La guerra è una possibilità perché il male è nell’uomo

L’occidente è la terra dove più si sono sviluppate le libertà individuali e le istituzioni dello stato di diritto, ma il conflitto e la violenza rimangono una tragica eventualità

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11 APR 26
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Foto PixaBay

Sono nato nel 1952 e appartengo a una generazione fortunata: una generazione che ha conosciuto il boom economico degli anni Sessanta, la liberazione sessuale e la possibilità di studiare all’Università, ma soprattutto che non ha mai conosciuto la guerra. Alla guerra abbiamo giocato. Ma, a differenza di quanto purtroppo accade oggi nelle nostre case, di guerra, intendo quella vera, non abbiamo mai neanche parlato. E questo nonostante che in ogni famiglia ci fossero nonni che avevano combattuto nella Prima guerra mondiale e genitori che in qualche modo avevano fatto esperienza della Seconda. La guerra era una specie di tabù. I miei genitori raccontavano del “tempo di guerra”, delle difficoltà a procurarsi il cibo, del coprifuoco, dei conoscenti che vi avevano perso la vita, dei criminali che l’avevano scatenata, ma mai hanno indugiato sugli orrori della guerra, né lo hanno mai fatto i miei nonni. Soltanto le nonne ci mostravano ogni tanto le medaglie dei loro mariti attaccate a un nastro tricolore, gelosamente custodite in una scatola insieme ad altri cimeli di famiglia. Ma era semplicemente un modo per parlare d’altro e tenere lontana la guerra dai nostri occhi e dalla nostra mente.
La mia nonna materna, ad esempio, raccontava sempre che mio nonno era stato granatiere di Sardegna. Lo faceva con enfasi, sottolineando compiaciuta che per far parte di questo reparto bisognava essere alti almeno un metro e ottanta. Così per anni ho associato l’immagine di mio nonno soldato a una sorta di fantastica gigantomachia. Mio nonno morì nel maggio del 1966, due giorni dopo che mio cugino lo aveva accompagnato a visitare il Sacrario di Redipuglia. Mio cugino ha sempre sostenuto che fosse morto per l’emozione.
Del nonno paterno, classe 1989, emigrato in America nel 1911 e rientrato nel 1914 per sposare mia nonna e tornare di là dell’Atlantico, so soltanto che la guerra gli impedì di farlo, che partì per il fronte, che venne ferito, che poi decise di restare in Italia, ma mai ho sentito da lui una parola sui suoi giorni in trincea. Giusto qualche brontolio per cambiare discorso quando i nipoti facevano troppe domande. E mia nonna sempre pronta a intervenire per proteggerlo dai suoi brutti ricordi.
E’ in questo contesto che è maturato il mio atteggiamento nei confronti della guerra. La ritrosia a parlarne da parte dei miei nonni, che evidentemente ne avevano sentito davvero i morsi sulla loro carne, mi faceva pensare (e lo penso ancora oggi) a qualcosa di terribile, nel quale stupidamente e tragicamente gli uomini finiscono per invischiarsi, senza alcuna ragione plausibile che la giustifichi fino in fondo. Così quando nella seconda metà degli anni Sessanta i giovani americani incominciarono a gridare “Make love, not war” per protestare contro la guerra in Vietnam, da adolescente quale ero, provai un senso di profonda condivisione, rimanendo molto sorpreso della diffidenza che mostravano invece il mio nonno paterno e le mie nonne. “Mai più la guerra, mai più la guerra! E’ la pace, la pace, che deve guidare le sorti dei popoli e di tutta l’umanità”, disse Papa Paolo VI parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1965. Ma mentre le parole del Papa, insieme alla speranza di un mondo di pace, portavano con sé soprattutto l’angoscia per il sangue delle guerre passate e di quelle in corso, un drammatico Mysterium iniquitatis impenetrabile per l’intelligenza umana, mi resi conto ben presto che la mia generazione stava scegliendo un’altra prospettiva, una prospettiva più semplice che giustificava peraltro la diffidenza dei miei nonni: ci sono le guerre perché la società è ingiusta, cambiamo le strutture sociali e sconfiggeremo anche la guerra; l’uomo in sé è buono, la società capitalistica lo rende malvagio; gli Stati Uniti d’America sono il principale responsabile dei mali del mondo, evviva Ho Chi Minh, evviva Mao Tse-Tung, evviva Ernesto Che Guevara. Questo, grosso modo, il registro privilegiato dal mitico Sessantotto, il vero luogo d’origine del pacifismo unidirezionale contro l’America e contro l’occidente che fa sentire ancora oggi la sua voce sulle nostre piazze.
Alla base di questo, per me, falso pacifismo stanno, da un lato, un deficit di realismo dovuto a un’antropologia sbagliata, che tende a guardare il male fuori dell’uomo, mai dentro, e dall’altro un’avversione di fondo a quello che potremmo definire il canone occidentale. Purtroppo non tutti i conflitti possono essere risolti col dialogo, specialmente quando qualcuno decide di invadere un altro paese. La violenza, come non si stanca di ripetere Leone XIV, bisogna scardinarla soprattutto dai nostri cuori. Per questo è necessario che l’occidente ritrovi il senso di ciò che lo costituisce nel profondo: un’idea di uomo dotato di incommensurabile dignità che non dimentica la propria grandezza né la propria miseria, e un’idea realistica, non cinica, della politica che, pur con tutte le tragedie che l’hanno segnata, sa bene che l’occidente è pur sempre la terra dove più che altrove si sono sviluppate le libertà individuali, le istituzioni dello stato di diritto e un’idea di relazioni internazionali ispirate a un senso di giustizia. In questo contesto la pace è il vero fine della politica, ma la guerra resta una tragica possibilità.