Chi vuole la censura in tv dei muscoli tesi è un luterano plebeo e anticlassico

Oggi il bacchettonismo da ayatollah e la pruderie da professorini, riconoscibili nei discorsi zeppi di “sessualizzazione”, “oggettificazione”, “stereotipizzazione”, vogliono sottrarre alla vista i corpi che nello sforzo tendono i muscoli, specie se femminili
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Foto LaPresse

Certe volte i paesi islamici sono all’avanguardia, come in questo caso. Da quando lo sport va in tv, proibiscono le inquadrature ravvicinate delle ragazze e, ogni tanto, interrompono le trasmissioni. Ce n’è voluta, ma ci siamo arrivati anche noi: Glen Killane, responsabile dello sport per l’associazione delle reti pubbliche europee – la stessa dell’Eurovision –, ha spiegato che “la sessualizzazione delle atlete attraverso precise angolazioni di ripresa e scelte di montaggio continua a essere una preoccupazione significativa in molte dirette televisive”. Mettersi ai blocchi di partenza va bene. Zoomare sulle centometriste accosciate, no. I famosi glutei di marmo, che scatenano l’invidia ammirata di tutti e tutte, dovremo scordarceli. Tra un po’ le emittenti chiederanno all’AI di sovraimprimere “braghettoni” come quelli che Daniele da Volterra dipinse sui nudi della Cappella Sistina. Sarebbe un interessante ricorso storico. I papi che avevano commissionato gli affreschi si rallegravano delle sensuali anatomie di Michelangelo.
Ma la rivolta di quegli zotici di luterani costrinse la curia ad aggiungere mutande e foglie di fico, per non dare corda a chi accusava Roma di essere rimasta pagana. Oggi il bacchettonismo da ayatollah e la pruderie da professorini – riconoscibili nei discorsi zeppi di “sessualizzazione”, “oggettificazione”, “stereotipizzazione” – vogliono sottrarre alla vista i corpi che nello sforzo tendono i muscoli, specie se femminili. Allo stesso modo, gli estremisti della Riforma distruggevano le immagini con Cristi nerboruti e Madonne flessuose, capaci di far dimenticare ai fedeli, per qualche istante, che la nostra è una valle di lacrime. Il pregiudizio plebeo e anticlassico, che mandava gli accigliati tedeschi fuori dai gangheri davanti alle feste della corte papale, torna nei sermoni di quanti, invece delle indulgenze, si scandalizzano per un salto in alto.
Tucidide racconta che gli spartani furono i primi ad allenarsi nudi e ungersi d’olio, per brillare al sole e offrirsi meglio agli sguardi degli spettatori. Le ragazze praticavano la corsa, la lotta e il lancio del disco con tuniche striminzite, o addirittura senza, come i maschi. I popoli d’Asia, invece, gareggiavano coperti. Dettaglio nel quale i greci leggevano un segno della propria superiorità, sintetizzata nella kalokagathia: bellezza e prestanza fisica come specchio di un animo libero e nobile. Un suo cantore moderno, Walt Whitman, celebrava “il nuotatore nudo nella piscina attraverso il verde trasparente” e i lottatori “vigorosi, di buon carattere”, manifestazioni rituali di una vitalità “elettrica”.
Dietro lo zelo di chi desidera mostrare la performance ma non le atlete si nasconde l’eterno piagnonismo contro cui combatterono i greci, il Rinascimento italiano e gli americani quando erano ancora giovani. Per fortuna il corpo ha una salute e una pazienza più forti dei suoi detrattori. E, alla fine, anche i braghettoni di Killane cadranno.