Società
Il sì che non suona •
Il crollo dei matrimoni in Italia: da nessun’altra parte d’Europa ci si sposa meno che da noi
Il paradosso della nuzialità: a convolare a nozze sono soprattutto le coppie che hanno già una prole. In questo modo l'unione, anziché aprire l’orizzonte sui figli, lo chiude sempre di più

Foto ANSA
Dire che il problema si fa serio non rende l’idea. Dopo aver segnato il minimo di matrimoni nel 2024, con 173.272, ben 11 mila in meno rispetto al 2023, l’Italia si appresta a un nuovo minimo nel 2025, quando si raggiungeranno appena, dati non ancora ufficiali, 165 mila matrimoni. La cavalcata a ritroso dei matrimoni non sembra arrestabile, tanto è vero che i primi cinque mesi del 2026 mostrano già un considerevole calo rispetto ai primi cinque mesi del 2025, cosicché appare certo che con il 2026 i matrimoni in Italia toccheranno un nuovo minimo scendendo sotto la soglia dei 160 mila l’anno, centomila matrimoni in meno all’anno rispetto agli inizi del duemila.
Secondo l’ultimo dato ufficiale, quello del 2024, il tasso di nuzialità italiano è di 2,9 matrimoni l’anno ogni mille abitanti. Quello dell’Unione Europea alla stessa data è di 3,9. L’Italia è l’ultimo paese dell’Ue per tasso di nuzialità: da nessun’altra parte ci si sposa meno che da noi. Magari si fanno ancora meno figli che da noi (Spagna, Malta, Paesi Baltici), ma quanto a “non” sposarsi non ci batte nessuno. E, dato quel che si annuncia a stare ai dati ufficiosi dei matrimoni, il divario tra noi e il resto del mondo – altro che football – è destinato a crescere ancora. Da primo paese per numero di matrimoni rispetto agli abitanti l’Italia è diventata l’ultimo, il paese più refrattario al matrimonio.
Del crollo della nuzialità italiana, che data da oltre mezzo secolo, c’è da segnalare che mentre fino al 2023 a diminuire implacabilmente di anno in anno erano solo i matrimoni religiosi, nel 2024 hanno perso quota gli stessi matrimoni civili, così come succederà anche nel 2025 e nel 2026. Aumentati fino a rappresentare oltre i due terzi dei matrimoni, i matrimoni civili cominciano a risentire a loro volta dell’idiosincrasia tutta moderna degli italiani per il matrimonio. In altre parole: la crisi del matrimonio è crisi sistemica o, se si preferisce, a tutto tondo. Crisi che presenta aspetti strutturali e aspetti comportamentali e motivazionali.
Cominciando dai primi. A seguito della denatalità, che data già dalla seconda metà degli anni Settanta dello scorso secolo, gli abitanti in Italia di 20-44 anni, la grande classe d’età che include oltre il 90 per cento dei matrimoni, sono scesi da 20,9 milioni agli inizi del duemila ai 16,2 milioni di oggi, perdendo 4,7 milioni di unità: una contrazione imponente che si fa sentire ogni anno di più, visto che continuando le nascite a diminuire questa popolazione è destinata a perdere ulteriormente peso. E lo farebbe in modo addirittura catastrofico se l’immigrazione dall’estero non contribuisse non si dica a curarla ma senz’altro a mitigarne il dimagrimento.
Per quanto riguarda i secondi, a dire come stanno le cose riguardo al matrimonio dal punto di vista motivazionale non c’è soltanto la caduta del tasso di nuzialità ma forse, più ancora, l’aumento, che ha dell’incredibile, dell’età media al matrimonio: che nel 2024 è stata di 34 anni e 4 mesi per le donne e di 37 anni e 1 mese per gli uomini. Attenzione, però, perché i dati sono riferiti alle donne nubili e agli uomini celibi, perché se comprendessimo anche donne e uomini divorziati e vedovi, le età medie al matrimonio si alzerebbero di altri due anni e più.
Siamo così giunti al paradosso del matrimonio, istituto/evento/sacramento al quale sempre più coppie approdano non già in vista dei figli e della famiglia a venire ma in vista di una regolamentazione, di una messa a norma, per così dire, di figli e famiglia già in essere. Quella con già un figlio è la coppia più propensa al matrimonio. Cosicché sempre più il matrimonio anziché aprire l’orizzonte sui figli lo chiude. Devastante eterogenesi dei fini.
Come sia stato possibile che l’Italia, terra di matrimoni e figli, diventasse per così dire terra di nessuno, asettica e sterile, è motivo di dibattito. Chi riduce questo dibattito a fattori materiali – il lavoro che non c’è (ma se non ci sono mai stati così tanti occupati), la casa che costa troppo, i bassi salari, gli asili nido che mancano – dimenticherebbe, credo, che mai ci sono state in Italia condizioni così favorevoli alla vita di coppia e ai figli. Condizioni che possono ancora essere migliorate, ci mancherebbe, ma che non possono assurgere ad alibi. Perché non è più lì il problema. Il problema è quello della vita che i giovani italiani vogliono vivere, vita che due generazioni di italiani prima di loro, genitori e nonni, hanno accomodato e spianato per loro. Rendendola facile. Troppo facile. Perché qui è il punto oggigiorno: nelle vite facili di giovani che possono permettersi di traccheggiare tutto il tempo che vogliono non fioriscono né coppie né matrimoni né, Dio non voglia, figli.