L’università e la ricerca del “pluralismo delle opinioni”. Un pericoloso equivoco di fondo

All’Università del Salento in un seminario su sesso e identità di genere gli studenti di sinistra sono insorti perché volevano sentire anche l’altra campana. Ma l’università non è il cineforum, e la vera lezione impone all’uditorio di tacere abbastanza a lungo perché qualcosa gli arrivi
13 OTT 26
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Foto di Dom Fou su Unsplash

All’Università del Salento, in un seminario su sesso e identità di genere, un professore ha proposto la lettura di saggi come “La cancellazione del femminile, il sessismo al contrario e la teoria del privilegio cisgender” e “Il movimento trans è una menzogna”. Va da sé che gli studenti di sinistra sono insorti. Cinquant’anni fa avrebbero messo a soqquadro l’aula. Oggi chiedono alla rettrice di intervenire perché non verrebbe rispettato il “pluralismo delle opinioni”. Vogliono sentire anche l’altra campana: un prof convinto che “trans è bello”. O qualcosa di simile. E così la lezione diventa un talk-show dove uno dice bianco e un altro nero, nella speranza che il pubblico partecipi al contraddittorio e non si assopisca. Ma, allora, accanto a uno che spiega la fisica quantistica dovrebbe sedere per decreto uno scienziato einsteiniano. In un convegno su Pascoli, almeno un paio di poeti dannunziani. O no?
Intendiamoci: la colpa non è tutta degli studenti, che in fondo si adeguano a chi, ormai da un pezzo, ha trasformato la cattedra in una tribuna per lanciare appelli. E’ l’ultima spiaggia dei professori stanchi e sfiduciati del proprio mestiere. Gli viene il dubbio, sgradevole, che ciò che sanno non serva a niente. Per tornare a sentirsi utili, barattano lo studio con l’impegno militante e la lezione con il dibattito. Invitano ospiti a raffica per mostrare che ogni argomento ha il suo gemello polemico. Blandiscono il naturale dilettantismo degli studenti: “sono d’accordo con Leopardi”, “non sono d’accordo con Sartre”, “mi piace”, “non mi piace”. Confondono la comprensione con l’approvazione o la condanna. Usano i libri solo per decidere se l’autore sia dei nostri o un nemico. Complici le terrificanti “nuove metodologie della didattica”, il risultato è che la vecchia lezione frontale rischia di scomparire. Quando invece è l’unico modo per afferrare davvero un problema, tenerlo fermo e articolarlo nella più grande chiarezza. Vale per il professore lo stesso che Carmelo Bene diceva dell’attore: il mediocre trasforma anche un monologo in un dialogo, quello bravo trasforma anche un dialogo in un monologo. Non per autismo, ma per dare tempo, respiro e necessità a ciò che dice. Il resto è chiacchiera.
Ho scoperto l’acqua tiepida. Ma a volte pure quella ustiona. Il docente dell’Unisalento lo sa bene. Infatti, anziché rispondere per le rime ai giovani censori in erba, li ha definiti una “espressione della vitalità della nostra comunità universitaria”. Perché in Italia i professori hanno una fifa blu di non essere sufficientemente democratici e arrendevoli. Sospettando di essersela cercata, non osano spiegare agli studenti che l’università non è il cineforum, e che la vera lezione impone all’uditorio di tacere abbastanza a lungo perché qualcosa gli arrivi. Il dibattito tranquillizza, perché riempie i silenzi e spinge a schierarsi. La lezione ferisce, perché toglie all’opinione il piacere di credersi già pensiero.