Travolti dall’urgenza della perenne ostentazione

Se non saranno l'AI o l'atomica a ucciderci forse moriremo di overdose da foto. Siamo ormai schiavi del simbolo di questa Seconda rivoluzione individualista: gli autoscatti

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11 APR 26
Immagine di Travolti dall’urgenza della perenne ostentazione

Foto PixaBay

Che si fa durante questa Seconda rivoluzione individualista? Gli autoscatti. Ci facciamo una foto? Hai una tua foto recente? Lo sai che con una tua foto funzionerebbe di più? Ci mettiamo una foto di accompagnamento? Mi mandi la foto per la locandina? Possiamo farvi una foto per pubblicare sul Linkedin dell’azienda? Al raduno di Stranger Things la photo opportunity con l’attore costa 150 euro. Si paga la vicinanza: ti metti accanto, scatti, e adesso tu e Mike siete insieme sull’Instagram. Moriremo non di AI e nemmeno di bomba atomica, moriremo di troppe foto. Quand’è che finisce questa schiavitù?
A parte i fastidi del non essere più giovani e belli, di foto si perisce tantissimo, e la faccenda è letterale. La notizia di ieri è su Meloni, ma le vittime saranno centinaia, nei prossimi anni. E’ l’agguato perfetto, l’autoscatto, ora che ci penso. Il selfie della settimana, pubblicato da Report, risale al 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano durante un appuntamento politico di Fratelli d’Italia. Accanto a Meloni c’è Gioacchino Amico, che allora non risultava ancora indagato per mafia ma che oggi è indicato come figura centrale del sistema emerso nell’inchiesta Hydra ed è collaboratore di giustizia. Meloni respinge ogni insinuazione, parlando di una foto occasionale e rivendicando una linea antimafia coerente. Fatto sta che il riflesso condizionato sulla notizia non è subito politico (Meloni ha altri guai), a me come a tutti viene da farsi una domanda tremenda: “Con chi mi sarò fatta una foto negli ultimi quasi vent’anni, chissà in quali album pericolosi giaccio, sono sicura che fossero tutti perbene? Speriamo”. Lo sappiamo ormai che il quarto d’ora di crisi reputazionale (qualunque cosa significhi) tocca a tutti.
Ormai nessuno fa più le foto per fare le foto. E’ cambiata la funzione dell’oggetto-foto. La foto da rappresentativa è diventata sempre subliminale
Solo le istantanee dei nostri genitori sono rimaste sincere, ora chiuse in quei libriccini di plastica, ogni scatto dentro la sua foderina trasparente, per non prendere le ditate. Erano ancorate agli scopi del secolo scorso, fissare qualcosa di fuggevole. Le nostre no. Sono una ostentazione perenne, la foto prevede in maniera sistematica un messaggio dietro.
“Mia nipote mi chiede come facevamo (noi vecchi) a mandare e-mail prima dell’esistenza di internet. Le ho risposto che alla sua età non avevamo a disposizione un’e-mail vera e propria, però rimediavamo con altri sistemi. Per esempio avevamo a disposizione una cosa che si chiamava “cartolina postale”. Un fotografo faceva una foto di un paesaggio o di un monumento, sviluppava e ingrandiva il negativo selezionato. Poi un editore lo stampava e lo metteva in commercio. Gli utenti compravano la cartolina in un’edicola, scegliendo l’immagine che era piú adatta al contenuto del messaggio che volevano trasmettere e scrivevano un testo sul retro. Poi prendevano un francobollo in un ufficio postale e la imbucavano in una cassetta della posta. Un postino la passava a un altro postino, e questo a un altro e così via, fino a che veniva consegnata all’indirizzo del destinatario. Il lasso di tempo e lo sforzo richiesto si dilatavano in maniera incommensurabile. Però mia nipote mi ascoltava incredula pensando che la stessi prendendo in giro. Lei ha a disposizione un semplice tablet con cui scatta foto che subito dopo invia a chi vuole, il quale le riceve immediatamente. Tutto in un batter d’occhio e senza fatica. E, cosa più importante, elaborando il contenuto visivo – la fotografia – esattamente su misura del messaggio che si vuole trasmettere”. J. FontcubertaLa furia delle immagini, Note sulla Postfotografia.
Il mondo con fotocamera in tasca, quello che abitiamo, è un nonsenso inspiegabile. L’esigenza costante di filmarsi è una piega che ormai ha preso i contorni malsani prevedibili: tutte le relazioni sessuali che ci sono in giro prevedono certi scambi fotografici, tra i ragazzi sta calando perfino il sigillo del “tutto normale”, intanto il codice penale si è dovuto attrezzare col reato apposito, il Revenge Porn.
Ma cosa sono state le fotografie, nel passato? Diciott’anni, scuole superiori. Era il compleanno di qualche compagno di classe e andavamo tutti. Ci si vestiva più carine, si esagerava con la matita nera, piastra selvaggia sui capelli oppure parrucchiere. Uscivo con certi boccoli.
C’era Valeria, la Kate Moss di classe, che era benedetta dal dio Kodak. Veniva bene anche capovolta, in qualsiasi circostanza, pure mossa. Si faceva anzi fotografare volentieri perfino quando era malconciata, tanto lo sapeva che la macchinetta non l’avrebbe mai tradita. La macchinetta le voleva bene.
Tutti quelli che conoscevo, compresa me, opponevano invece sempre resistenza all’odiosa scatoletta. La frase “dai facciamoci una foto” era una iattura. Potendo, dalla foto ti defilavi. Si veniva male perlopiù. Benino in una su cento. Ma chi volevi che spendesse cinquantamila lire per farsi sviluppare cento foto in nome dello sfizio di salvarne una, forse.
C’era un sentimento preciso, legato alle foto sviluppate. Il giorno delle foto sviluppate – quando uno di noi portava in classe il pacchetto, una busta di carta gialla e nera – le passavamo sotto i banchi e ognuno si cercava nel mazzo, qui son venuta male, qui peggio. Seguivano quei cinque minuti di disappunto e consapevolezza che passano tra il rendersi conto di come ci si immagina e come si è.
Poi ci dicevamo però è l’angolo, la luce. Finiva lì, le chiudevamo nei cassetti per non rivederle mai più. Ora non ci sono più cassetti chiusi da nessuna parte, e le nostre foto ci perseguitano.