Scuola
l'intervista •
Odio e indifferenza. Come è cambiato il mondo per i giovani ebrei dopo il 7 ottobre
La vita nelle università italiane secondo Maia Piperno, presidente Ugei: "Quel che è stato un pogrom contro gli ebrei per alcuni è ancora una data di resistenza. Il ddl Antisemtismo? Ne abbiamo bisogno"
7 OTT 26

"Dal 7 ottobre, per noi, è cambiato praticamente tutto. Ci siamo ritrovati in un clima di ostilità che non pensavamo potesse riaccadere. Non solo nelle università, anche al di fuori i giovani ebrei italiani si sono trovati in grande difficoltà”. Maia Piperno, 22 anni, studentessa di Ingegneria biomedica al Politecnico di Milano, è presidente dell’Unione giovani ebrei d’Italia (Ugei), una delle associazioni ebraiche che più ha risentito del clima d’odio innescato nei campus con il rinfocolarsi del conflitto in medio oriente. “Oggi è molto più difficile andare in giro liberamente, indossare la kippah, la stella di David. Derive che prima del 7 ottobre non erano arrivate a questo livello di gravità”, racconta al Foglio.
Le storie di studenti aggrediti, marginalizzati all’interno delle università sono svariate, molte delle quali resocontate dall’osservatorio della Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea), che parla di casi in crescita esponenziale da quattro anni a questa parte. “Io per fortuna nella mia comunità universitaria mi sono sempre circondata delle persone giuste e mi sento al sicuro. Ma ho amiche, cugini che hanno dovuto affrontare momenti spiacevoli persino alle scuole superiori. Basta dire di essere ebrei che subito lo si collega alla geopolitica. Ecco perché molti preferiscono non esporsi”. Forse ha pesato anche l’indifferenza o quanto meno la mancata presa di coscienza di alcuni rettori verso la gravità della situazione? “Sì, anche perché è chiaro che l’università deve restare uno spazio libero di confronto e di dialogo. Per fortuna ci sono casi virtuosi come l’università che frequento io, il Politecnico, che sono riusciti a restare abbastanza neutrali, hanno garantito il diritto allo studio. Poi però ci sono casi come quello del Campus Einaudi di Torino (all’Ugei fu impedito di presentare un manifesto per il “diritto allo studio”) dove la prevaricazione è stata sotto gli occhi di tutti”, dice Piperno. Secondo cui, a ogni modo, “c’è una grande differenza tra i rapporti umani e quelli mediati dai social network, che spesso sono un veicolo di odio. Nei rapporti umani è più comune incontrare persone che sono interessate a capire la tua cultura, a conoscere le tue tradizioni, a fare scambi interreligiosi. E’ il tentativo, faticoso, di confrontarsi e non di scontrarsi”. A proposito di scontro, una delle ultime campagne dell’Ugei è rivolta alla comprensione del ddl Antisemitismo, in via di approvazione finale in Parlamento. “Per noi quello strumento legislativo è molto importante perché vuol dire riconoscere un fenomeno specifico che sta prendendo piede nel nostro paese. Dire che gli israeliani sono i nuovi nazisti vuol dire ricadere sempre nella demonizzazione di un’altra cultura, nel rinvenimento disperato di un capro espiatorio. In più la definizione dell’Ihra è importante perché adottata da anni a livello europeo e fatta propria dall’Italia nel 2020. Non c’è alcuna contrazione della libertà di aggregazione e manifestazione. Noi nel nostro piccolo abbiamo lanciato un appello cercando di raccogliere quante più associazioni di estrazione politica diversa. Per essere più trasversali possibile”.
I social, comunque, non sono per forza un male. “E noi con l’Ugei li abbiamo usati per campagne di sensibilizzazione come quella con ‘We are the memory’ sull’Olocausto. O la campagna ‘Ask a jew’ per far conoscere meglio la nostra cultura: quella di italiani che semplicemente professano una religione diversa”. Il rammarico è sempre quello di dover subire appelli al boicottaggio, come quello per l’esclusione delle associazioni lgtq+ ebraiche dai pride. “Ma anche per l’esclusione della Brigata ebraica dai cortei per il 25 aprile. Significa non conoscere la storia della Liberazione”, dice Piperno. L’auspicio, insomma, è che in futuro una data come il 7 ottobre non venga vista più come divisiva? “Magari”, conclude con un po’ d’amarezza la presidente Ugei. “E’ quello che ci auguriamo. Anche se per quest’anno a Bologna c’è chi ha parlato non di pogrom commesso contro gli ebrei ma di un atto di resistenza palestinese. La strada è ancora lunga”.
Di più su questi argomenti
Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.
