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Un paese di santi, poeti e allievi di Montanelli

Da Marco Travaglio a Marcello Foa. Spuntano come funghi dopo la pioggia d’agosto

26 Settembre 2018 alle 06:06

Un paese di santi, poeti e allievi di Montanelli

Foto LaPresse

Avvertiamo preventivamente il lettore perché qui si entra, purtroppo, in un terreno molto accidentato oggi che gli allievi di Indro Montanelli, anche scarsamente conosciuti, spuntano come i funghi dopo la prima pioggia d’agosto e spesso si accasano in ruoli impensabili – tipo la presidenza della Rai – e sostenendo, da veri liberali montanelliani, le virtù della Russia autocratica di Putin.

 

Ci sono quelli che parlano da eredi spirituali, quelli che si commuovono, quelli che affettano una confidenza che però ricordano soltanto loro. Tutti, infine, alimentano la paccottiglia di aforismi e aneddoti di dubbia origine che negli ultimi anni sono diventati la smorfia del grande Montanelli. Ha detto infatti Marcello Foa, che salvo sorprese stasera sarà il nuovo presidente della Rai: “Mi muoverò sull’onda di colui che è stato il mio maestro: Montanelli”. Ecco. “Il maestro” scriveva contro i carri armati russi in Ungheria, lui ha tifato per i carri armati russi in Crimea.

 

E d’altra parte quella dell’erede di Montanelli è una condizione della psiche che richiede molta comprensione.

 

In principio fu Marco Travaglio. Montanelli diceva di lui che era un “grande inquisitore da far impallidire Vishinsky”. E non aveva ancora potuto apprezzare la parlata fatta di “slurp”, “lecca-lecca”, “lingua”, essudati, pernacchie e flatulenze. Ma la qualifica di allievo se la attribuiscono in tanti, e con la medesima spontaneità da ariete. Una spontaneità che a volte li trascina in situazioni impensabili, probabilmente dovute all’equivoco che il vecchio Montanelli, non ricordandosi il nome di molti di loro, quando incontrava i ragazzotti di redazione li chiamava tutti “figliolo”. Così adesso ci sono una caterva di sessantenni che pensano d’essere i figliocci di Montanelli. Lui, tuttavia, poiché forse conosceva l’animo cialtronesco dei suoi compatrioti, s’era organizzato con previdenza contro epigoni e continuatori: “La mia eredità sono io”. Diceva inoltre d’avere una sola preoccupazione: quella di non diventare – da morto – un monumento. “Fra le altre cose perché i monumenti sono troppo frequentati dai piccioni”. E dagli allievi.

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Commenti all'articolo

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    26 Settembre 2018 - 22:10

    Diciamo Montanelli perchè - longevo e lucido come il Padreterno gli ha concesso - è stato l'ultimo dei grandi Giornalisti che le generazioni dei nostri padri hanno avuto il privilegio di leggere. Giornalisti che sapevano divertire, sorprendere, far riflettere e pensare il lettore, con una dose d'obiettività tale da farsi leggere, magari di soppiatto, anche dagli avversari. Posso dirlo perchè, pendolare per anni da Piacenza a Bologna col Giornale sotto il braccio, al lunedì mi ritrovavo nello scompartimento con un onorevole del partitto - persona peraltro onestissima stimabilissima e stimatissima da tutti, che si buttava a scartabellare il fascio della stampa compagna ma con la coda dell'occhio spiava l'attimo che ripiegavo il mio per : "Magiùr, ...fàl dè n'ucè?" e lì, gustava avidamente quel che gli interessava davvero. Ecco il test che fa, di chi scrive sulla cartastampata, un giornalista doc: farsi leggere volentieri, anche dagli avversari. Senz'obbligo di condividere. Bei tempi.

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  • alessandrogradenigo

    26 Settembre 2018 - 17:05

    Grande! Bravo! È tempo che io penso la stessa cosa a sentir parlare Travaglio....

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  • Chichibio

    26 Settembre 2018 - 14:02

    Grande Indro, quanto ci manchi!

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  • eleonid

    26 Settembre 2018 - 14:02

    Bravo!

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