me, che ho figliato tanto dopo aver impostato una brillante carriera quanto dopo aver indugiato nei piaceri terreni che mi sono potuta concedere, con me che ho preteso di innamorarmi di un uomo prima di farci un figlio.
Ho ripensato più volte, negli anni a seguire, all’omelia di padre Alfredo.
Ho pensato a lui proprio qualche giorno fa, quando, non volendo più rimandare, ho ripreso le fila dell’interessante dibattito seguito al questionario promosso dall’attivista Francesca Bubba e diffuso dalla Stampa, che ha tentato di indagare le ragioni per cui le donne intervistate hanno deciso di non avere (o di non avere altri) figli.
Che cosa è accaduto, in effetti? Cosa si colloca nello scarto tra desiderare un figlio e decidere poi di non farlo? O tra farlo e non farlo?
L’edonismo, certo.
Io a padre Alfredo questa gliela concedo volentieri, non gli voglio dare torto – giacché è vero che, forse più di ogni altra che ci ha preceduti, questa nostra generazione dei trenta e quarantenni ha cercato il piacere terreno – e non solo il successo, o la carriera, padre Alfredo, le concedo anche questo, ma anche e soprattutto piaceri effimeri e fini a sé stessi, piaceri superficiali. Abbiamo alimentato la società dell’individualismo e il culto dell’immagine, della misurazione, della giovinezza indefinita, allontanandoci progressivamente dal percorso naturale dell’invecchiamento biologico e sociale, della fatica famigliare, del sacrificio emotivo e fisico a beneficio altrui.
Ci siamo divertiti, padre Alfredo, e forse, per la prima volta nella storia dell’umanità (non uso questa parola a caso, perché ritengo sia così), anche le donne si sono prese questo tempo lungo, un tempo di divertimento e leggerezza, tempo sperimentazione e conoscenza. Non solo per lo studio, per la carriera – perché questo, a ben vedere, sarebbe il versante doveristico del diritto alla parità – ma anche per il piacere in sé. Il tempo che vogliamo anche le rose e non solo il pane, come dice la mia amica Lia.
Quello che gli uomini si sono presi un po’ prima nel tempo, noi pure lo abbiamo voluto. Abbiamo lavorato tanto, la sera siamo andate in osteria, siamo arrivate lunghe, i figli in tanti casi non sono venuti.
Ed è qui, nel mio dialogo interno con padre Alfredo, e immergendomi in questo dibattito, che, all’improvviso, ho avuto l’epifania. Ho visto l’elefante nella stanza.
Il grande assente di tutte le conversazioni sulla maternità, che sono appunto conversazioni sulla maternità e non sulla genitorialità – quanto abbiamo voluto lavorare, noi donne, quanto abbiamo scopato, quanto abbiamo preteso di trovare l’amore e fare un figlio con l’uomo che amiamo, quanto abbiamo voluto esserne sicure, quanto abbiamo osato separarci senza figli, quanto siamo arrivate lunghe, quanta fertilità abbiamo sprecato, prima di fermarci e fare un figlio – ebbene, sapete di chi non si parla mai, quando si parla di inverno demografico?
Degli uomini. Non si parla mai degli uomini.
L’uomo è il grande assente, l’elefante nella stanza.
E’ un uomo fra i trenta e i cinquant’anni. Non ha figli, o spesso ne ha già avuti, magari per errore o per debolezza, nella prima parte della sua vita.
Non è neanche necessariamente povero: questo pachiderma ha un lavoro retribuito, al quale tiene o tiene moltissimo, e non è necessariamente solo. Ha tutta una sua famiglia di elefantoni e tanti amici elefantini.
Una casa, perlomeno in affitto.
Tutta una lunga serie di fidanzate elefantine, alcune anche affetti stabili e duraturi.
Ho letto che per l’Istat, nel 2025, le donne che avrebbero voluto figli, e non ne hanno avuti, sarebbero circa 400.000. Sono tantissime, eppure credo siano poche.
Nella mia personale statistica, la statistica del piccolo orticello, ne conosco tante e ho testimoniato i tanti anni passati a desiderare più o meno timidamente dei figli, a chiederli, a progettare, cercare di capire, fare avanti e indietro, comprendere, per carità, discutere, lasciarsi e rimettersi.
Perché, in tutta questa riflessione demografica, non si parla mai, ma dico mai, degli uomini che questi figli non li vogliono?
Perché non di parla di uomini in carriera, di uomini ambiziosi, di padri attempati? Di uomini che non vogliono problemi, ora che, nel 2026, la gestione famigliare inizia a essere un po’ condivisa? Ora che le donne viaggiano pure loro per lavoro, come i commessi viaggiatori degli anni Cinquanta?
Io conosco un maschio quarantenne, un uomo bellissimo e di grande successo, che avrebbe denaro sufficiente per mantenere anche più di una famiglia allargata. Questo elefante di razza ritiene di non avere tempo per fare figli, essendo all’apice della propria carriera. Porta con sé un braccialetto elettronico collegato a una app sul cellulare che misura la sua età effettiva a fronte dell’età biologica – e si sente soddisfatto, sorride schermendosi, ma si sente felice, perché questo dispositivo inanimato gli restituisce un’età di 38 anni a fronte dei suoi 46 biologici. Il dispositivo gli misura recupero, carico fisiologico e sonno, le ore di dormita, quelle in fase rem, quelle buone e quelle così e così. Gli misura la frequenza cardiaca, quella a riposo e quella di quando sta incazzato, la saturazione dell’ossigeno, la frequenza respiratoria, quante volte fa la pipì, la temperatura corporea, quando si deve rifare la barba, il carico cardiovascolare fisiologico accumulato, il cazzo che ti si frega, il colore della cacca, i passi, la linea della vita, i congiuntivi sbagliati, i tic, le cravatte sbagliate.
Un’intera esistenza biologica misurata da un dispositivo inanimato, che rimanda dati più o meno comprensibili, il sé al centro di questa analisi complessiva sul proprio benessere, solo fisico ça va sans dire, e dove si trova il tempo di fare dei figli quando l’oggetto inanimato ti dice che già così non è che stai a dormi’ alla grande e che ti potresti allena’ di più per dimostrare due anni di meno.
La donna che ha passato quindici anni della propria vita con quest’elefante di razza dai cento completi blu nell’armadio ha ora 42 anni, è ancora bella, non ha figli, li avrebbe voluti.
Ne conosco un altro, tutt’altro tipo, un uomo di sinistra che si cura poco di sé, la barba è lunga e si droga una volta alla settimana - con un certo metodo, per carità, come in Le conseguenze dell’amore – ha avuto un figlio per sbaglio, ora ha quindici anni, e con la sua seconda moglie ha nicchiato, fatto un passo avanti e cento indietro, ora che si poteva drogare una volta alla settimana quando il bambino è con la mamma, e bere con grande agio guardando malinconicamente il bicchiere, mettere un altro ostacolo tra sé e il vermouth, non so, vediamo se viene, la fecondazione assistita no, non c’è magia, si è lasciato trascinare, non ha trattenuto un certo sollievo tutte le volte che questa sua seconda moglie, bella e forte, si è sottoposta coriacea a cure ormonali da cavallo, operazioni e perdite, in camice ospedaliero e occhiali da sole sul balcone della clinica ad aspettare che la chiamassero, e tutto questo invano. Quest’uomo che conosco non ha nascosto la soddisfazione per tutte le gravidanze non andate a buon fine. La sua seconda moglie adotterà un bambino e sarà felice, mentre l’elefantino radical si drogherà una volta alla settimana scrollando Dagospia al pc.
E un altro, intelligente, dagli occhi liquidi e un po’ depresso, che ha fatto aspettare per anni le due donne più importanti della sua vita: la prima, senza avere il coraggio di dire la verità – non lo voglio, odio la mia famiglia d’origine, ho quarant’anni, sono depresso e neppure un giorno di terapia al mio attivo – la seconda, con un contributo di chiarezza maggiore ma comunque insufficiente. Le donne, tutt’e due, hanno figli. Li hanno avuti a 40 e 43 anni, agli sgoccioli, con gli ultimi scampoli di fertilità. Sono due donne in carriera, di grande successo. Chissà quante persone, conoscendole da lontano, hanno dato per scontato che abbiano rinunciato per anni alla maternità solo per coltivare la propria ambizione.
Un altro: mio padre ha un problema agli occhi, io ho un problema agli occhi, mio figlio diventerebbe cieco – e quando la separazione è diventata ineluttabile, una volta al sicuro, io avrei voluto un figlio con te.
Conosco un artista, un artista noto, che le ragazzine lo guardano e pensano alla sua dolcezza, un artista che ha l’aria da fratello maggiore e da marito scanzonato, che le ragazzine lo guardano e pensano che se lo sposerebbero in abito bianco e velo, epperò questo elefantino artista è tormentato ed egotico, dorme di giorno e scrive la notte, non ha lo spazio per un bambino – e neppure lui lo ha detto chiaro e tondo. La sua compagna, che fece invidia al mondo, è talmente bella e talmente piena di vita che questo figlio lo farà.
Gli elefantini milanesi, una coppia di fratelli, manager e donnaioli, che a cinquant’anni ciascuno sono certi di avere ancora tempo e troveranno una donna fertile dopo aver esaurito tutte le loro velleità. Mi sono terribilmente simpatici, entrambi, sono charmant e generosi, e non vorrei averli inseriti in questo elenco.
Un altro, che sua moglie lavora troppo per fare figli – lui ne ha una stima enorme, senza confini, ma una vita troppo concitata, una vita folle – sua sorella, per dire, lei ha fatto bene a fare figli, è un’impiegata pubblica in una piccola e comoda città di provincia, esce da lavoro alle 14.30 e l’asilo del bambino è a cento metri da casa (impiegata pubblica in una città di provincia con asilo a cento metri da casa: un campione davvero residuale della popolazione italiana e persino mondiale, poi dici il calo demografico).
Del tutto legittimo, per carità, chi scrive non si sente certo a suo agio nei panni di una sentinella in piedi che incita gli uomini a riprodursi – che anzi, in molti dei casi che descritti sarebbe assolutamente controindicato.
Ma è vero un fatto: non si è mai sentito parlare di queste figure nei dibattiti sul calo demografico.
A fronte dell’identikit trito e ritrito, della donna borghese e ambiziosa, che a quarant’anni si sveglia tutto d’un colpo, e dopo aver pensato ai fatti suoi decide di figliare, non ho mai visto tracciare un identikit dell’uomo indeciso, individualista, terrorizzato dai sentimenti e dalle responsabilità, dell’uomo che vuole continuare a forgiare il proprio corpo come se avesse dei contratti con gli sponsor dalle penali milionarie, che destina tutta la propria attività neuronale alla carriera, al denaro, o in altri casi alla commiserazione, e che non trova, in tutto questo, posto per fare figli. Né dell’uomo che i figli li fa a cinquant’anni suonati – le quarantenni sì, quelle sempre chiamate in causa – anche lui con degli spermatozoi mica tanto in forma e con i primi acciacchi alla schiena.
Non ho mai letto l’identikit dell’uomo che, vedi caso, si tira indietro rispetto alla filiazione proprio quando la filiazione diventa una questione di coppia, una responsabilità condivisa. In altri termini, mi chiedo spesso: può darsi che, dopo millenni in cui gli uomini hanno figliato nella pure inconscia convinzione che questi ragazzini, in ultima istanza, fossero in fondo un problema delle loro madri, e dunque con una certa serenità, con un cuore più leggero. Dico: può darsi che le nascite siano calate anche perché gli uomini si tirano indietro, ora che i figli iniziano a essere pure un problema loro?
Ma sarà davvero un caso che questo inverno demografico coincida, nel suo apice, con il primo momento nella storia dell’umanità in cui le donne reclamano una suddivisione dei doveri famigliari al 50 per cento, o perlomeno una partecipazione attiva degli uomini al ménage genitoriale? Sento poco parlare di maschio, in tutto questo fervore. Né la Roccella, né il generale Vannacci, né il popolo della famiglia, nessuno traccia questi identikit, accanto a quello delle puerpere attempate.
A volte penso che non mi resti altra alternativa che discuterne con padre Alfredo.
Abbiamo alimentato la società dell’individualismo e il culto dell’immagine, della misurazione, della giovinezza indefinita, allontanandoci progressivamente dal percorso naturale dell’invecchiamento biologico e sociale, della fatica famigliare, del sacrificio emotivo e fisico a beneficio altrui
La donna che ha passato quindici anni della propria vita con quest’elefante di razza dai cento completi blu nell’armadio ha ora 42 anni, è ancora bella, non ha figli, li avrebbe voluti. Un altro, intelligente, dagli occhi liquidi e un po’ depresso, ha fatto aspettare per anni le due donne più importanti della sua vita