Società
la dimensione rimossa dell’attesa •
Il tempo vacuo della vacanza richiede un impegno spirituale, e ci terrorizza
Ad agosto il tempo sembra finalmente nostro, ma proprio il suo essere vuoto ci chiediamo: che cosa stiamo facendo della nostra vita? Tra il kairòs dei Greci e l'attesa vigile dei cristiani, la vacanza ci costringe a misurarci con il significato del tempo e con l'angoscia di dovergli dare un compimento
22 AGO 26

Foto via Getty Images
D'estate, ad agosto in particolare, si dovrebbe avere molto più tempo libero rispetto alla maggior parte dell'anno. Si tratta, infatti, di quel periodo in cui si è in "vacanza", anche se poi l'idea della vacanza come tempo vacuo, vuoto, mi sembra la definizione più azzeccata. La vacanza sarebbe, in teoria, l'emblema dello iato, della sospensione della vita ordinaria, insomma l'immagine realizzata del tempo libero. Poi, ovviamente, non è mai davvero così perché quasi sempre riempiamo la vacanza in maniera ancora più convulsa delle giornate ordinarie di lavoro. Ma questo si sa. Bisogna stiparci dentro tutti i desideri repressi, e poi nemmeno tanto desiderati all'atto pratico, che si sono dovuti soffocare, posticipare o sospendere durante l'anno, come se credessimo che nella vacanza siamo più padroni del nostro tempo che non quando lo impegniamo nel lavoro.
Sia come sia, l'idea di essere padroni del proprio tempo è una delle principali ossessioni dell'uomo. Questa possibilità viene considerata, infatti, come tutt'uno con la libertà. Se si è padroni del proprio tempo, si è padroni, in fin dei conti, della stessa vita. Di cosa è fatta la vita, del resto, se non di tempo? Ma anche questo lo sappiamo.
Ciò che viene in mente, piuttosto, in questo agosto che è la parte terminale dell'ossessiva bellezza estiva, e insieme il suo festante e mortifero culmine, è che due modi specifici ed essenziali di vivere il tempo, uno greco, l'altro cristiano, ce li siamo un po' dimenticati. Entrambi questi modi hanno a che fare con l'attesa. Non un'attesa passiva, statica, remissiva. Tutt'altro. Un'attesa attiva, un'attesa che invita ciò che si attende, che apre spazi in cui ciò che si attende possa manifestarsi.
Uno di questi due modi è il kairòs, il momento opportuno, il momento essenziale – si può tradurre in molti modi. E' qualcosa di così importante che i Greci, per sottolinearlo come sapevano fare solo loro, l'hanno reso addirittura una divinità. E' il tempo inteso come "evento", come ciò che squarcia la linearità di chronos, del tempo "ordinario", o meramente quantitativo, per dare una frustata alla storia, ma non solo e non tanto alla grande storia, bensì a quella di ciascuno. Tuttavia se, come oggi, ogni cosa diviene "un evento", se tutto ciò che ci capita è degno di essere considerato un "trauma" o una "svolta", dove risiede la reale eccezione? Dove sta ciò che vale davvero la pena di aspettare? Dove possiamo individuare il kairòs se tutto è evento? Cosa possiamo attivamente aspettare come l'eccezione che rompe l'ordinario?
L'altro modo di relazionarsi con il tempo è quello escatologico, che viene splendidamente esemplificato in due citazioni quasi gemelle. La prima è dal Vangelo di Matteo: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà". L'altra è di San Paolo, dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi: "Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore".
Quella del ladro nella notte, per illustrare come potrebbe avvenire la venuta del Signore al momento in cui tutto dovrebbe compiersi, è un'immagine molto forte, quasi violenta, tutt'altro che idilliaca! Ma pone appunto l'accento in modo formidabile sullo stare in guardia, sull'essere attivi nell'attesa. E' un'immagine straordinaria di come si potrebbe vivere, ossia con un gusto radicale di stare dentro ogni giorno come se quello potesse essere non "il giorno che si muore", ma il giorno del Signore, ossia il giorno più santo, il giorno più importante. In cui si deve dare interamente fondo alla ricerca di ciò che potremmo chiamare compimento. Un'urgenza di compimento che non è un'attesa di morte, ma, piuttosto, di trovare il nucleo più incandescente della nostra vita. Ecco il compimento, e il compito.
Tutto ciò è ovviamente il contrario della vacanza. In parte, però, ha a che fare con il suo etimo, con il vacuo di cui si diceva all'inizio. Un tempo non "libero" ma vuoto di impegni, infatti, è un tempo di impegno, che reclama il proprio significato. Anche per questo il tempo vuoto è un tempo che ci terrorizza. Ci assale l'angoscia del significato che non può essere altro che una missione di cui ciascuno è responsabile per sé.