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idee e ostacoli

La crisi demografica e il miraggio delle pensioni del futuro

Mauro Marè

La ricchezza dei baby boomer come contributo rilevante al finanziamento del welfare. Ma definire gli strumenti operativi per realizzare questo processo a favore delle generazioni successive non sarà facile né agevole. Un libro

Il tempo passa e la percezione della sostenibilità del sistema pensionistico si aggrava. La riduzione del tasso di fertilità e il contemporaneo aumento della speranza di vita della popolazione italiana rendono il vincolo di bilancio pensionistico molto più impegnativo.

Le somme maturate dai lavoratori che si stanno avvicinando alla pensione devono essere finanziate dagli attivi del futuro. Qui c’è sia un problema aritmetico (numero di attivi e pensionati), sia di tasso di crescita dei salari e dell’economia. Soprattutto di trasparenza finanziaria: si dovrebbe dire ai lavoratori che pensano di essersi pagata da soli la pensione con i contributi che queste somme non sono disponibili perché son state già spese per pagare le pensioni degli anni passati. E che il finanziamento della propria pensione dipenderà dalla disponibilità a pagare delle future generazioni.

Non si spiega come si dovrebbe il funzionamento del sistema, ed è anche comprensibile, nell’illusione che rinviando la resa dei conti la questione finanziaria possa ammorbidrsi. E’ il miraggio dei sistemi a ripartizione, che per anni hanno offerto una sorta di miracolo, quando la popolazione e l’economia crescevano; ma che si è rivelata un’illusione quando è divenuto chiaro quale sarebbe stata l’evoluzione demografica. Già negli ultimi decenni del secolo scorso, le previsioni indicavano un quadro molto negativo; e per questo sono state realizzate tre riforme molto impegnative. Ora è evidente che non sono state sufficienti.

Larga parte delle forze politiche spinge, per motivi elettorali, per un rinvio dell’aumento dell’età di pensionamento, quando questo aumento è il minimo che un governo responsabile possa fare. Nessuno vuole andare in pensione a 70 anni, ma le risorse non permettono flessibilità: se vai prima, la tua pensione non può che essere aggiustata sul piano attuariale. Un ricorso più esteso al sistema della capitalizzazione potrebbe essere sul piano dei principi una risposta, perché l’accumulazione sarebbe reale, ciascuno accumulerebbe da solo, riducendo il trasferimento dell’onere pensionistico sui figli. Il problema purtroppo noto è come si possa realizzare la transizione da un sistema all’altro: mentre è stato facile nel dopoguerra estendere a tutti i lavoratori i benefici del sistema a ripartizione, anche a quelli che non avevano versato niente, è molto più difficile passare a un sistema a capitalizzazione perché i conti individuali virtuali del sistema a ripartizione vanno resi liquidi. Alcuni paesi hanno cercato di fare questa transizione e son riusciti a realizzarla trasformando i diritti maturati nel sistema a ripartizione in somme reali con un’emissione equivalente di debito pubblico ( recognition bonds). Ma l’Italia, come tanti altri paesi Ocse, non può aumentre il debito.

Eppure, il problema è enorme e ci avviciniamo al momento delle scelte difficili. I dati sono chiari e limpidi. Eurostat ha pubblicato tavola aggiornata della stima del debito pensionistico implicito: l’Italia ha un valore superiore al 400 per cento del pil. Ciò rende poco probabile che l’accumulazione virtuale, effettuata dalla generazione del baby boom, prossima alla pensione, possa essere restituita in questa dimensione. E allora?

Lasciare che i giovani accumulino larga parte dei loro contributi solo nel sistema a capitalizzazione, liberandoli del peso di pagare le pensioni dei genitori, potrebbe aumentare l’equità generazionale ma è una strada realisticamente non percorribile – ma merita lo stesso aumentare consistentemente le adesioni ai fondi pensione, come si è fatto con l’adesione automatica prevista nella legge di Bilancio.

Un aiuto notevole può derivare dalla notevole dimensione della ricchezza che i baby boomer sono riusciti ad accumulare e che verrà trasmesse alle generazioni successive, come ho scritto in un libro appena uscito “Chi si prenderà cura di noi?”. Va risolto il problema della concentrazione della ricchezza e vanno garantiti processi di “lasciti” equilibrati, con imposte di successione adeguate. La dimensione di queste eredità potrebbe essere un contributo rilevante al finanziamento del welfare, che i nostri figli saranno chiamati a soddisfare: i lasciti ereditari come contributo al sostentamento del proprio welfare, con un meccanismo di scambio. Ma definire gli strumenti operativi per realizzare questo swap tra eredità e onere pensionistico trasmesso alle generazioni successive non sarà facile né agevole.

E’ possibile ancora aggiustare in modo responsabile il welfare, ma hic sunt leones; prima di avvicinarsi troppo ai leoni, vanno trovate le soluzioni adeguate per rafforzare la sostenibilità finanziaria e sociale dei sistemi di welfare.

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