Si urla “al lupo, al lupo” contro i fascisti, ma manca la materia prima: la feccia

Dagli anni Settanta in poi, “fascismo” è diventato una categoria psicologica, senza aggancio alla situazione storica: un concetto-calderone dentro cui buttare ciò che non ci piace. Ma le cose che ci infastidiscono sono così tante e diverse che non possiamo metterle tutte a bollire insieme

27 GIU 26
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Foto LaPresse

Vannacci è fascista, il suo partito è fascista, chi lo vota è fascista, eccetera. Forse anche Vannacci ci crede, quando incrocia le dita per fare la “x” della Decima Mas. Non è certo l’unico: in giro per il mondo ci sono ragazzi che si sentono cani e con una coda sul didietro raspano sull’uscio, ragazze-gatto che miagolano ai passanti. Allo stesso modo, in Italia e altrove, ci sono persone che si sentono fasciste. Ma credersi qualcosa o qualcuno non serve a nulla, se mancano le condizioni oggettive per esserlo.
Il fascismo (quello con le squadracce, le redazioni dei giornali messe a ferro e fuoco, e il resto) nacque in mezzo a circostanze molto precise: crisi economiche di proporzioni inimmaginabili, milioni di reduci cornuti e mazziati, un’esplosione demografica senza precedenti, un’età media sotto i trent’anni – giovinezza, giovinezza –, la rivoluzione bolscevica alle porte. Piaccia o no, queste premesse oggigiorno non esistono, né ce ne sono di analoghe. La nostra disoccupazione non assomiglia neanche da lontano a quella del 1919, per non dire dell’inflazione e dell’immiserimento del primo Dopoguerra. Nel nord del mondo stiamo troppo bene, abbiamo troppi soldi e merci, e siamo troppo anzianotti per essere fascisti.
Eppure l’accusa di fascismo continua a circolare ovunque, anche perché alcuni grandi del pensiero hanno preparato il terreno. In un’antologia appena ripubblicata, “Introduzione alla vita non fascista”, Foucault dice che il vero nemico non è il fascismo storico ma il fascismo delle nostre condotte quotidiane. Che poi, stringi stringi, vuol dire semplicemente “amore per il potere”. Secondo questo criterio, “fascista” è il capoufficio rompipalle, il padre che in casa non vuole sentire volare una mosca, il militare omofobo di “American Beauty”. Dagli anni Settanta in poi, “fascismo” è diventato una categoria psicologica, senza aggancio alla situazione storica: un concetto-calderone dentro cui buttare ciò che non ci piace. Ma le cose che ci infastidiscono sono così tante e diverse che non possiamo metterle tutte a bollire insieme.
Il presupposto materiale del fascismo fu la disperazione di legioni di ventenni senza arte né parte, pronti a ogni impresa perché non avevano nulla da perdere. Il generalissimo ha un bel dire che il suo partito è “feccia”, sicuramente memore di Mussolini che chiamava il fascismo “la Chiesa di tutte le eresie”. Quella feccia, però, non esiste più. E Futuro nazionale è l’esatto contrario del consesso di dropout che è stato il fascismo, specialmente all’inizio e alla fine della sua tragica parabola. In realtà, nel nostro tempo, uno non può essere fascista nemmeno se lo vuole. Per quanto sbatta la testa piena di fantasticherie contro il muro dei fatti, riuscirà soltanto a spaccarsela. La sinistra grida “al lupo, al lupo” quando i lupi si sono estinti; e per numerosi che siano quelli che ululano o mostrano le zanne, a mancare non è la ferocia dei singoli: è la foresta.