Tecnica, linguaggio e un po’ di Heidegger. Cosa non potrà essere l’AI

Se crediamo nella “eccezionalità” ontologica dell’uomo, compito del pensiero è provare a capire, dinanzi alla sfida dell’intelligenza artificiale, quali sono i confini all’interno dei quali l’uomo deve ricominciare a pensare se stesso

30 MAG 26
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Sarebbe una buona cosa tenere a mente che quando parliamo di “tecnica” non parliamo di alcunché di tecnico, visto che la tecnica è un fenomeno interamente ed esclusivamente umano. Essere nel mondo per l’uomo significa “essere tecnico”, dotarsi di tecniche. Ciò vale per la prima selce, come pure per l’AI. Tuttavia, con l’AI avviene un salto inedito nella tecnica, e ciò è quanto vi è di più interessante, in quanto ha radicalmente a che fare con l’esistere stesso dell’uomo.
Per fare un paragone, prendiamo la più tremenda e la più grandiosa delle tecniche create finora dall’uomo ossia l’energia nucleare. La potenza stessa del sole a disposizione della mano dell’uomo. Il suo uso, nel bene o nel male, dipendeva e dipende sempre, in ultima analisi, da una decisione: premo o non premo il bottone? La tecnica non “agisce” mai da sola. Ogni cosa tecnica è tale perché deriva dall’uomo, o diviene tecnica perché utilizzata dall’uomo. Anche l’AI generativa, infatti, c’è perché esiste l’uomo, e non agisce in sé, autonomamente, neppure quando e se potrà auto-correggersi. Essa è già da sempre una potenzialità intrinseca dell’uomo (perfino se l’uomo ne è inconsapevole).
La vita umana è tutt’uno con l’interpretare e modificare il mondo. La nostra vita è un processo di interpretazione e trasformazione che avviene nel linguaggio e attraverso il linguaggio. E proprio qui sta, nel centro pulsante dell’esperienza umana, la diversità radicale tra l’AI e tutte le altre forme della tecnica. L’AI va a toccare, infatti, ciò che è più proprio dell’uomo e lo interroga, per la prima volta, sulla sostituibilità di ciò che nell’uomo vi è di più caratteristico: la capacità di parlare, di cercare spiegazioni, interpretazioni, catene di senso. Nelle nostre interpretazioni, che operiamo ed esprimiamo attraverso il linguaggio, prende forma la nostra inesausta ricerca di senso che, in maniera più o meno consapevole, determina e guida il progetto di vita di ciascuno di noi. Interpretiamo il mondo per fare in modo di potervi trovare un posto che sia realmente nostro.
Il linguaggio, dal canto suo, non è una mera articolazione sonora, ma è il modo in cui ci diamo ragione del mondo. Il linguaggio è, in tal senso, la parte più evidente della catena del logos, cioè dei nostri tentativi di darci una ragione del mondo. E il linguaggio, il logos, fa tutt’uno con la nostra esistenza, con la nostra mortalità, con la nostra coscienza. Tutto ciò, però, rischia di apparire poco più che un vago pensiero esistenzialista se non si riconosce l’incolmabile distanza, la differenza ontologica, che vi è tra l’uomo e tutti gli altri esseri.
Bisogna, infatti, porsi di fronte all’uomo come di fronte a un essere radicalmente differente da tutti gli altri, una positiva eccezione. E questo perché l’uomo è l’esistenza che tenta di dare ragione del mondo, di afferrarne il senso attraverso la propria interpretazione. Egli è quel luogo in cui, attraverso la propria capacità di comprendere, le cose vengono a mostrarsi per ciò che sono effettivamente. Il mondo, infatti, risponde alle nostre interpretazioni. Tra il logos che noi siamo e il mondo vi è una relazione che si rivela nella esattezza delle nostre interpretazioni. È vero che il mondo è sempre un enigma, ma un enigma con cui sappiamo con certezza di avere una corrispondenza.
Per dirla con Heidegger che, piaccia o no, in questa epoca diviene fondamentale per comprendere l’impatto dell’AI sulla nostra vita, l’uomo è quell’apertura in cui si affaccia “l’essere”. E l’essere non va pensato come un qualcosa che sta in un qualche oscuro Altrove, ma come la tessitura stessa del mondo che l’uomo interpreta e cerca di dire attraverso il linguaggio. L’uomo, parlando, è l’apertura attraverso cui si può dire come stanno le cose, o che almeno tenta di farlo.
La differenza tra l’AI e ogni altra forma tecnica dovrebbe allora risultare chiara. L’AI simula il linguaggio (ossia logos, catene di senso, interpretazione, etc.) pur non avendo esistenza, o meglio, li simula proprio perché non è un’esistenza. E qui sta il punto. Se non si coglie l’“eccezionalità” ontologica dell’uomo, se si pensa che l’uomo sia un vivente come qualsiasi altro vivente, se si pensa che l’uomo non ha a che fare con “l’essere”, se l’uomo non è l’apertura attraverso cui il mondo può manifestarsi nella sua appropriatezza, se l’uomo ha solo ed esclusivamente “problemi pratici”, allora abbiamo trovato nell’AI una potenziale soluzione a tutti i nostri problemi. Ossia un sistema tecnico sempre crescente, capace di imparare da sé, in cui però persino l’uomo deve stare, e a cui deve rispondere, come un qualsiasi altro ente, in perfetto stato di fungibilità. Pronto persino – paradossale, ma per capire i ragionamenti bisogna portarli all’estremo – ad autoeliminarsi qualora il funzionamento logico dell’AI generativa indicasse tale strada come la più “adatta”. Se crediamo, invece, che così non sia, se crediamo nella “eccezionalità” ontologica dell’uomo, compito del pensiero è provare a capire, dinanzi alla sfida dell’AI, quali sono i confini all’interno dei quali l’uomo deve ricominciare a pensare se stesso. Insomma, il problema non sarà mai l’AI, e tantomeno come la utilizzeremo, ma solo ed esclusivamente il modo in cui l’uomo pensa, e penserà, se stesso.