Cari ventenni, che per non innamorarvi fate l’uncinetto o gli acquerelli: spiegateci la vita

I giovanissimi americani riempiono ogni spazio libero di hobby, amicizie e side quest per non lasciare campo libero all’amore. Ma Barthes ci aveva già avvertiti: innamorarsi significa soprattutto aspettare
15 AGO 26
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Foto di Kazuo ota su Unsplash

Da dieci anni stanno cercando di far passare di moda l’amore come chiodo assoluto e ora ci stanno riuscendo, quindi la prima recensione della GG, Giovane Generazione, è: bravi! Il New York Times racconta la nascita dell’“hobbyamory”, la tendenza dei non-in-coppia a investire tempo e soldi in passatempi e amicizie anziché nella ricerca di una relazione. La ceramica come fonte di soddisfazione alternativa all’amore romantico. Il fenomeno è fratello dell’“hobbymaxxing” e alle side quest: su TikTok, nel 2026, i post (americani) con #hobbies sono cresciuti di quasi il 15 per cento, quelli con #grandmahobbies di oltre il 400 per cento e quelli dedicati alle “side quest” di oltre il 210 per cento. Insomma la prudenza sentimentale degli anni Venti è diventata: aver sempre qualcosa da fare. Bene. Già Ovidio scriveva nei Remedia Amoris: vinci la noia, dai qualcosa da fare alle mani e spezzerai l’arco di Cupido. Ma veniva dopo, non prima – era per guarirsi, non per non prendere la malattia.
Arrampicata, acquerelli, corso di frittura di alici, tutto per non lasciare nemmeno un buco libero a quel tarlo assassino, l’amore, l’abusivo dell’esistenza di tutti. I ventenni, dopo i vari capi d’accusa (non vogliono lavorare, non vogliono comprare casa e macchina, non vogliono fare figli e nemmeno il vino gli garba) affrontano quello inaffrontabile: non vogliono innamorarsi. Abbiamo altri pozzi di felicità, grazie. Sarebbe la più grande conquista antropologica di sempre, scegliere nessuno. Il punto interessante è il tentativo di ridimensionamento: dev’essere per forza la trama principale, l’amore? No, non per forza. Approvo, approvo tantissimo. Intravedono infatti una conclusione da adulti con le ossa già rotte: che innamorato dai il peggio di te, ma tu non lo sai, non puoi accorgertene. Cos’è l’amore bisognerebbe non chiederlo mai agli innamorati freschi, ma a implacabili spiriti pratici con figli sul gobbo e sposati da vent’anni. Amore è la risposta alla domanda “Ma come faccio a resistere? Perché non me ne vado?”. Barthes s’è inventato un Soggetto Amoroso apposta, per mostrarci la farsa sentimentale. E’ un protagonista indistinto a tratti ridicolo che vagola tra le pagine del libro Frammenti di un discorso amoroso. Lo seguiamo per tutto il tempo mentre sbaglia fragorosamente a vivere: si impegnerà a fondo, un episodio dopo l’altro, a dare una definizione del sé come buffo individuo da compatire. Buffo lo dico solo io, la verità è che soffre davvero. Ma soffre sul nulla. Niente mi toglie dalla testa che Barthes la volesse proprio, quella caricatura involontaria che alla fine ti resta in testa di questo poverocristo, il Soggetto Amoroso. Soggetto Amoroso siamo stati tutti, eravamo un Marcovaldo perso nella nebbia che pigola “perché non mi ami? Amami ti prego! Ti pago!”. Cos’è che rende ridicolo un innamorato, alla stregua dei malati immaginari?
a) L’innamorato non sopporta il resto del mondo. C’è un desiderio di possesso ineliminabile da tutta la faccenda. L’amore non è sentimento generoso, non è dare, è voler avere, non separabile quindi dal suo oggetto e non ammette spartizioni. “Il mondo è pieno di vicini indiscreti, coi quali mi tocca condividere l’altro. Il mondo è precisamente questo: un obbligo di spartizione. Il mondo è mio rivale. L’innamorato arriva ad essere geloso anche di un libro nel quale l’altro è assorto”.
b) L’innamorato vive (male) nella paura. “Il Soggetto Amoroso a seconda delle circostanze si sente trascinato dalla paura di un pericolo, di una ferita, di un abbandono. Ma alla fine l’angoscia d’amore è paura di una perdita che è già avvenuta, all’inizio, quando sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi “non essere più angosciato, tu l’hai già perduto”.
c) L’innamorato ha una sola occupazione: aspettare. Aspetta un messaggio, poi una telefonata, poi un invito a cena, poi che vada a buon fine un invito a cena. Aspetta di rivedere l’amato, aspetta che la relazione si stabilizzi, aspetta di sentirsi al sicuro. Inizia ad aspettarsi di essere tradito, finisce tradito, aspetta che le cose si sistemino, aspetta che gli passi, aspetta di innamorarsi di nuovo. Vuoi far provare l’inferno a un uomo? Mettilo ad aspettare. “L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa di una telefonata si va così intessendo di una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio). L’angoscia d’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano, senza far niente. Far aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, “passatempo millenario dell’umanità”.
Soggetto Amoroso, angoscia, attese. E come si risolve? C’è una guarigione possibile? Si può diventare invulnerabili facendo uncinetto? Regazzì, fateci vedere voi, anche se ho paura che dall’amore puoi scappare pure coi sandali di Perseo, ma quello prima o poi ti raggiunge.