Il governo mette 14 milioni sull’italiano per stranieri. Ma i docenti non finiscono dove servono

Le cattedre per l’italiano come seconda lingua sono diminuite del 19 per cento e la distribuzione territoriale appare scollegata dal numero di studenti che ne avrebbero bisogno. Il sospetto: prima si cercano docenti da sistemare, poi gli alunni a cui insegnare

28 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:34
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Il governo ha promesso 14 milioni di euro a regime per assumere nuovi insegnanti di italiano per stranieri, nello stesso decreto in cui ha posto il tetto del 30 per cento di alunni con difficoltà di italiano nelle classi. Ma i soldi serviranno poco o nulla se saranno spesi come fatto finora.
La classe di insegnamento A-23, “lingua italiana per discenti di lingua straniera”, è stata istituita nel 2016 e inizialmente pensata soprattutto per l’insegnamento della lingua agli adulti, nei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti. Dallo scorso anno scolastico il suo impiego è stato esteso alle scuole medie e superiori: i docenti possono essere assegnati alle classi nelle quali almeno un quinto degli studenti è costituito da alunni stranieri entrati per la prima volta nel sistema nazionale di istruzione o privi di competenze linguistiche di base.
Primo problema: i posti di potenziamento destinati all’insegnamento dell’italiano come seconda lingua sono passati dai 937 dell’anno scolastico 2025/26 ai 762 dell’anno appena iniziato. 175 in meno, una riduzione del 19 per cento. Poco potranno fare i 3,4 milioni di euro per il 2027 e 14,1 per il 2028 stanziati per finanziare attività extracurriculari di recupero in italiano.
Ma, problema ancor più grave, le assegnazioni delle cattedre non sembrano seguire le reali necessità degli studenti. Tra le regioni con più assegnazioni, dopo la Lombardia, prima con 154 insegnanti, arriva la Campania con 76: una scelta incomprensibile, dal momento che la regione è solo la decima per numero di studenti stranieri non nati nel nostro Paese (e dunque, plausibilmente, più bisognosi di un potenziamento linguistico). Al terzo posto viene il Lazio, che per platea di studenti è invece al quinto posto. Scendendo lungo la classifica si trovano paradossi ancora più clamorosi. La Sicilia si ritrova con più docenti del Veneto, che ha il quintuplo di alunni immigrati di prima generazione tra medie e superiori. La Calabria ha il 30 per cento in più di insegnanti di italiano rispetto al Friuli-Venezia Giulia, nonostante questa regione abbia oltre il doppio degli studenti in stato di necessità.
Le cifre sul numero di studenti per docente gridano vendetta. Al nord le cattedre assegnate portano ogni insegnante a dover seguire oltre 400 alunni stranieri di prima generazione. Un carico di lavoro insopportabile. Al centro il rapporto scende a uno ogni 362. Al sud e nelle isole, le regioni dove risiedono meno famiglie straniere, il rapporto scende sotto quota 100: un docente ogni 92 alunni. E’ una distribuzione completamente disfunzionale. La situazione non è migliorata negli anni: nel calo generalizzato tra il 2025 e il 2026, la Toscana ha perso la metà degli insegnanti, mentre la Basilicata ha raddoppiato le cattedre a disposizione.
Le cattedre sembrano essere distribuite non dove è maggiore la domanda di insegnamento dell’italiano, ma dove è più facile trovare docenti a cui assegnarle. Se l’obiettivo è supportare gli studenti che hanno più bisogno di imparare la lingua, il punto di partenza dovrebbe essere la loro distribuzione sul territorio; l’offerta di insegnanti dovrebbe poi adeguarsi alla domanda.
Il sospetto, allora, è che il criterio reale sia rovesciato: non si assumono insegnanti dove servono, si creano posti dove ci sono insegnanti disponibili. E’ uno dei meccanismi ben noti della scuola pubblica italiana: prima si guarda a quanti docenti ci sono da sistemare, poi a quanti studenti avrebbero bisogno di loro. Prima di promettere altri 14 milioni di euro, converrebbe capire dove finiscono i fondi e, soprattutto, dove finiscono i docenti.