La guerra al maschio è la persona dell'anno

Mattia Ferraresi

New York. Il Time, si sa, sceglie la persona dell’anno in base alla sua rilevanza storica, non è un giudizio di valore. Si tratta di stabilire qual è la figura che più ha influenzato l’America e il mondo nell’anno che si sta per concludere. Nel 1938 è stato nominato Adolf Hitler, per dire. Di tanto in tanto il prestigioso magazine newyorchese passato di recente nelle mani di un facoltoso gruppo del midwest noto per le riviste di giardinaggio, decide di nominare un categoria, una figura astratta oppure un oggetto simbolico, in mancanza di un personaggio storico convincente. Spesso si tratta di un ripiego, quasi sempre i gruppi evocati come decisivi sono i primi a finire nel dimenticatoio. Nel 2014 il riconoscimento è andato agli “ebola fighters”, nel 2011 l’uomo dell’anno è stato “il manifestante” indignato, nel 2003 “il soldato americano”. Sono stati insigniti i buoni samaritani, il combattente americano in Corea, gli whistleblower di Enron, gli americani di mezzo, i peacemakers, le donne americane, il computer e perfino “tu”, l’individuo che crea e condivide contenuti originali sul web e così diventa protagonista assoluto della storia.

  

Non potevano dunque mancare le “silence breakers”, le donne che hanno spezzato il silenzio, le eroine che dopo anni di vergogne e traumi hanno deciso di denunciare i loro molestatori, dando inizio a una purga retroattiva che chiaramente non ha come vero obiettivo quella serie di orchi particolari là fuori che davvero meritano pene detentive, ma vuole incastrare il maschio oppressore in generale. E’ la guerra al patriarcato interiorizzato della quarta ondata del femminismo: parte da Hollywood, dalle redazioni dei grandi giornali, dagli studi televisivi e vuole arrivare a spezzare il silenzio anche negli uffici anonimi, nelle camere d’albergo, dietro i banconi dei bar, alle fermate dell’autobus. In copertina compaiono un gruppo di donne fra cui Ashley Judd e Taylor Swift, ma all’interno vengono celebrate decine, centinaia di donne famose e non, da Alyssa Milano, che ha inventato la campagna virale #MeToo, fino alle inservienti del Plaza che stanno facendo una class action contro la direzione dell’albergo. Al passo con questi tempi di genderfluidità, il Time è attento a non ridurre tutto a una questione esclusivamente femminile, e non soltanto perché le avances di Kevin Spacey erano rivolte esclusivamente a maschi come lui. Gli autori dell’articolo di copertina si curano di informare il lettore che, secondo il National Center for Transgender Equality, il 47 per cento dei trans ha sporto denuncia per molestie almeno una volta.

 

Anche questo è spezzare il silenzio, dicono, e subito sul famoso web che impazzisce sempre si è scatenata la gara a trovare le molestate non citate, le categorie dimenticate, gli scandali declassati o minimizzati. La canonizzazione delle lottatrici contro il silenzio ha prevalso sul candidato ovvio alla persona dell’anno, talmente ovvio che l’interessato ha detto di essere stato contattato dal giornale e di avere rifiutato il photoshoot per la copertina. Sì, Donald Trump è stato nominato già lo scorso anno, ma se uno è la persona dell’anno c’è ben poco che si possa fare. Anche Richard Nixon, suo malgrado, è stato celebrato dal Time per due anni consecutivi. Forse il prossimo anno la persona dell’anno sarà “la seconda chance” e saranno messi in copertina i paria che hanno seguito scrupolosamente il percorso di riabilitazione in sei mosse vergato dal giornalista Jack Shafer, ma quest’anno per tenere fede alla logica ed evitare la nomina collettiva che subito deperisce, il Time avrebbe dovuto almeno dare il riconoscimento ad Harvey Weinstein.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.