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Liberare i bambini della famiglia nel bosco e rivendicare la nostra educazione liberale
Sono mesi che la detenzione preventiva dei bambini di Palmoli continua con i suoi prevedibili guasti, con la sua cattiveria. Ma gli adulti devono riaffermare la maturità del mondo contro la sua eterna e pericolosa giovinezza. Insegnare, convincere, riempire il vuoto. Subito, senza ipocrisie
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1 APR 26

Foto ANSA
Un diluvio di ipocrisia e stupidità si abbatte sull’Italia. I servizi sociali e il tribunale dei minori tengono da mesi segregati tre bambini che vivevano allegri e rotondi nell’educazione famigliare rurale, con gli animali e le gioie e le fatiche scelte dalla piccola comunità famigliare, impartita loro nel bosco da genitori amorevoli. La madre è diventata oggetto di una caccia alla strega. Il padre è costretto a un ruolo di mediatore pachistano nella guerricciola dello stato psicologo e educatore contro libertà e sviluppo alternativi. Vige la filosofia totalitaria del rapporto con l’altro, ma quando si incontra l’altro, due genitori e tre bambini con galline asinelli e cavalli, ci si ritrae spaventati e si fa questione di igiene pubblica scegliendo la prigionia dell’infanzia. Sono mesi che la detenzione preventiva dei bambini di Palmoli continua con i suoi prevedibili guasti, con la sua cattiveria, con la sua incomprensione verso una cultura non omologata agli standard della tipica istruzione laica, quella che nella sua forma micragnosa e di ortodossia costituzionale rigetta il complemento della grande educazione cattolica e l’ambito del privato. Intanto, e comprensibilmente, si mettono le mani nei capelli per quello che accade nella scuola di stato o nella meglio gioventù che nessuno, si dice, è capace di ascoltare nel suo disagio, quando è chiarissimo che non facciamo che ascoltarli inutilmente, non facciamo che compiacerli, compiangerli, mentre non sappiamo più parlargli con persuasività, con intelligenza, con senso realistico delle cose, con autorità liberale.
La colpa è dei telefonini, e va bene, quei telefonini tassativamente esclusi dall’educazione nel bosco, proprio per la paura che incutono, a giusto titolo e no. Facciamo convegni per vietare il digitale, legiferiamo contro lo scrolling, perdiamo anche ogni residuo di senso del ridicolo. La colpa è dei coltelli, che non agiscono da soli. La colpa è di Telegram, del lupo cattivo, del sociopatico di turno, del nazismo strisciante, del rifiuto sociale hikikomori, quando è evidente che la colpa è nostra e solo nostra, è in una generazionale distruzione del principio dell’educazione liberale, nel decadimento delle nostre facoltà di insegnare, contenere, arginare le pulsioni e impartire lezioni, nozioni, disciplina, punizioni, inibizioni, amore del bello, un certo timordiddio, una socialità non invasiva, un gusto per i rapporti con gli altri incompatibile con la digitalizzazione dell’esistenza. E questo perché non crediamo minimamente nella giustezza e nella sovranità e nell’inarrivabile altezza della nostra cultura, della nostra identità, del nostro canone letterario e morale. Bisogna smettere di auscultare le emozioni dell’adolescenza, una mania idolatrica figlia della denatalità e della paura del futuro, gli adulti devono riabituarsi a trasmettere criteri dominanti che non si possono evadere a nessuna età, devono riaffermare la maturità del mondo contro la sua eterna e pericolosa giovinezza. Insegnare, convincere, riempire il vuoto, imporre il divieto, mostrare l’inevitabilità dell’autorità, questo è giusto. Ascoltare, blandire, sottomettersi, questo è l’ultimo rifugio degli ipocriti. E liberare subito con tante scuse i bambini sottratti alla loro libertà nell’unione famigliare, questa è la prima cosa da fare contro il lupo cattivo delle nostre favole.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.