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Estate con Ester •
Larping, giovane voce del verbo dileggiare chi si finge quello che non è
La generazione ossessionata dall’autenticità sembra terrorizzata dall’idea che esistano quelli che si mettono addosso un mantello e lavorano su un’identità non ancora conquistata. Se fai qualcosa senza i titoli, stai quindi larpando. E’ la polizia del sii te stesso
13 AGO 26

Foto di Papaioannou Kostas su Unsplash
E’ l’ora del Larping. Una nuova parola della Grande Etichettatrice Generazionale, quella che ha iniziato con “boomer” e “woke”, e altre invenzioni – alcune carine, altre parecchio sfortunate. Il nuovo bicchiere d’acqua calda, la scoperta delle ultime settimane è: Larping. Dileggiare chi si finge quello che non è. Io la capisco, la gioventù, che come ogni gioventù ha da reinventarsi almeno tre cose: con il sesso non ci stanno riuscendo, con la malinconia si arrabattano senza trovare vie d’uscita artistiche convincenti e ci sarebbe poi il conformismo, dove se la cavano meglio con questo gioco “diamo la definizione, così sembra che l’abbiamo inventata noi”. E così trovano un nome nuovo a storie stravecchie, e se le intestano come fenomeni inediti. Li si lascia fare, noi vecchi, con affetto.
Il termine Larping deriva da quei giochi di ruolo medievali dal vivo, quelli che guardo sempre con un certo sbigottimento: alcuni appassionati si mettono i mantelli, prendono le spade di plastica, prenotano un castello per un fine settimana e fanno il carnevale. Larping – che qui diventa parola estensiva – fa il verso a molti: quelli che nell’ultimo inverno andavano a correre in città con la bandana e senza maglietta, dopo aver visto Love Story, la serie tv sull’ultimo Kennedy splendido, e facevano i John-John sul corso Garibaldi. Quelli che vanno due settimane a New York e ti spiegano come si sta a New York quartiere per quartiere. Quelli invitati in barca dall’amico ricco che si sentono Gianni Agnelli al largo di Capri.
I giovani americani sono digiuni di Vanzina e hanno solo scoperto il poser, storico personaggio italiano, che merita altro che derisione. L’epopea nazionale del darsi un tono, il tentativo di sembrare un poco più belli, colti e mondani di quanto la provvidenza abbia consentito lo vogliono catalogare tra le patologie della contemporaneità. Va detto pure che Instagram ha ben industrializzato la finzione, ora è un giochino alla portata di tutti. Una volta la faccenda era più complicata, quelle erano operazioni millimetriche di simulazione, si dovevano avere gli amici giusti, frequentare i posti che il lignaggio e la tasca non consentivano, si dovevano sviluppare abilità darwiniane di adattamento e faccia tosta. O eri bravissimo, o erano gran capitomboli. Per i cultori dell’italica specie del poser, c’è la magnifica parodia: il conte Mascetti di Monicelli, in Amici miei, un film che è il nostro mito greco, con personaggi che non esistono racconta quel che esiste da sempre.
La generazione ossessionata dall’autenticità sembra terrorizzata dall’idea che esistano quelli che si mettono addosso un mantello e lavorano su un’identità non ancora conquistata. Se fai qualcosa senza i titoli, stai larpando. E’ la polizia del sii te stesso. Gran fesseria, perché l’idea che tutti siamo qui per essere autentici è un programma piuttosto modesto. E’ il secondo pollice opponibile dell’homo sapiens, fingere di essere migliore di quel che è. E’ lo stesso costrutto dell’ipocrisia: peccato mortale a vent’anni, poi diventa vivere civile, fino a “ipocrita – ma chi non lo è?” per il resto della vita. L’ipocrisia per sfortuna sua è nata sotto le stelle sbagliate del dizionario, ha una fama orrenda perché pensi subito al moralista lercio. Ma ne esiste un’altra, di ipocrisia, più frequente e assai meno giudicabile: l’ipocrisia di chi si comporta meglio di come gli verrebbe naturale. Ipocrisia virtuosa: sorridi con garbo agli insopportabili e devi dire “interessante” a parecchie scemità. Frequentare persone più intelligenti sperando che qualcosa resti attaccato: a rigore, è tutto Larping. Ma è anche l’unico modo per farcela. L’imperativo contrario non fingere mai è parecchio più pericoloso. Restare per sempre identici a sé stessi vuol dire una sola cosa: che per sempre resterai pure nel posto che ti darà un po’ chi capita.