Società
l'intervista •
Nelle città delle ondate di calore il fresco è un'infrastruttura, non un elettrodomestico. Parla Carlo Ratti
"Per trent'anni abbiamo considerato l'adattamento una resa, ma il caldo è già la nostra realtà". Dalla forestazione urbana al teleraffrescamento, l'architetto e urbanista racconta come ripensare città progettate per un altro clima

“Per trent’anni la parola adattamento è stata trattata come una bandiera bianca, come se prepararsi a un mondo più caldo significasse accettarlo. Oggi paghiamo quella ritrosia”. Nella settimana in cui il ministero della Salute del governo Meloni avverte dell'arrivo della quarta ondata di calore dell'estate, Carlo Ratti, architetto e urbanista, ragiona insieme al Foglio sulle possibilità concrete che hanno le città e i loro abitanti di affrontare la sfida delle alte temperature. Partendo da un dato: per contenere il problema, finora tutti gli sforzi e le risorse si sono concentrate sul taglio delle emissioni, trascurando tutte le azioni che possono rendere meno asfissianti le estati in città perché considerate come una resa. “Ridurre le emissioni resta l’unico modo per impedire che il problema continui a crescere. Ma non possiamo dimenticare l’adattamento, perché il caldo non è più una previsione: è già la nostra realtà. È anche per questo che lo abbiamo posto al centro della Biennale di Venezia”, dice allora Ratti, che lo scorso anno ha diretto la Mostra sul filo di questo tema.
Come deve cambiare allora l’esperienza quotidiana e come può contribuire l’architettura?
Prima di accendere l’aria condizionata al massimo abbiamo molte altre possibilità. Innanzitutto possiamo tornare a imparare dall’ambiente, come faceva l’architettura tradizionale. Le torri del vento persiane portavano la brezza dentro le case; le città arabe filtravano la luce attraverso le mashrabiyya; le shophouse di Singapore regalavano ai pedoni chilometri di ombra ininterrotta. Era intelligenza climatica, accumulata in secoli di prove ed errori.
Il compito oggi è recuperare quei dispositivi — dall’ombra profonda alla massa termica, fino alla ventilazione incrociata — e aggiungere ciò che il vernacolo non aveva: edifici capaci di percepire il proprio microclima e adattarsi in tempo reale.
Ma può adattarsi anche il nostro modo di vivere. Eliminare l’obbligo della giacca in ufficio equivale a ridurre di un paio di gradi il fabbisogno di raffrescamento. Una pausa nelle ore più calde permette di lavorare meglio quando torna il fresco. Succede ancora oggi in Spagna, ma era normale anche nelle campagne piemontesi dove sono cresciuto: d’estate ci si alzava alle sei, si posava la roncola verso le dieci e si riprendeva nel tardo pomeriggio.
Quali sono oggi gli errori urbanistici che paghiamo di più e da dove bisognerebbe ripartire?
L’errore più evidente è aver seppellito il suolo. L’asfalto nero accumula calore tutto il giorno e lo restituisce tutta la notte. Inoltre rende le nostre città impermeabili, aggravando il rischio di allagamenti.
Per questo oggi si parla tanto di città spugna: un modello che restituisce permeabilità al terreno e fa spazio al verde.
Nel 1898 Ebenezer Howard immaginò la città giardino come riconciliazione tra città e campagna. Il Novecento ne ha però trasformato l’idea nel suburbio diffuso. Abbiamo portato la città nel giardino, asfaltando lungo il percorso. Ora dobbiamo fare il contrario: riportare il giardino dentro la città, soprattutto nei quartieri più densi, dove si concentrano il caldo e le persone.
Sta già accadendo, con programmi di forestazione urbana, depaving e boschi cittadini. Le rilevazioni termiche che abbiamo presentato con il Senseable City Lab alla Biennale dello scorso anno, da Amsterdam a Dubai, mostrano che alberi maturi possono abbassare la temperatura di una strada stretta fino a cinque gradi.
La tecnologia può aiutarci a gestire questa sfida? Qual è l’innovazione che oggi potrebbe cambiare davvero il modo in cui raffreschiamo le città?
L’innovazione più importante è un cambio di prospettiva. Dobbiamo pensare al fresco come a un’infrastruttura, al pari dell’acqua o dell’elettricità, e non come a un elettrodomestico: una scatola bianca imbullonata a una finestra.
I piccoli scatolotti gocciolanti che ancora oggi punteggiano le facciate degli edifici di tutto il mondo discendono da una tecnologia inventata negli Stati Uniti nel 1902. Oggi esistono sistemi migliori, che possono scambiare calore con il terreno o con l’acqua, dove le temperature sono più basse. Questo si traduce in una maggiore efficienza, evitando al tempo stesso di immettere ulteriore calore nell’atmosfera urbana.
Inoltre, uno dei punti di forza dell’Europa, le reti di teleriscaldamento, può essere riconvertito per il raffrescamento estivo. Integrate con sistemi di accumulo termico, queste reti permettono di produrre “freddo” quando l’energia è abbondante e a basso costo, per poi utilizzarlo nei momenti di picco delle temperature. Infine, sensori in tempo reale e intelligenza artificiale possono ottimizzare l’equilibrio tra produzione di energia e domanda di raffrescamento in modi che fino a poco tempo fa non erano possibili.
Approcci di questo tipo potrebbero dare vita a infrastrutture di raffrescamento più intelligenti, efficienti e sostenibili. Potrebbero inoltre generare nuove opportunità industriali in un settore nel quale il continente continua a eccellere, grazie ad aziende come Danfoss, Bosch e Schneider Electric. L’Europa dovrebbe cogliere questa occasione per sviluppare un nuovo modello di raffrescamento urbano, capace di rispondere non solo alle proprie esigenze, ma anche alla crescente domanda proveniente dal Sud globale
Qual è la città che oggi considera il laboratorio più avanzato dell’adattamento al caldo? E quale scelta concreta, già sperimentata lì, potrebbe essere adottata domani mattina anche in una città italiana come Roma o Milano?
Direi Parigi. È tra le grandi città europee che hanno investito di più nell’adattamento al caldo, con un ambizioso programma di forestazione urbana, una rete di rifugi climatici e una delle più grandi reti di teleraffrescamento d’Europa, gestita da Fraîcheur de Paris. Eppure, anche quest’estate, persone sono morte sole nelle loro case, sotto i tetti. Segno che bisogna accelerare ancora.
Un tema a me particolarmente caro è la forestazione urbana, che resta il modo più sostenibile per raffrescare le città. Nelle città storiche italiane questo richiede un dialogo stretto tra cittadini, amministrazioni comunali e soprintendenze. Ma bisogna cominciare subito.
Fra trent’anni guarderemo le città di oggi come oggi guardiamo quelle costruite prima delle fognature o dell’elettricità: luoghi progettati per un mondo che non esiste più? Oppure il cambiamento climatico sarà ricordato come l’occasione che ha reso le città più intelligenti, più vivibili e magari più belle?
Spero entrambe le cose. Il colera non ha dato all’Ottocento soltanto le fognature. Ha dato a Londra e a Parigi i parchi, i lungofiumi e, in fondo, la loro forma moderna. La paura dell’aria cattiva e dell’acqua contaminata si trasformò nella stagione più fertile della storia del progetto urbano.
Il caldo può produrre la stessa trasformazione, se sapremo prenderlo sul serio come i nostri bisnonni presero le epidemie. Allora le città di oggi — sigillate, grigie, dipendenti da macchine che scaldano ulteriormente le strade — appariranno ai nostri nipoti come oggi appaiono a noi le città prima dell’igiene moderna: non malvagie, semplicemente inconsapevoli di qualcosa che, col tempo, è diventato ovvio.
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Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Oggi è responsabile del Foglio.it.
