Sorelle smarrite: un'indagine sul femminismo in crisi

La deflagrazione è avvenuta: sono spuntate parole come censura, violenza, sopraffazione. Avvengono interruzioni, irrisioni, insulti. I temi di divisione sono da anni sempre gli stessi. Il dialogo faticoso e l’amore dimenticato

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Migliaia di associazioni, centri antiviolenza, case delle donne, gruppi di studio. Una realtà diffusa ma non capitalizzata in iniziative che cambino i rapporti di forza (Getty)

Nel femminismo diffuso, soft e un po’ stucchevole che domina la comunicazione, per cui nascere femmina oggi è una gran bella cosa, non come per quelle sfigate degli anni Cinquanta, che dovevano ancora guadagnarsi il terreno, una cosa si dà per scontata: tra donne, anzi sorelle, ci si capisce, ci si appoggia, e la migliore amica non ha mai goduto di così grande fortuna. La rivalità tra donne, quella delle zuffe a strapparsi i capelli, appartiene al passato, è uno stereotipo inventato dagli uomini per screditarci, anzi per governarci meglio. Ostracizzato per decenni, croce per generazioni di giornaliste che si vedevano cassare la parola innominabile, il femminismo oggi è doverosamente di moda. Anche se, verrebbe da dire. Perché a questo riconoscimento sociale collettivo corrisponde non una lietezza per la popolarità raggiunta, ma uno sgomento o meglio smarrimento per lo stato attuale del movimento delle donne, in forte crisi di identità. C’è una realtà conflittuale sopita o “agita”, come si dice in gergo, sottotraccia, perché si deve prima di tutto “restituire” alle altre. E se non si riesce a restituire? E se si finisce per strapparsi i capelli? Nella tarda primavera di quest’anno la deflagrazione è avvenuta. Sono spuntate parole come censura, violenza, sopraffazione. Avvengono interruzioni, irrisioni, insulti. I temi di divisione sono da anni, dai tempi dell’invasione culturale gender e woke, sempre gli stessi: la gestazione per altri, il sex work, l’intersezionalità, che si concretizzano poi nello scontro generazionale… Pensiero della differenza sessuale versus femminismo intersezionale e transfemminismo, ormai si deve parlare al plurale.
Per ricordare la filosofa che ci ha insegnato il linguaggio della madre e che ci ha appena lasciato, riprendere in mano L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto di Luisa Muraro (Morcelliana, 2023): c’era già tutto. La verità è che il femminismo è in stallo, diviso tra le sue diverse anime e bloccato nella capacità di formulare obiettivi concreti, che ci sarebbero. E nonostante esista una presenza importante, fatta di migliaia di associazioni, centri antiviolenza, case delle donne, librerie, riviste, gruppi di studio, corsi nelle università, una realtà diffusa ma non capitalizzata in iniziative che cambino i rapporti di forza. Perché, si sa, il tema del potere è l’elefante nella stanza per ogni donna, e lo è ancora di più in questo momento. Desiderato, rifiutato, pensato diverso, in un’ondivaga relazione con le istituzioni. E oggi, siamo davanti a una presenza che si accontenta dei talenti femminili dispiegati a profusione, ma che rimane diffidente rispetto a chi di loro il potere lo conquista e lo esercita. La vulgata che le donne in politica “diventano come gli uomini” è sempre attuale. Conquistata l’emancipazione e rotto il soffitto di cristallo, che ne è del contributo delle donne per una nuova civiltà?
Interruzioni, irrisioni, insulti. I temi di divisione sono, da anni, sempre gli stessi: la gestazione per altri, il sex work, l’intersezionalità
In un pomeriggio della canicola milanese di fine giugno, decido di andare alla Casa delle donne di via Marsala, il centro di aggregazione e di promozione sociale e culturale che ha il placet dell’amministrazione comunale: c’è un dibattito sul tema che ha messo in subbuglio il mondo delle donne. Chissà, magari in una situazione collettiva riesco a trovare il bandolo per scrivere di questa situazione considerata da tutte davvero incresciosa, ma altrettanto difficile da affrontare. E’ presente Carlotta Cossutta, ricercatrice in filosofia politica all’Università Statale di Milano, figura emergente nella realtà milanese. La responsabile del “tavolo fem” introduce, chiarendo che l’obiettivo è non tanto discutere dei contenuti divisivi ma esclusivamente sul metodo per affrontare il conflitto, “nell’ambito delle pratiche di convivenza del femminismo”. Carte alla mano, riepiloga i fatti, riportando i testi delle controparti. Nella sede della Casa delle donne di Pisa è stata cancellata una presenza semplicemente perché non risultava più gradita. L’esclusa Monica Lanfranco, invitata come direttrice della rivista Marea, l’ha rivelato su Facebook. Pochi giorni dopo una lettera pubblica della Rete Dichiariamo si rivolge “alle femministe che hanno a cuore la politica delle donne e i suoi spazi”. Il cahier de doléances è lungo: presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto a fiere dell’editoria, lezioni universitarie boicottate, sale concesse per dibattiti o presentazioni revocate il giorno prima, talvolta dopo mailbombing o velate minacce alle organizzatrici dell’incontro (non ci sentite l’assonanza con quel che succede nel resto del paese, tra convegni e premi letterari?). “E’ una dinamica che crediamo debba essere fermata, nell’interesse di tutte. Mai prima d’ora la libertà dei singoli luoghi associativi delle donne era stata messa in discussione e ostracizzata da simili pressioni. Nel femminismo ci sono e ci sono sempre state posizioni e visioni differenti, conflitti aspri e polemiche anche dure, ma che si sono sempre esplicitate nel confronto”.
Un altro episodio a Bologna, dove alla Biblioteca delle donne è stata annullata la presentazione del libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, Donne si nasce (e qualche volta si diventa), il titolo più contestato. Da parte loro, le ragazze bolognesi di Non Una di Meno hanno spiegato che molte transfemministe non si sarebbero sentite a loro agio, la loro sensibilità non sarebbe stata rispettata. Il dibattito a più voci conferma che annullare un evento è di per sé un atto violento, e che sarebbe stato meglio rinegoziare l’incontro. Interviene Carlotta Cossutta: “Riconosco la mia scomodità a incarnare in parte Non Una di Meno. Ma per motivi generazionali – mi sono avvicinata al femminismo nel primo decennio del Duemila – nella mia formazione hanno contato sia il pensiero della differenza che il movimento. Penso che dobbiamo fare un passo indietro, ricordiamoci che tutto è stato amplificato dai social. A me la parola terf usata come arma contundente non piace, ma nemmeno pappona a chi sostiene il sex work. Abbassiamo i toni, e proviamo a tessere un dialogo”. La parola più evocata nel dibattito è “relazione”, la più ambita ma sempre inadeguata o insufficiente, e a lei inevitabilmente si ritorna. I temi divisivi sono stati esclusi, ma ogni tanto rispuntano. “Lasciamo fuori la politica dalle nostre discussioni”, dice a un certo punto una socia, quella politica che si sta polarizzando ogni giorno di più. Attenzione a non farci trascinare, è il retropensiero. Il bandolo forse l’ho trovato. Non so se ce ne siamo accorti, ma nelle tante manifestazioni di piazza degli ultimi tempi non c’è più differenza tra gli slogan gridati dalle ragazze da quelli dei ragazzi. In una sorta di riavvolgimento delle pizze dei vecchi film, maschi e femmine gridano all’unisono, come ai tempi di Fragole e sangue. Che rispunti il neutro universale in chiave antagonista, in una sorta di mutamento antropologico delle nuove generazioni? E’ vero che la guerra contagia e polarizza, ma davvero dobbiamo sdoganare il diritto all’odio e avvelenare i pozzi? Anche il pacifismo ecumenico che ha sempre distinto il movimento delle donne si è contaminato. Eppure lo sguardo dissidente e trasversale sulla guerra è stato un elemento portante del pensiero delle donne, da Simone Weil e le sue riflessioni sull’Iliade, alle parole di Virginia Woolf del 1940, dedicate al pilota inglese in Pensare la pace durante un raid aereo, alla Cassandra di Christa Wolf.
Che il clima si sia incrudelito lo dimostrano anche i titoli dei libri. A Quel che resta del femminismo (LiberiLibri, atti del convegno del 2025 I femminismi di fronte alla cultura woke), curato da Anna Paola Concia e Lucetta Scaraffia, risponde un altro, Giù le mani dal femminismo, Rizzoli, in cui tre autrici di tre generazioni diverse, Giorgia Serughetti, Rosi Braidotti, Jennifer Guerra – rifacendosi alle tre ghinee di Virginia Woolf, quelle da spendere per la propria libertà – accusano le indebite appropriazioni del femminismo da parte delle destre e la distorsione della sua genealogia. E non basta che il volto del potere in questi ultimi anni abbia assunto “sembianze femminili” (sic), non basta una donna a Palazzo Chigi… E’ guerra guerreggiata, insomma, dove lo scontro politico entra a piene mani.
La guerra anche nei libri: “Quel che resta del femminismo” di Concia e Scaraffia e “Giù le mani dal femminismo” di Serughetti, Braidotti e Guerra
“Una parte del femminismo italiano è da sempre caratterizzato da questa sudditanza al fatto quotidiano sparato a raffica, che cattura la testa e che fa solo reagire, scegliere l’essere sempre contro e non invece l’agire per qualcosa”, dice la filosofa Annarosa Buttarelli, fondatrice della Scuola di alta formazione per donne di governo. “Il pensiero della differenza individua la radice del pensare nel sentire, mentre la negazione del sentire è l’ultima eredità del pensiero illuminista. Le ragazze poi sono motivate dal loro innato bisogno di giustizia e cadono nella trappola, e il loro senso della libertà si riduce facilmente a ideologia”. Mistica e sulfurea insieme, Buttarelli viene anche lei come Luisa Muraro dalla comunità filosofica di Diotima, nata all’Università di Verona. Mistica perché sulle mistiche molto ha studiato, indicandole come modelli intellettuali ancora attuali, sulfurea per il carattere schietto e la capacità di creare legami tra le componenti peregrinanti del movimento delle donne. L’ultimo suo contributo alla storia del pensiero femminile è stata la cura della riedizione di tutti gli scritti di Carla Lonzi, per La Tartaruga-La nave di Teseo, fuori catalogo da decenni, e anche di un volume a più voci sempre su Lonzi dal titolo Ti darei un bacio (Moretti&Vitali), mentre l’ultimo suo saggio è Pensiero osceno, Lo scandalo delle donne che pensano, pubblicato da Tlon. “Filosofe europee come Hannah Arendt e soprattutto Maria Zambrano, nella congerie della Seconda guerra mondiale hanno stigmatizzato entrambe la dittatura del fatto quotidiano, hanno messo in guardia rispetto all’egemonia dei fatti di cronaca. Il pensiero delle donne andrebbe nutrito piuttosto dal senso della relazione, dell’apertura all’altro, dell’amore per la differenza. E dell’amore tout court, quello che oggi chiamiamo magari con la parola empatia. C’è mai stato davvero?”.
“Il pensiero delle donne andrebbe nutrito dal senso della relazione, dell’apertura all’altro, dell’amore”, dice la filosofa Annarosa Buttarelli
Il lavoro che Buttarelli ha fatto sugli scritti di Carla Lonzi le hanno confermato come al centro del pensiero dell’icona del femminismo degli anni Settanta, l’autrice di quei Sputiamo su Hegel e di La donna vaginale e la donna clitoridea sia proprio il desiderio. “Il disastro contemporaneo ha ucciso la capacità di desiderare, è sparito l’erotismo – quell’eros come amore per la vita – ed è rimasto solo il sesso, oggetto di consumo. Viviamo con un malinteso senso della libertà, una sorta di epicureismo che ci porta a vivere alla giornata, stato d’animo molto comune tra le più giovani, che sentono che è stato rubato loro il futuro, non vedono un orizzonte, quel tempo lungo dove ci possono rientrare lavoro, famiglia, obiettivi chiari. Un punto di forza però ce l’hanno: le accomuna il sentimento positivo dello stare insieme, che è la radice millenaria della storia delle donne”.
Ma cosa succede a chi le censure le subisce? Lo chiediamo a Olivia Guaraldo, docente di Filosofia politica al dipartimento di scienze umane dell’Università di Verona e coautrice di Donne si nasce, il titolo più contestato. “Quando Adriana Cavarero, nell’incontro Ethics Vulnerability a Verona con Judith Butler, davanti alle contestazioni aveva chiesto: possiamo dire che ognuna di noi qui presente è nata da donna? In risposta c’è stato un boato che ha fatto venire giù il soffitto. Vedo in queste censure non solo la negazione del senso comune, nuovi stereotipi che hanno alterato la lingua, ma anche lo spettro del totalitarismo. Quando impedisci all’altra di parlare con un atteggiamento squadristico, da bulle, con le interruzioni, i booh, le risate, annichilisci l’interlocutrice e crei una doppia connivenza, perché scatta la paura di non essere accettata. La logica della contrapposizione ha preso la mano da troppo tempo. E ci chiediamo perché è arrivato Vannacci? Qualcosa però sta cambiando: molte ragazze si sono stancate, vorrebbero che ci si rivolgesse a loro in quanto donne, non siamo una minoranza fra le tante e non vogliamo sparire negli asterischi, ci dicono”. E’ proprio questo il nocciolo, le donne non sono un ceto sociale o etnico, sono metà dell’umano, come avrebbe detto Edgar Morin.
Olivia Guaraldo, autrice del contestato “Donne si nasce”, critica la logica della contrapposizione: “E chiediamo perché è arrivato Vannacci?”
“La libertà l’abbiamo formalmente guadagnata”, dice ancora Guaraldo, “ma non abbiamo mai avuto un ordine simbolico che ci abbia dato autorità e forza per gestirla, e abbiamo imitato il modello maschile della prestazione. Siamo in una fase in cui la libertà delle donne ha alterato gli equilibri, e l’attacco alla nostra libertà prende altre forme. Nel nostro libro, ribaltando il titolo di Simone de Beauvoir, ci siamo chieste: come donna esisto oltre la mia oppressione? Se non sciogliamo questo nodo rimarranno le fratture tutte ideologiche, che creano conformismi e reazioni di schieramento”. E poi meno social, please, suggerisce Guaraldo. “Per quanto mi riguarda, sto lavorando sull’eros della democrazia, sulla possibile felicità pubblica”. Ecco che rispunta l’eros, il desiderio evocato. In fondo dell’eros, ragazze, siamo sempre state maestre.