Società
Il clima culturale •
Sesso, libertà e teorie del complotto. Cosa si può capire dal caso Epstein della società contemporanea
Moralismo e antisemitismo. Il mondo progressista coinvolto, la sinistra che lancia una caccia alle streghe contro le élite privilegiate, la “ragnatela” ebraica

Nikki Baker, responsabile dell’assistenza clienti presso Disrupting Traffic, scrive un biglietto da appendere alla bacheca della Sala di lettura commemorativa dedicata a Donald J. Trump e Jeffrey Epstein (Foto LaPresse)
Al di là dei reati, antichi, di Epstein, il suo caso mette in risalto alcuni aspetti del mondo in cui viviamo come il malcontento di una parte, specie bianca, della popolazione di quelli che una volta si autodefinivano paesi avanzati e la propensione a elaborare teorie del complotto che questo malcontento alimenta in chi rifiuta di riflettere sulle nostre responsabilità nel determinare la situazione in cui viviamo. Il clima culturale cui il caso Epstein è legato offre però soprattutto lo spunto per sollevare un aspetto, quello sessuale, del nucleo essenziale di quelle responsabilità. E’ un nucleo costituito da comportamenti che sono legati a due fenomeni positivi verificatisi in Europa negli ultimi due secoli del secondo millennio: la progressiva diffusione a strati sempre più larghi della popolazione, permessa dallo straordinario aumento del benessere, di stili di vita individuali prima appannaggio di piccoli gruppi privilegiati, economicamente o intellettualmente; e l’altrettanto stupefacente allungamento delle nostre vite.
Ciò rende difficile discuterne, perché farlo vuol dire interrogarsi sul legame tra questi stili di vita e il crollo della natalità, l’invecchiamento delle nostre società e la marginalizzazione oggettiva dei giovani che ancora vi nascono, vale a dire sulle cause principali delle crisi che le feriscono e determinano il malessere che nutre il malcontento di molti dei loro appartenenti. Il sesso è infatti al tempo stesso una componente e una manifestazione essenziale dei comportamenti della nostra nuova “modernità” e il caso Epstein offre perciò lo spunto per scorgere alcune loro radici e guardare alla loro evoluzione e all’intreccio di essa con la storia della sinistra.
Ricordo prima alcuni dati essenziali. Jeffrey Epstein, nato nel 1953 in una modesta famiglia di Brooklyn, percorse il normale cammino di un giovane ebreo intelligente e energico studiando (ma senza laurearsi) prima alla Cooper Union e poi alla New York University. Insegnante in una scuola privata di Manhattan, fu poi assunto da una istituzione finanziaria e fondò a fine anni Ottanta una sua azienda di consulenza per la gestione patrimoniale. Risale a quegli anni la costruzione di un grande giro di prestazioni sessuali a pagamento, fondato sul reclutamento di giovani donne, anche minorenni, in un momento in cui l’uso del sesso per festeggiare eventi o successi era diventato la norma, soprattutto ma non solo negli Stati Uniti. Come scoprì nel 2005 la polizia di Palm Beach, questo reclutamento riguardava anche minorenni. Epstein minimizzò allora i danni dichiarandosi colpevole di reati legati alla prostituzione in Florida, scontando circa un anno con un blando regime di detenzione e evitando più pesanti accuse federali grazie a Alexander Acosta, un avvocato cubano-americano poi segretario del Lavoro nella prima amministrazione Trump. Il caso riesplose a fine 2018, grazie all’inchiesta di una giornalista che provò come nel 2005 fossero emersi decine di casi di sfruttamento di minori messi a tacere con l’aiuto di Acosta, costretto per questo alle dimissioni. Nel luglio 2019 Epstein fu arrestato con l’accusa di traffico sessuale di minori e poco dopo si suicidò in carcere a New York.
Sotto forte pressione MAGA, pochi mesi fa il dipartimento di Giustizia ha pubblicato circa tre milioni di pagine di suoi documenti, tra cui tantissime e-mail. Per l’Economist, la maggior parte di esse sono relative a suoi dipendenti e collaboratori o a scambi anche di contenuto sessuale tra Epstein e alcune sue corrispondenti, ma un importante nucleo riguarda personalità della finanza, della scienza, della cultura e della medicina, dei media, della politica e del mondo delle imprese, non necessariamente coinvolte nel giro della prostituzione. La maggioranza di questi corrispondenti risiedeva negli Stati Uniti, ma ve ne erano anche in Europa, nei paesi arabi, ecc. Tra essi si trovano miliardari come Peter Thiel, Elon Musk e Bill Gates e celebrità come Woody Allen e Deepak Chopra, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, il consigliere giuridico della Casa bianca di Obama, Kathryn Ruemmler, Ariane de Rothschild, Larry Summers, già segretario del Tesoro di Clinton e poi presidente di Harvard, e il grande linguista nonché icona della sinistra radicale Noam Chomsky.
Questi nomi sembrano indicare che il mondo di Epstein, pur coinvolgendo anche importanti rappresentanti della destra, era un mondo “progressista”: anche il Trump che vi compare era allora un registered democrat, un conoscente dei Clinton che contribuì nel 2008 alla campagna di Hillary, sostenendo però poi McCain contro Obama. Anche l’elenco delle personalità costrette alle dimissioni a seguito della morte di Epstein e del rilascio dei nuovi documenti punta, anche se non sempre, nella stessa direzione. Oltre al principe Andrea, ai ceo di Barclays e Apollo, al fondatore di Victoria’s Secret e al presidente degli Hyatt Hotel si sono dimessi l’ex direttore del MIT Media Lab, nonché membro del board del New York Times; i già ricordati Kathryn Ruemmler e Larry Summers, che siedeva dal 2023 anche nel consiglio di OpenAI; il laburista Peter Mandelson, che tanto danno ha causato a Keir Starmer e Jack Lang, già ministro della Cultura di Mitterrand. Ma i nomi che si trovano negli Epstein files sono tantissimi e includono anche Bill Clinton e celebri avvocati come Alan Dershowitz, anche se va sempre ricordato che la struttura di Epstein contattava insistentemente persone con cui riteneva conveniente instaurare rapporti.
Naturalmente comportamenti come quelli svelati dall’inchiesta su Epstein sono sempre esistiti, specie ma assolutamente non solo tra i ceti privilegiati, come sono sempre esistite pulsioni sessuali affrontate in passato con un misto di repressione e ipocrisia. E l’unica cosa da augurarsi in questi casi è che siano condotte indagini serie e puniti i reati commessi, tutelando la reputazione dei tanti coinvolti senza colpa. Ma gli elementi per costruire una teoria populista del complotto ci sono tutti, e la natura delle relazioni di Epstein aiuta a spiegare il proliferare di teorie MAGA circa l’esistenza di “élite liberal” impegnate nel traffico dei minori sotto la protezione di giudici, Fbi, media e apparato federale e l’irruenza della destra nel chiedere che sia fatta piena luce in una campagna che riprende quella del pizzagate nel 2016 contro la Clinton. La storia e il nome di Epstein hanno reso anche possibile ancorare questa teoria a una “ragnatela” ebraica che ne avrebbe sostenuto e usato la struttura a favore di Israele, alimentando l’impressionante rifiorire – specie ma non solo a sinistra – di campagne d’odio contro gli ebrei. Attirandosi il plauso di Di Battista, la giornalista Rula Jebreal, sostenitrice della causa palestinese e finita anche lei senza colpa negli Epstein files, ha per esempio definito la rete di Epstein “un’operazione di ricatti sessuali israeliani”, riprendendo le tesi del movimento per il boicottaggio di Israele, che la aveva battezzata “un’arma israeliana di estorsione di massa”.
Purtroppo, come dimostrano le oscillazioni del New York Times, la sinistra americana, ma anche parte di quella italiana, sembra sentire il richiamo della possibilità di partecipare a una caccia alle streghe contro élite privilegiate, corrotte e “vicine a Israele” che unisce voyeurismo e curiosità morbosa all’idea di una Sodoma e Gomorra del “capitalismo” (una figura retorica più che una categoria analitica) e dell’ineguaglianza (che esiste eccome), capace di attizzare e giustificare l’odio contro ricchi e potenti. Al di là della sua sgradevolezza, questa attrazione costituisce un altro dei segni che, come il moralismo o l’antisemitismo, annunciano la trasformazione radicale dell’ideologia di almeno una parte del vecchio mondo progressista. Visto il passato di questo mondo, strettamente legato tanto ai miglioramenti di cui si diceva quanto alla promozione degli stili di vita che li stanno minando, questa trasformazione potrebbe avere devastanti ricadute autolesioniste. E’ su questo passato che varrebbe perciò la pena di riflettere, per capire come uscirne, anche se qui posso solo limitarmi a elencare alcuni elementi e passaggi che mostrano quanto sarebbe opportuno farlo.
L’importanza crescente della “rivoluzione sessuale” per le società moderne fu segnalata già negli anni Cinquanta da un grandissimo sociologo socialista-rivoluzionario russo, Pitirim Sorokin, espulso dall’Urss dopo la guerra civile e fondatore nel 1930 del dipartimento di sociologia di Harvard. La guerra e la riflessione su quella che interpretava come decadenza della cultura “occidentale” lo spinsero verso posizioni conservatrici, alimentate dalla sua paura che i cambiamenti nei costumi sessuali non avessero solo un contenuto liberatorio, ma potessero produrre effetti sociali molto negativi. Le sue analisi lo portarono a diventare un punto di riferimento per la nuova destra americana, e certo i suoi scritti di allora si leggono spesso con fastidio e sono sostanzialmente sbagliati, perché imputano al sesso mutamenti che hanno radici molto più profonde.
Gli anni Sessanta e poi quelli Settanta, che Tom Wolfe definì sul New Yorker la “Me” Decade, sembrarono però giustificare le preoccupazioni si Sorokin circa l’impatto di certi comportamenti e le correnti più profonde di cui erano una manifestazione, e importanti intellettuali di sinistra, come Christopher Lasch, presentarono allora il trionfo del narcisismo individualista, con la sua forte componente sessuale, come un grande pericolo. Visto che a destra in questo campo ha continuato di regola a prevalere l’accoppiata ipocrisia-repressione, una trasgressione che talvolta coincideva con violenza e oppressione anche ma non solo sessuale fu però allora più in generale e almeno discorsivamente legittimata e comunque coperta negli Stati Uniti, e non solo, soprattutto dalla nuova sinistra (ché quella più antica aveva solide radici intrise di moralismo repressivo, come insegna il proibizionismo socialista e dimostra la storia sovietica). Penso per esempio ai leader e alle pratiche di tante comunità hippie, ma pure di gruppi ancor oggi di culto, anche nel mondo woke, come le Pantere nere. Prima di entrarvi Eldridge Cleaver era stato condannato per stupro e in Soul on Ice (1968), il suo libro-manifesto scritto in carcere, razionalizzò gli stupri in chiave politico-razziale; Huey P. Newton fu accusato di violenza da una donna, poi minacciata perché non parlasse, e sono numerose le testimonianze, anche di donne dell’organizzazione, circa comportamenti che oggi susciterebbero scandalo tra gli ammiratori del gruppo e che erano invece allora considerati coerenti con la lotta politica. Quest’anno, poi, è esploso il caso di César Chávez, il leader dei braccianti “latini” onorato da Obama con la Presidential Medal of Freedom, autore dagli anni Sessanta di ripetuti abusi sessuali su minorenni e giovani ragazze mentre guidava la United Farm Workers, inclusi quelli su una sua dirigente, e di cui vengono oggi rimossi i monumenti e cancellato il nome da piazze e strade.
La vicenda europea, inclusa quella italiana, è ancora più interessante, perché punta alla diffusione, anche in alcuni dei più importanti circoli intellettuali della sinistra, di ideologie che definivano liberatorie pratiche che forse contenevano anche elementi di questo tipo ma che era irresponsabile incoraggiare e giustificare. In Francia, per esempio, Jean-Paul Sartre e Michel Foucault firmarono nel 1977 una petizione che chiedeva che fossero “abrogati o profondamente modificati” alcuni articoli relativi al détournement de mineur e di riconoscere il diritto del bambino e dell’adolescente a intrattenere relazioni sessuali con persone da loro scelte. Questo mente sia Le Monde che Libération difendevano la depenalizzazione del sesso coi minori, collegando la richiesta alla libertà sessuale anche dei minori stessi, alimentando l’atmosfera di cui vivevano persone vicinissime a Mitterrand come Lang. In Italia, Bernardo Bertolucci aveva da poco girato Ultimo tango a Parigi, giudicato un capolavoro del cinema progressista e poi inserito dall’American Film Institute tra i migliori 100 film di tutti i tempi ma oggi duramente contestato da almeno una parte del movimento delle donne. E Piero Vivarelli, fratello dello storico Roberto e come lui ex volontario della X MAS, fascista e poi comunista (fu forse l’unico membro italiano del Partito comunista cubano), nonché geniale esponente della cultura di massa della modernità, produceva e dirigeva film appunto di serie B, alcuni dei quali a sfondo esotico-sessuale come Il Dio serpente (Vivarelli fu anche l’autore di 24.000 baci e un documentario su di lui, Life as a B-Movie, è una delle cose più interessanti sulla nostra cultura del dopoguerra che mi sia capitato di vedere).
Naturalmente in Italia c’era anche Pasolini, eletto a profeta anche morale da buona parte della cultura italiana, sia di sinistra che di destra, dopo una morte tragica legata a una vita in cui il rapporto con un sesso trasgressivo e con una componente minorile aveva giocato un suo ruolo sin dall’inizio, trovando espressione artistica in Ragazzi di vita (1955) come in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Nella sua ultima intervista Pasolini rivendicò l’idea che “scandalizzare” fosse un diritto, attaccando il moralismo, mentre altrove aveva presentato il sesso non solo come desiderio fisico, ma anche come strumento di conoscenza profonda della realtà e delle classi sociali marginalizzate, della cui supposta purezza originaria, rovinata dal “capitalismo”, sentiva la nostalgia (vale a questo proposito la pena rileggere Il sogno del centauro, una raccolta delle sue ultime interviste uscita in Francia nel 1981). Si trattava di posizioni forti e per certi versi—ma certo non per tutti—apprezzabili, ma che sarebbero oggi duramente contestate da buona parte di quella stessa sinistra che lo annovera tra i suoi ispiratori.
Poco dopo la sua morte cominciarono ad apparire sul canale della tv di stato affidato ai socialisti (la componente meno moralista della sinistra italiana), e non su reti private che ancora non esistevano, i primi nudi parziali. Essi aprirono le porte a trasmissioni come Il cappello sulle 23, lanciata nel gennaio 1983, cioè quasi un anno prima di Drive in, dell’assenza delle cui ragazze alla festa di capodanno del 1986 Berlusconi si lamentò in una famosa telefonata a Dell’Utri perché avrebbe fatto arrabbiare Craxi. Era cominciata intanto la grande crescita dell’industria porno, ma già dalla fine degli anni Sessanta una parte delle canzoni presentate a Sanremo aveva un forte e esplicito contenuto sessuale, il sesso invadeva il mondo dei fumetti, anche di quelli con ambizioni artistiche, e molto spesso nei testi come nelle immagini esso si legava direttamente all’esercizio di un potere o di pulsioni che tendevano alla soddisfazione di desideri individuali. Ciò che prima esisteva su scala limitata acquistava così dimensioni di massa, testimoniate dalla crescita del turismo sessuale persino in paesi socialisti per cui molti partivano con valigie piene di calze e altri oggetti di basso costo ma là introvabili e molto desiderati. E il sesso penetrava in modo organizzato e massiccio, anche con apposite agenzie, il mondo degli affari. La comparsa dell’Aids negli anni Ottanta, le sue vittime anche importanti, tra cui lo stesso Foucault, e il timore che quelle morti suscitarono, non frenarono il fenomeno. Studi come quelli di Barbagli, Dalla Zuanna e Garelli su La sessualità degli italiani hanno dimostrato come l’Italia, a lungo uno dei paesi sessualmente più repressi d’Europa, stesse rapidamente percorrendo il cammino, cominciato prima del 1968, che ne avrebbe fatto in pochi decenni uno dei paesi all’avanguardia nel campo “di una visione più fluida, disinibita e individualistica del sesso, svincolato dalla riproduzione e centrato su emozione, affetto e ricerca del piacere”, che aveva del resto conquistato l’intero continente.
Il 1991, il crollo dei muri e la nascita di Internet alimentarono una straordinaria accelerazione di questi processi, dentro cui è cresciuto il fenomeno Epstein: specie ma non solo a est nelle stanze degli alberghi cominciarono ad apparire cataloghi sofisticati con nomi, elenchi e illustrazioni delle prestazioni particolari fornite e costi di esse, cataloghi che divenne presto possibile trovare online per qualunque centro urbano. Questo mentre il turismo sessuale cresceva vertiginosamente, con consigli, recensioni, immagini e interviste su internet, coinvolgendo milioni di minorenni, frequentate e frequentati per qualche giorno da uomini e donne dalle origini sociali e dalle convinzioni più diverse, e spesso in pensione, dei paesi più ricchi, un fenomeno che ha dello “scandaloso” ma che ha acquistato i tratti della normalità. Più in generale, fioriva il boom di siti internet che mettono a disposizione di tutti milioni di filmati i cui effetti suscitano fortissime preoccupazioni tra gli psichiatri che hanno a che fare con gli adolescenti, mentre si diffondevano fenomeni come Only fans. E’ possibile che reazioni come il Me Too o quelle allo scandalo Epstein siano segnali di un’oscillazione del pendolo in senso inverso anche a sinistra, dove del resto è stata a lungo forte una tradizione di lotta contro le degenerazioni borghesi e aristocratiche e di esaltazione della disciplina dal lavoro. Ma quelle pratiche sembrano oramai più che radicate, e il ritorno a una combinazione di repressione, moralismo e ipocrisia non è certo la soluzione auspicabile. Piuttosto che a cacce alle streghe cui partecipano probabilmente anche persone non estranee a questi comportamenti, il caso Epstein dovrebbe perciò spingerci a riflettere sul significato e soprattutto le conseguenze di tutto questo; sul suo valore in termini di piacere e soddisfazione personali, come sui suoi costi morali, sul prezzo pagato dalle sue vittime e sui suoi riflessi negativi sulle nostre vite personali, che rischiano di diventare imbuti verso la solitudine in società corrose dall’assenza di giovani.
La sinistra – che dopo un lungo passato collettivista e repressivo, accompagnato da grandissime tragedie, ha abbracciato almeno in parte (ché il suo moralismo ha continuato a vivere in sacche importanti) la molto più gradevole strada dell’individualismo e della trasgressione – avrebbe in particolare ragioni speciali per riflettere sui problemi che ciò ha prodotto e produce. E lo dovrebbe fare prendendo coscienza della pervasività, e quindi delle forti radici e delle altrettanto forti ragioni di questi comportamenti, che non a caso accomunano, al di là delle dichiarazioni e delle ideologie, tanto la destra come la sinistra, come ci indicano gli stili di vita anche di molti leader della prima, che rimpiangono il passato ma vivono fermamente nel presente. Il problema è insomma generale e serissimo, e iniziare a rifletterci sarebbe il primo passo per moderare, se non per abbandonare, sulle basi di una scelta ragionevole capace di tener conto dell’intero arco della nostra vita, comportamenti che a volte sono anche immorali, oltre che criminali, perché feriscono i deboli ma che comunque minano in generale la società in cui viviamo e rendono progressivamente peggiori le nostre esistenze. La sfida è quella di articolare nuove posizioni capaci di difendere dignità e libertà umane, organizzando diversamente e liberamente le nostre vite.

