Società
Il compito della filosofia •
Scrutare nel buio per superare la crisi dei Lumi
Abbiamo illuminato il mondo con la nostra ragione e abbiamo costruito tutto ciò che è grande intorno a noi. Eppure, dovremmo ricordarci una cosa: più forte è la luce più scura è l’ombra, e nascoste le cose che in essa vengono celate
6 GIU 26

Nel salone di Madame Geoffrin, di Anicet Charles Gabriel Lemonnier. Foto Wikimedia Commons
In questa caotica congiuntura storica potrebbe essere seducente pensare di dare vita a un nuovo Illuminismo. Del resto, siamo in un periodo in cui la razionalità sembra latitare dal mondo. Una figura come quella di Trump, ad esempio, indipendentemente da cosa se ne possa pensare, non sembra certo avere issato la razionalità a propria guida. Ed essendo lui il presidente degli Stati Uniti democraticamente eletto, si può ben dire che esemplifichi bene un certo stato di cose. Ma non è una novità di questi giorni.
Da diverso tempo, infatti, la “prospettiva illuminista” sta perdendo forza. Lo si è visto, ad esempio, con la crisi di fiducia verso gli “esperti” durante il Covid. Lo si vede nella continua mancanza di fiducia nella scienza più in generale, sempre tacciata di qualche possibile o effettuale nefandezza o sfruttamento. Lo si vede nel complottismo imperante, che non è più un settore dedicato a pochi paranoici, ma sembra diventare la fattura della nostra stessa relazione con gli eventi che accadono. Riteniamo quasi sempre che dietro ciò che accade ci sia qualcosa d’altro. Sappiamo bene che quando non si crede in niente si finisce per credere a tutto. Eppure, a volerlo guardare un po’ meglio, il complottismo si mostra come una sorta di assurda domanda di senso, di non rassegnazione al fatto che ciò che si vede è tutto ciò che c’è.
Tuttavia, bisogna notare qualcosa di ben più importante a livello teorico, una sorta di paradosso. Avendo sostanzialmente perso fede in qualcosa di assoluto, ci siamo trasformati in perfetti materialisti che ritengono che quello che vi è sotto il sole sia effettivamente tutto ciò che c’è. Non crediamo che vi possa essere altro che non sia totalmente immanente. E’ uno strano cortocircuito. Abbiamo una sorta di certezza assoluta nel fatto che ciò che è presente e visibile sia tutto ciò che c’è, e allo stesso tempo viviamo una perdita di fiducia nelle possibilità benefiche della ragione di poter intervenire sulle cose e modificarle per il meglio.
Di fatto, l’Illuminismo è stato, tra alti e bassi, il fil rouge dello sviluppo occidentale degli ultimi tre secoli. La completa e grossolana laicizzazione attuale è il suo frutto estremo e peggiore. Eppure, senza Illuminismo non avremmo potuto diventare il meglio di ciò che siamo. Quindi da un lato è necessario battersi per conservarne la prospettiva, perché senza di essa, per farla breve, non avremmo avuto lo sviluppo, il benessere, la ricchezza e i diritti che abbiamo maturato in occidente. Dall’altro dobbiamo capire che l’Illuminismo, ossia la prospettiva che la “ragione strumentale” sia in grado di dirci tutto della nostra esperienza del mondo, è insufficiente. Tanto più si dispiega, tanto più diviene formidabile in ambito tecnico, tanto più si dimostra insufficiente su quello teoretico-spirituale, ossia per gettare uno sguardo su ciò che non sta in piena luce, e che pure costituisce il tessuto delle nostre esperienze esistenziali.
In una celebre proposizione del Tractatus, Wittgenstein spiegava bene questa crisi della ragione illuminista (divenuta positivismo), dicendo che se anche tutte le domande scientifiche avessero trovato risposta i nostri problemi vitali non sarebbero neppure stati sfiorati. E i problemi vitali dell’uomo sono i problemi dello “spirito”. Sono “ciò che non sta in piena luce” e che pure è talmente reale da costituire le trame delle nostre stesse esistenze.
Bisognerebbe provare ad avvicinarsi a tutto ciò senza neppure una punta di misticismo, ma osservando come ciò che è semplicemente presente nel mondo non sia tutto ciò che c’è. Abbiamo illuminato il mondo con la nostra ragione e abbiamo costruito tutto ciò che è grande intorno a noi, abbiamo connesso il mondo, allungato e migliorato le nostre vite. Eppure, dovremmo ricordarci una cosa: più forte è la luce più scura è l’ombra, e nascoste le cose che in essa vengono celate. E in quell’ombra stanno non tanto “le cose più importanti” ma quelle che eccedono la semplice presenza. Del resto, sappiamo bene che molte cose fondamentali della nostra vita, dalla coscienza ai sentimenti, tanto per dirne due, non hanno una quantificazione possibile, non sono evidenti. Esse sono, esistono, eppure non sappiamo esattamente cosa siano.
Mentre illuminiamo il mondo con tutta la forza della nostra ragione, mentre continuiamo a costruire, a scoprire, mentre creiamo una “super-ragione-strumentale” attraverso l’intelligenza artificiale, dovremmo, allo stesso tempo, immergerci con la stessa spregiudicatezza nell’indagine di tutto ciò che invece rimane nel buio generato da questa stessa luce della ragione. Oggi più che mai è necessario indagare quell’ombra, perché quell’ombra è più buia e più imperscrutabile che mai. Talmente imperscrutabile per noi da credere che non esista.
Questo è, sicuramente, il compito di quella disciplina tanto vituperata, spesso giustamente, e tanto decaduta che si chiama filosofia. Questa dovrebbe recuperare la propria audacia pionieristica, volgendo il suo sguardo, senza timore di apparire ridicola, ai fondamenti, ossia a quel “non semplicemente presente” che regge l’impalcatura della nostra stessa avventura nel mondo. Del resto, come potremmo indagare il fondamento del nostro mondo, di ciò che il mondo è per noi, se non partendo dal nostro pensiero?