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Non un popolo, ma un’idea. L’equivoco multiculturale europeo
Per ricompattare un continente dai confini sfumati che manca di identità, bisogna chiedersi quali sono davvero i valori che uniscono i popoli europei
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11 APR 26

Foto FreePik
Chi ancora spera che nell’idea di un’Europa unita ci sia qualcosa da salvare che vada oltre le povere figurine politiche che oggi la incarnano; chi ancora pensa che al fondo dell’idea di un’Europa unita ci sia un nucleo spirituale condiviso che superi la superfetazione burocratica, il velleitarismo politico e i danni all’economia generati dalle sue politiche dirigiste e ideologiche; chi ancora spera in qualcosa per l’Europa deve correre a leggere un libro di più di venti anni fa scritto dal grande storico della filosofia antica, Giovanni Reale, intitolato Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell’“uomo europeo”.
Il testo del 2003 (ancora attualissimo, anzi avveniristico) prende avvio da una feroce critica al preambolo della Costituzione europea da cui era assente ogni riferimento alle radici ebraico-cristiane della nostra storia. Reale, ovviamente, da cristiano devoto quale era, e da massimo esperto di cultura greca antica si scaglia con durezza contro “l’ispirazione puramente burocratica e asettica con uno sfondo strutturalmente relativistico e quindi nichilistico nella sua essenza” di quel preambolo che doveva fare da apertura del testo condiviso della legge fondamentale dell’Unione europea. Sappiamo poi che fine ha fatto quella Costituzione.
Ma è proprio nel sottotitolo dell’opera di Reale, nella sua speranza di una rinascita dell’uomo europeo che sta il cuore del libro: “Non è la Costituzione che crea il cittadino ma, viceversa, è lo spirito del cittadino (e lo spirito dei suoi rappresentanti) che crea la Costituzione e la rende efficiente”. Non si può creare attraverso una mossa puramente tecnica lo spirito che poi deve essere incarnato in una istituzione. “L’uomo europeo può nascere solo da una anamnesi di quei fondamenti culturali e spirituali da cui l’Europa è nata”. Ciò, tuttavia, non significa in alcun modo dimorare in modo museale nel passato, ma comprendere che senza riferimento al proprio passato non vi è alcuna identità e quindi non vi è alcunché sulla cui base costruire e nulla che valga la pena difendere. L’identità, poi, non è mai un qualcosa di dato e definito una volta per sempre, ma si erge sull’eredità bimillenaria che ben conosciamo e che è continuamente soggetta a un lavoro di de-costruzione e ricostruzione, ma che non si può mai abbandonare, a meno di recidere la linfa vitale che da lì proviene. Tantomeno è possibile fare questo lavoro continuo di “riscrittura” della propria identità (siamo esseri storici, quindi la nostra identità muta) se non abbiamo idea del futuro che immaginiamo. Si ridetermina la propria identità in base al futuro che si vuole, ma senza identità, ed ecco il circolo vizioso, non può esserci futuro.
Il ragionamento di Reale ruota tutto attorno a questa parola oggi mal sequestrata eppure vitale: identità. Perché è precisamente ciò che manca all’Europa. Il suo essere un corpaccione evanescente eppure presentissimo nelle vite dei paesi europei con la sua leguleia invadenza mostra che, per usare ancora le parole di Reale, invece di una fusione si è generata una confusione. Invece di basare la propria identità sul delfico “conosci te stessa”, l’Europa si è eretta su un disconoscimento di sé, ossia della propria cultura e della propria eredità spirituale.
Basta pensare che l’utilizzo del termine persona, slegato dalla prospettiva ebraico-cristiana che l’ha inventato, genera umanitarismo vieto, senza verità; che la ragione puramente illuminista, non armonizzata con la forza del messaggio cristiano, genera razionalismo fanatico. Allo stesso modo, l’ossessione multiculturalista viene attaccata da Reale come un segno dell’impoverimento dell’identità europea. Una cultura certa di sé e dei propri valori accetta e promuove il pluralismo, ma lo fa all’interno di un’unità generata dalla sua cultura comune che la rende unita. Il multiculturalismo promuove solo la dissoluzione del tessuto della comunità in sacche identitarie chiuse in loro stesse che prosperano all’ombra del fiacco relativismo che considera ogni cultura equivalente a tutte le altre.
Resta, allora, da chiedersi, quali sono i valori dell’Europa? La democrazia non è valore in sé. Come scrive Reale, “non possiede una verità che trascende il suo esercizio”. E’ quindi il modo in cui viene esercitata che conta. Soprattutto nei momenti di crisi, sono i valori etici che trascendono la democrazia, e che la fondano, quelli su cui deve basarsi. E quali sarebbero questi valori? Una generica tolleranza? Una bonaria “apertura”? Questa è poca roba. L’Europa non è un luogo dai confini ben definiti, e tantomeno è “un popolo”. L’Europa è una cultura, un’idea, che si fa espressione politica. Ma se questa cultura e questa idea perdono la cultura e perdono l’idea, ossia perdono la metafisica che la tengono insieme, cosa rimane? Solo un vuoto scheletro tecnico-burocratico.
Reale nel suo libro sperava in un “mutamento di rotta spirituale che potrebbe sembrare a molti del tutto improbabile. Ma, come dice un antico proverbio, l’improbabile non è impossibile”. Ciò che, invece, non è solo possibile ma addirittura certo è che senza tale cambiamento quella espressione politica che chiamiamo Europa cesserà di esistere. Non necessariamente per qualche catastrofe o per qualche altro fattore esogeno, ma per la sua stessa incapacità di darsi una ragione, un valore, per esistere.