Meloni a tinte nere. I sillogismi fallaci di Montanari

Accostamenti forzati e logica traballante trasformano ogni posizione della destra in prova di continuità col Ventennio, rivelando più l’autore che l’oggetto della critica

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18 APR 26
Immagine di Meloni a tinte nere. I sillogismi fallaci di Montanari

Foto Ansa

Se dicessi che i gatti sono animali, e che anche i cani sono animali, dunque i gatti sono cani, pensereste a uno scherzo oppure che ho studiato logica con la bottiglia di whisky in mano. Per farvi un’idea di cosa sono i sillogismi fallaci, leggete l’ultima fatica del meraviglioso rettore dell’università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari, La continuità del male. Sottotitolo: Perché la destra italiana è ancora fascista. Esempio: Giorgia Meloni è molto preoccupata per il calo demografico. Per sua parte, Adolf Hitler, nel Mein Kampf, affermava che un popolo ha un “diritto oggettivo” alla sopravvivenza. Conclusione: “per Giorgia Meloni lo stato deve essere il custode della conservazione della razza, del sangue, dell’etnia”. Stiamo attenti, ammonisce Montanari, perché “la continuità nelle idee è la premessa della continuità nelle azioni”. Ecco le prove: da noi i figli degli immigrati non ottengono automaticamente la cittadinanza. E poi ci sono i lager in Albania. Colpa delle “teorie differenzialiste sulla necessità di difendere l’etnia italiana” e del fatto che nella testa della premier ronza la stessa domanda del caporale austriaco: “la razza o l’appartenenza popolare non contano nulla?”. Indovinate la risposta.
Altro esempio: Meloni rifiuta di usare il femminile per i nomi delle professioni. Segno inequivocabile di “una certa idea della donna, e del suo ruolo”, ridotta a macchina riproduttiva. Proprio come voleva Benito Mussolini. Risultato: dalla destra “le donne non sono considerate persone che hanno legittime aspirazioni, e diritti, ma solo portatrici di doveri verso la comunità”. Adesso capiamo perché i meloniani non possono non dirsi nazifascisti.
E se invece Meloni fosse una liberista sotto mentite spoglie? Non cambia nulla, perché il liberismo economico è una forma di fascismo: “la destra liberista e la destra fascista hanno in comune la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi, o al servizio del mito del sangue”. Punto.
I cattivi libri si riconoscono subito: parlano più dell’autore che dell’oggetto. Montanari è il paradigma del professore consapevole della perdita di prestigio degli accademici negli ultimi trenta, quarant’anni. Caduta la corona d’alloro che ne cingeva la testa, trasformati da intellettuali in funzionari, da dispensatori di saggezza in burocrati, a quelli che non si rassegnano resta l’estrema risorsa di un esorcismo: agitare lo spettro del Ventennio davanti a un pubblico che non li applaude più e che si cerca di scuotere con le passioni tristi. Risentimento, odio, paura. Nell’inutile tentativo di mascherare con il terrore la pochezza degli argomenti. Arrivato alla fine delle sue espettorazioni, il rettorissimo scrive: “immagino che chi ha letto fino a questo punto stia provando, oltre a una allarmata inquietudine, un certo senso di nausea”. Non sa quanto ha ragione.