L’astio per i ricchi farebbe ancora oggi del Pci il primo partito

Un'invidia verde, che ribolle dentro e trova sfogo in un gesto che non costa nulla: votare, anche solo per finta, il partito che per settant’anni ha promesso di farla pagare a chi aveva i soldi

3 GIU 26
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Foto Ansa

Un sondaggio fantapolitico di Youtrend ha mostrato che, se gli italiani potessero votare per i partiti della Prima Repubblica, la vittoria arriderebbe al Partito comunista: 25,4 per cento, un bel po’ davanti alla Democrazia cristiana, al 20,1, e a un Movimento sociale al 14,3 per cento che scalza dal podio l’eterno terzo di quegli anni, il Partito socialista, fermo all’11,9, l’unico assestato sulle percentuali reali dell’epoca. Poiché, se non altro per ragioni anagrafiche, la metà dei sondati ha un’idea vaga o nulla di ciò di cui parla, più che sulla testa e sulla memoria i risultati ci informano sul loro cuore: ditemi che part amate e vi dirò cosa odiate.
Non è difficile capire perché vinca il Pci. In un paese dove una parte consistente della popolazione invoca un giorno sì e l’altro pure patrimoniale e tassa di successione; dove il leader del massimo sindacato dice che, se Musk ha tutti quei miliardi, è perché non ne dà abbastanza all’erario; dove Leonardo Maria Del Vecchio – che non sarà Da Vinci, ma non è peggiore di tanti altri – appena proferisce verbo viene sommerso di contumelie, il Pci è una sigla il cui fascino vintage maschera l’eterno astio contro i ricchi.
I motivi dell’astio non sono di natura materiale, o lo sono in modo bambinesco, perché vengono dalla credenza, tanto mitologica quanto diffusa, che la ricchezza sia una torta già cotta, e se qualcuno ne ha una fetta grande, vuol dire che qualcun altro resta a bocca asciutta. Il sociologo Rainer Zitelmann parla di “zero-sum belief”: la convinzione, radicata nell’animo, che il gioco dei soldi e delle risorse sia a somma zero. Il punto è che i quattrini dei ricchi non stanno fermi in un forziere come quello di Paperon de’ Paperoni. Vengono reinvestiti, creano posti di lavoro, beni e servizi che prima non esistevano. La torta non è mai cotta ma lievita sempre. I ricchi sono, insieme agli ebrei, il capro espiatorio perfetto. Se qualcosa nella nostra vita va storto, è più facile prendersela con loro che con sé stessi. Di conseguenza, una delle poche soddisfazioni che abbiamo, la Schadenfreude, la contentezza per le disgrazie altrui, trova nei ricchi il bersaglio preferito. Nella civilissima Germania, quando un ricco subisce una perdita finanziaria il 37 percento della popolazione prova Schadenfreude. Tra i tedeschi dell’Est si arriva al 45 per cento. Nel nostro paese, la seconda percentuale come minimo raddoppia. Montanelli diceva che, quando un americano vede sfrecciare un’auto di lusso, pensa: “La voglio anch’io!”, mentre un italiano sente un impellente desiderio di bucare le gomme. Nelle regioni latine, oltre al resto, c’è che il denaro è tuttora sterco del diavolo.
Un filosofo francese, Georges Bataille, vissuto nel mezzo delle tempeste che scuotevano la Terza Repubblica, dopo una frequentazione assidua dei comunisti e della sinistra extraparlamentare, era arrivato alla conclusione che la molla della lotta di classe non fosse economica ma psicologica: l’invidia per la ricchezza degli altri. Gliene fregava assai agli operai della proprietà collettiva dei mezzi di produzione e dei corollari del vangelo marxista: volevano vedere fare la fame quelli che pasteggiavano a ostriche e champagne da Fouquet’s. L’invidia, d’altronde, è un formidabile motore sociale. Soprattutto se diventa l’anticamera della rivalità, che è il sale della vita economica e politica. Da noi, invece, sembra essersi fermata un passo prima. E’ rimasta invidia verde, che ribolle dentro e trova sfogo in un gesto che non costa nulla: votare, anche solo per finta, il partito che per settant’anni ha promesso di farla pagare ai ricchi.