Società
Fisiognomica e misoginia •
Prima di Murgia, io fui “stronza perché grassa”
Era il 2006 e nessuna scrittrice pensò di levare gli scudi in difesa non dico di una collega, ma della categoria “donne”. Oggi è successo per la compianta scrittrice, mentre contemporaneamente anche Minetti è stata lasciata sola
25 GIU 26

Foto Ansa
“E’ una stronza, probabilmente frustrata perché grassa”. Lo disse Stefano Gabbana, parlando di me, non in conversazione privata su un van magari leopardato, bensì in televisione, durante un’intervista di Daria Bignardi. L’argomento era un mio articolo, pubblicato dall’inserto domenicale del Sole 24 Ore, in cui non glorificavo il ristorante di Dolce & Gabbana, il Gold. Il programma di Daria Bignardi, “Le invasioni barbariche”, andava in onda su La7, ai tempi ancora posseduta da Telecom. Era il 2006 e nessuna scrittrice pensò di levare gli scudi in difesa non dico di una collega, ma della categoria “donne”. Daria ribatté prontamente che mi conosceva e non ero grassa e difese il mio diritto di scrivere cose sgradite alla coppia di stilisti (all’intervista partecipava anche Domenico Dolce). “Striscia la notizia”, il programma di Antonio Ricci che faceva grandi ascolti, colse la palla al balzo e assegnò due tapiri: uno a Stefano Gabbana perché mi aveva dato della grassa e nella foto che mandavano in onda durante l’assegnazione non sembravo grassa, e uno al direttore del Sole 24 ore, Ferruccio De Bortoli, perché a stretto giro e sulle stesse pagine lasciò che venisse pubblicato l’articolo di un altro collaboratore, che invece diceva meraviglie del Gold.
C’è da capirlo: il problema era che, a causa delle mie considerazioni su quel ristorante (che andava malissimo e infine chiuse), la coppia di stilisti aveva cassato l’intero budget pubblicitario del Sole. Comunque, chi allora mi difese sulla vicenda della grassaggine che mi rendeva stronza e frustrata, lo fece sostenendo che non ero poi così grassa. Io non mi offesi particolarmente, sebbene disgustata dall’arroganza del duo. I giornali erano già in crisi, e tutti i direttori e caporedattori e uffici marketing temevano le ritorsioni dei due detentori di budget pubblicitari. Da allora, fui vivamente invitata a fare più attenzione a quello che scrivevo. La lezione, insomma, non fu sul corpo delle donne, ma sugli investitori intoccabili, ancorché cafonazzi. Di mio, mi sono sempre rincresciuta per chi viene svillaneggiato attribuendo categorie morali alle sue condizioni fisiche. Andreotti il viscido gobbo, Spadolini il pigro panzone col pisellino, Brunetta il nano risentito, Ferrara il perfido grasso. Io stessa, a volte, per amor di battuta o risentimento verso qualcuno ho attribuito perfidie o incapacità all’aspetto somatico di persone di ogni genere. Mi è successo persino coi cani. E non solo per bruttezza. Anche per bellezza: il bello o la bella scema sono un cliché deprecabile, un pregiudizio in cui anche il più indefesso censore finisce per scivolare.
Del resto, cancellare secoli di fisiognomica introiettata, al fine di assecondare la polizia morale, pare impresa titanica. Per Aristotele, gli occhi piccoli indicano meschinità, la bruttezza di Tersite, in Omero, è di per sé un destino. Come un destino, un fine pena mai, deve essere la puttanaggine matricolata di Nicole Minetti. Nessuna soi-disant femminista, che ora si rincresce per la povera Murgia, s’è indignata per il trattamento riservato alla famigerata Minetti, come se non potesse più sfuggire alla vita allegra dei tempi di Berlusconi. Per questa sua condanna a vita da puttana matricolata, la storia della grazia e dell’adozione del bambino con spina bifida è stata ossessivamente corredata da sue foto di anni fa, sempre di culo o di tette o labbroniche. Quasi nessuno ha visto, in questo trattamento, l’enormità della misoginia del nostro mondo. Addirittura, Alemanno si sarebbe lamentato che a lui non è stato concesso lo stesso trattamento di favore della Minetti, non ha ricevuto la grazia, e forse proprio per questo, per il risentimento verso Mattarella e Minetti, sta per precipitarsi nelle braccia del Vannacci. Un altro sulla cui fisiognomica scherziamo, ma mica tanto. Tra vestagliette frou frou, piedone fetish e occhi ipertiroidei – un po’ Mussolini e un po’ pesce palla –, mostra tratti che sicuramente segnalano la sua tendenza alle sparate, al razzismo, al fascismo.