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Da Asia Argento a Gérard Depardieu

E’ ora di prendere atto della precarietà dell’impalcatura su cui si è costruito il più grande patibolo dei nostri anni

1 Settembre 2018 alle 06:08

Da Asia Argento a Gérard Depardieu

Gérard Depardieu (foto LaPresse)

Uno due, la vendetta. Prima Asia, che di spada ha ferito e di spada eccetera. Poi Depardieu, che aveva definito Weinstein “un grosso maiale”. In più aveva corretto la naturale gaiezza spaccona del “françois”, del gaulois, con una dose irritante di cupo putinismo, sebbene contro il socialismo di Hollande e le sue tasse. Invece no, come già scritto per la Argento, non si fanno vendette. Oltre tutto, si sa poco: le denunce e testimonianze non bastano oggi, come non bastavano ieri. E siamo gente di mondo, va benissimo #MeToo e #balancetonporc, ma sappiamo come vanno le cose, e Catherine Deneuve, la più  bella di gran lunga, ci ha spiegato un punto di vista femminile diverso dal solito, e con grazia aggressiva. Piuttosto le riabilitazioni, questo sì, è il momento. Woody Allen non gira un film quest’anno, mi pare ingiusto, non è un buon letterato del cinema, un geniaccio nichilista e mondano? James Levine è solo, malato, e non dirige: non si potrebbe dargli da lavorare, visto che è un musicista mica male, e il preludio del Lohengrin è roba sua? Magari in associazione con Daniele Gatti, che nel Don Carlos è insuperabile, licenziamento a parte. Kevin Spacey fu il maggior Riccardo III, a parere di molti, siamo sicuri del bando, ora che Louis C. K. è fortunosamente tornato? Io riabiliterei un sacco di gente, fotografi, pittori, attori, musicisti, preti, gente comune esclusa dalla mensa dell’arte e della vita, e dalla messa, per una denuncia senza processo e senza prove, la mia parola contro la tua. Riabiliterei parecchi che sono morti, e a Bruxelles furono perseguitati perfino nella tomba alla ricerca di carte compromettenti. Weinstein e Ramadan sono forse un problema più complicato, c’è di mezzo una vasta indagine e la famosa convergenza degli indizi, sebbene anche l’islamista europeo stia in galera dal 2 febbraio, e malgrado Macron, che non piace a Zingaretti e a me parecchio, preferisco la giustizia americana. Il carcere si fa dopo la condanna, non prima. Ma io sono un tipo stravagante, un originale, uno strano. 

 

In attesa di sapere se Depardieu si sia comportato male con una ballerina di vent’anni, figlia di un suo amico, e curiosamente per ben due volte a distanza di qualche giorno (l’ipotesi dello stupro è mostruosa, e per adesso la escluderei), prendiamo atto della precarietà di tutta l’impalcatura su cui si è costruito il più grande patibolo dei nostri anni, della facilità con cui ci si può sbagliare, della corrività dei giudizi e delle testimonianze di Asia e di Gérard medesimo, quando si tratti di altri. Vorrei che una volta moralizzata, la moralizzazione faccia i conti con sé stessa. Nella chiesa, nonostante, Hello Polly!, le pretese dell’ateismo militante anticristiano e talvolta antisemita, e nel mondo secolare, dove divorziano peccato e reato, come fu spiegato a Buttiglione che lo sapeva benissimo. Vorrei che le penne sciolte che hanno condannato e sfrigolato accuse penose si ravvedessero, e riabilitassero. Non comportamenti abusivi, che siano di laici o di preti, per carità, non insulti alla dignità femminile o maschile, tantomeno l’attentato ai bambini, ma almeno la sicurezza inaudita con cui hanno incassato e speso nel registro di cassa del botteghino giustiziere tutti quei bei soldini di carta stampata e di ore televisive. Lo dicano, una buona volta, che non ci si può fidare tanto facilmente delle autoimmolazioni e dei vittimismi, che lo sparo di Thelma o Louise, quello che stese lo stupratore nel parcheggio fra i nostri applausi al cinema, è meglio, nonostante il Truce, della propalazione selvaggia che uccide col silenziatore della verbosità. 

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