Società
AI il nemico supremo •
Com’è che i giovani sono a disagio col futuro
Un avvocato esperto può usare l’intelligenza artificiale per accelerare una bozza. Un giovane praticante rischia di scoprire che la prima bozza era il suo test d’ingresso. Un professore può produrre scalette, esercizi e bibliografie. Lo studente, se usa lo stesso strumento, sta barando. Ecco da dove arrivano i fischi. Più che paura del lavoro che sparisce è paura del lavoro che non comincia nemmeno. E hanno ragione
29 MAG 26

Foto LaPresse
Fatto significante: anche il Papa ha detto attenzione signori, attenzione a questa Intelligenza Artificiale cattiva.
Fatti apparentemente meno significanti: gli studenti americani, durante alcune cerimonie di laurea, hanno fischiato quando dal podio è stata nominata la tremenda parola. E’ successo alla University of Central Florida, quando Gloria Caulfield ha definito l’AI “la prossima rivoluzione industriale”. E’ successo alla University of Arizona, con Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google, è successo alla Middle Tennessee State University, quando Scott Borchetta, discografico di Nashville, ha spiegato ai laureati che l’AI sta già riscrivendo i processi produttivi della musica. La scena, pur minima, ha fatto il suo dovere: miniclip video che hanno fatto il giro dei social, commenti, editoriali, psicodramma. Associated Press ha ricostruito i tre episodi, Reuters ha notato il peggioramento dell’umore della Gen Z verso l’AI, e Gallup registra che tra i lavoratori Gen Z il 48 per cento pensa che nel lavoro i rischi dell’AI superino i benefici, contro appena il 15 per cento di ottimisti netti.
Metaforicamente è una cosa grossa: è ben sceneggiata, tutta la faccenda. Il commencement speech americano a modo suo è un genere letterario di questi tempi, entra nella memoria collettiva. c’è stato David Foster Wallace con la storiella dei pesci. Splendida, vale la pena ripeterla: “Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice ‘Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?’ I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede ‘ma cos’è l’acqua?’”.
C’è stato Steve Jobs con stay hungry, stay foolish. E’ una specie di sermone accademico, di solito piace e funziona. Si dice ai ventenni che devono essere vitali creativi e ottimisti, poi ci penserà la vita a mettere l’appendice: se hai genitori solvibili sarà meglio ancora, il mondo può essere tuo. Quest’anno, in varie università, dai pulpiti è stato timidamente aggiunto: preparatevi all’intelligenza artificiale. E i giovani, invece di applaudire il futuro, il posto che a loro è adatto e congeniale secondo la storia dell’umanità per come è andata fino ad oggi, hanno detto: che schifo. Buh. Dissenso, insomma.
Strano, mi dico. Perché finora i ragazzi erano stati per definizione dalla parte della tecnologia, delle cose che si muovono. Più che una convenzione comoda era logico: i ventenni sarebbero quelli che capiscono tutto prima, installano e tradiscono tutto prima e gli piace tutto, prima. Gli adulti arrivano dopo, un poco zoppicando e abituandosi di malavoglia. Il nuovo l’hanno sempre comandato i più giovani.
Per trent’anni è sembrato così, con poche eccezioni, anzi nessuna. Internet era un paese di ragazzi non solo perché ce n’erano molti, ma perché premiava caratteristiche che possedevano: la velocità anche quando è irresponsabile, l’improvvisazione e la fiducia nei loro errori. A me piaceva tanto – mi piace ancora – la versione di Baricco, quella dei barbari. Anche perché ero una di loro.
“I Barbari. Fu una specie di mutazione, di quelle che cambiano i connotati collettivi. Non c’era modo di sfuggire, e fu stupido il dannarsi a dire di alcuni: ‘noi resteremo fedeli al mondo vecchio’. Perché crollò tutto: sistemi, establishment (qualunque cosa volesse dire), criteri di giudizio tempora e mores, tutto. Mi rigiravo nella mente queste piccole scoperte, fatte andando a spiare i saccheggi dei barbari. Era tutto quello che sapevo di loro. Come combattevano. Me le riscrivevo, in colonna, o di seguito: invertivo l’ordine, provavo con l’ordine alfabetico. Mi era evidente che a saperle leggere insieme, come un unico movimento armonico, allora avrei visto l’animale: in corsa. Magari avrei capito dove stava andando, e che tipo di forza impiegava, e perché corresse. Era come cercare di adunare delle stelle nella figura compiuta di una costellazione: quello sarebbe stato il ritratto dei barbari.
Un’innovazione tecnologica che rompe i privilegi di una casta, aprendo la possibilità di un gesto a una popolazione nuova. L’estasi commerciale che va ad abitare quell’ingigantimento dei campi da gioco. Il valore della spettacolarità, come unico valore intoccabile. L’adozione di una lingua moderna come lingua base di ogni esperienza, come precondizione a qualsiasi accadere. La semplificazione, la superficialità, la velocità, la medietà. La pacifica assuefazione all’ideologia dell’impero americano. Quell’istinto al laicismo, che polverizza il sacro in una miriade di intensità più leggere, e prosaiche. La stupefacente idea che qualcosa, qualsiasi cosa, abbia senso e importanza solo se riesce a inserirsi in una più ampia sequenza di esperienze. E quel sistematico, quasi brutale, attacco al tabernacolo: sempre e comunque contro il tratto più nobile, colto, spirituale di ogni singolo gesto.
Non ho dubbi, lo devo dire sinceramente, non ho dubbi che quello sia il loro modo di combattere. Non ho dubbi sul fatto che tutte quelle mosse le fanno simultaneamente, e quindi rappresentano ai loro occhi una mossa sola, siamo noi che siamo ciechi e non lo capiamo, per loro è molto semplice, è l’animale che corre, amen. E noi non lo capiamo, ma sotto sotto già abbiamo metabolizzato quel movimento, quella corsa la conosciamo, in un certo modo, senza volerla conoscere, ma la conosciamo. (A. Baricco, I Barbari, Feltrinelli).
I social network mi sembra siano stati il segno esplicito, di quella mutazione riservata ai ragazzi. Gli adulti sembravano ospiti provvisori, erano impacciati, scrivevano come amministratori condominiali. I ventenni invece stavano comodi, avevano l’agilità del gesto e la confidenza con la superficie. Erano loro i depositari della pietra filosofale delle piattaforme: decidere e sapere cosa è ridicolo e cosa invece è bello.
Con l’intelligenza artificiale, invece, si è capovolto lo schema di progresso collaudato di questo millennio, il nuovo non ringiovanisce. Non arriva per quelli con la tavola da surf, si è rivelato un gestionale, al posto della libertà qui ci danno efficienza. E soprattutto non consegna ai giovani un vantaggio naturale. Anzi: l’AI pare fatta apposta per chi è già dentro. Progresso a beneficio del maestro e niente per l’allievo.
Sommessamente, anzi con una sinossi malefica: l’AI è la prima grande tecnologia per vecchi. Ovvio che per superiori ragioni di investimenti e pubblicità nessuno lo direbbe così e bisogna preferire formule più morbide. “Aumenta la produttività”. “Libera tempo per attività a maggior valore aggiunto”. “Rende scalabili i processi cognitivi”. Il giochino crolla però appena chiedi: la produttività di chi? Il tempo di chi? Il valore aggiunto di chi?
Un avvocato esperto può usare l’AI per accelerare una bozza. Un giovane praticante rischia di scoprire che la prima bozza era il suo test d’ingresso. Un professore può produrre scalette, esercizi e bibliografie. Lo studente, se usa lo stesso strumento, sta barando.
Ecco da dove arrivano i fischi. Più che paura del lavoro che sparisce è paura del lavoro che non comincia nemmeno. E hanno ragione. Ma questa è l’acqua nuova, è inutile arroccarsi sulle macerie del mondo di tre anni fa e dire “questa cosa non ci va, fermate tutto”. Perché non vorrei che la risposta fosse una nemesi: ok boomer.