Armi, veganesimo e YouTube

Camillo Langone

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Diciamo che gli animalisti sono un pericolo per gli uomini mentre noi umanisti siamo un pericolo per gli animali. Io mi ritengo nel giusto quando macello oche, galline, conigli, la youtuber iraniano-americana Nasim Aghdam si riteneva nel giusto quando sparava a persone colpevoli di lavorare per YouTube, e spero che la differenza sia ancora riconosciuta sebbene l’animalismo montante spinga all’indifferenza: “Uccidere qualsiasi essere senziente è sbagliato. Non importa che sia un essere umano, un cane o una pecora”.

  

Sono parole che potevano uscire dalla tastiera di Leonardo Caffo o dalla bocca di Michela Vittoria Brambilla e che invece sono di questa vegana parecchio contraddittoria visto che poi a San Bruno, California, ha ucciso proprio degli esseri senzienti, anche se forse dissenzienti rispetto ai suoi video mal girati. E’ una storia brutta e quasi caricaturale da tanto è ingombra di stereotipi. L’America delle armi facili, per dirne uno. Nonostante la tipa si atteggiasse a bodybuilder non sembrava disporre di un fisico atto a compiere stragi a mani nude. Per abbattere l’odiato nemico, colto in un momento di pausa nella caffetteria di YouTube, ci voleva almeno una pistola calibro 9. Mi verrebbe da dire che in Italia una simile sciroccata al massimo sarebbe riuscita a procurarsi un coltello da cucina, poi mi ricordo di essere un liberale e rileggo Cesare Beccaria: “Le leggi che proibiscono di portar le armi non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti”. E Nasim al delitto era determinatissima. E forse se anche i dipendenti di YouTube fossero stati armati il bilancio di sangue sarebbe stato meno pesante. Il secondo stereotipo è l’Indignato ammirevole. Circola l’idea che l’indignazione sia qualcosa di nobile e che i perenni indignati siano migliori, più appassionati, più idealisti di noialtri neghittosi, pacati per scelta o magari per carattere, carenza di adrenalina, sentimento qoeletico della vanità del tutto, dell’inutilità di ogni sforzo supplementare. A un indignato si tende a perdonare molto ossia troppo. Nel 2010 un vecchiaccio francese ebbe un successo planetario con un libretto intitolato “Indignez-vous!” in cui esortava a mobilitarsi per una sfilza di cause una più opinabile dell’altra. Tra le cause per cui ringhiare c’era quella dei palestinesi di Gaza, altri indignati perpetui. Alcuni ebrei dissero che Stéphane Hessel così giustificava il terrorismo ma l’autore non si turbò per così poco e continuò a vendere e a sobillare. Oltre a essere ammirati dagli altri, gli indignati si ammirano moltissimo da soli, specchiandosi negli schermi. La solipsistica Nasim Aghdam si sarà sentita l’eroina del mondo nuovo quando imbracciando una spada giocattolo e indossando jeans macchiati di sangue si scagliava su internet (nasimesabz.com, ora chiuso) contro i marines colpevoli di avere ucciso dei maiali durante un’esercitazione. Il terzo stereotipo in gioco è lo youtuber di successo. La magra e sgraziata Nasim dal già preoccupante sguardo fisso si impegnava allo spasimo ma uno su mille ce la fa e forse l’idea di un canale vegano in lingua farsi, inoltre giocato su un traballante registro comico, era davvero troppo di nicchia. Quando il fallimento del suo sforzo è stato palese, quando le visualizzazioni sono crollate e i soldi sono finiti ecco lo sprofondare nella paranoia, lo spettro del complotto, l’evocazione della censura, il mi-boicottano-per-i-miei-contenuti-scomodi… Il quarto e ultimo stereotipo è ovviamente l’Animalista furioso, sul genere dell’assassino di Pim Fortuyn, Volkert van der Graaf, e dei fanatici meno letali e però non meno illiberali che mi augurano la morte (meglio se dopo lunga e dolorosa agonia) ogni volta che ricordo come l’onnivorismo sia scritto nel nostro Dna e nella Bibbia. Perché, come dicevo, noi umanisti saremo un pericolo per gli animali ma gli animalisti sono un pericolo per gli uomini.

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