Il "Gen Z stare": uno sguardo che sostituisce le parole

Non si parla più, dicono gli studi. Sprecare il fiato con questo mondo ci annoia a morte, e scriversi è diventato più comodo. Peccato per quella parte di vita che va perdendosi
5 SET 26
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Foto ANSA

Come andarono i fatti (andarono come sempre): mi presento in ufficio, apro la porta dello studio legale e saluto dal corridoio affacciandomi in tutte le stanze. Noto Omissis, arrivata da alcune settimane, ragazza volenterosa e sveglia, con una faccia stravolta dalle lacrime davanti al pc. Mi avvicino e chiedo se sta bene. Breve no con la testa. Spiego di non voler essere invadente ma poi lo faccio perché mi pare necessario: tutto a posto, qualcosa a casa, la tua famiglia sta bene? Nessuna risposta. Fissa lo schermo, una pagina word sulla quale stava scrivendo. Sarà quella?
Vado da X, socio, e ci interroghiamo: di solito da noi non si piange di stress perché non è uno studio finto-americano dove ci si vanta di fare le due di notte, usciamo sempre alle 19. Ma sarà colpa nostra? Cosa aveva la scorsa settimana da fare? – Niente, da me. Risponde. Aveva solo una lettera di contestazione disciplinare, compiti facili, sapeva scriverla, lo aveva già fatto decine di volte.
Dopo mesi si capì che non erano circostanze ma carattere, e da allora i ripetuti malumori inspiegati cambiarono i modi del rapporto. Molta cautela e nessuna domanda. Si dirà: uno piange quanto gli va, al lavoro e altrove. Fatto sta che omissis divenne la ragazza a cui stare tutti attenti. Perché non parlava. Sarebbe bastato dire: a) sono problemi personali b) ho problemi con questo lavoro, ma il mutismo vinse e non si spiegò mai.
Premessa non troppo intelligente per parlare del Gen Z stare, ma evitiamo processi a una generazione intera, che già non ne può più di noi vecchi col sarcasmo. Nell’uso social, stare indica quello sguardo mezzo immobile e mezzo interdetto che alcuni ragazzi della Gen Z opporrebbero alle richieste più normali: un caffè al bar, una richiesta alla cassa del supermercato. Rispondono a sguardi, conversazione conclusa. Sono soltanto loro? Pare di no, e che il problema della riduzione delle parole si sia insinuato un poco ovunque, siamo tutti col “non ci va di parlare” in tasca. E’ l’evoluzione della telefonata che poteva essere una mail: altro grande classico dei lamenti nelle card parapsicologiche dell’Instagram. Ora la barzelletta però ha i numeri: da un’analisi pubblicata nel luglio 2026 su Perspectives on Psychological Science, su dati raccolti da oltre 2.000 persone, viene fuori una diminuzione significativa del numero di parole pronunciate quotidianamente. Tra il 2005 e il 2019 il calo complessivo rilevato è stato del 28 per cento. Perdiamo circa 300 parole al giorno per ogni anno, l’equivalente di due o tre minuti di conversazione. Non vuol dire granché, la conclusione è ovvia e la conosciamo da quindici anni almeno: scrivere è diventato più comodo che parlarsi, e il problema compare soltanto alla fine della somma. Perché per quasi tutta la storia umana la parola è stata il sistema principale di ogni relazione sociale e invece oggi è la soluzione facoltativa, si può evitare. Gli innamoramenti del tipo “ci scriviamo sempre” ora sono passati dalla categoria “immaginari” alla sezione principale del paniere. Parlare dal vivo è complicato, per il cervello: deve recuperare le parole, metterle in fila in modo che abbiano uno scopo, ascoltare la risposta, poi interpretarla e contemporaneamente preparare quello che dovrà venire dopo. Succede tutto nella regione cerebrale che si chiama area di Broca, se non la usi la perdi e diventi scemo. Ma a parte questo: parlare col mondo significa pure farsi annoiare mortalmente dal mondo, è importantissimo assaggiare e abituarsi a quella noia, serve a riconoscere quali parti l’inferno che abitiamo sono meno infernali, come diceva quello.