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Competenze digitali e università: la sfida che decide il futuro dell'Italia
Non basta aumentare le immatricolazioni nei corsi Stem, pur indispensabile. Serve una revisione culturale dell'intero sistema dell'istruzione superiore. Dal rafforzamento dell'offerta ICT al lifelong learning: le cinque priorità da non dimenticare
8 SET 26

Foto di Caleb Jack su Unsplash
Gli indicatori del Digital Economy and Society Index (DESI) 2026 della Commissione europea delineano un quadro inequivocabile per l'Italia. La trasformazione digitale non è soltanto una transizione tecnologica: è una trasformazione delle competenze. E proprio il capitale umano rappresenta una delle principali condizioni della competitività europea, come emerge dal Rapporto Draghi, che individua nel divario tra domanda e offerta di competenze uno dei principali ostacoli alla crescita, all'innovazione e all'autonomia strategica dell'Unione. Il luogo nel quale questa trasformazione deve essere governata è, prima di ogni altro, l'università.
I numeri raccontano una realtà che non può essere ignorata. Secondo il DESI 2026, appena il 54,27 per cento degli italiani possiede competenze digitali almeno di base. La media dell'Unione europea è pari al 60,40 per cento, mentre il programma Digital Decade 2030 ha fissato un obiettivo dell'80 per cento della popolazione. Il ritardo italiano non è quindi marginale: separano il paese non solo dalla media europea, ma soprattutto dalla soglia minima ritenuta necessaria per sostenere crescita economica, innovazione e inclusione sociale.
Il quadro appare ancora più preoccupante osservando il capitale professionale. Gli specialisti ICT rappresentano in Italia appena il 3,8 per cento dell'occupazione complessiva, contro una media europea del 5 per cento e un obiettivo del 10 per cento entro il 2030. In termini concreti significa che il Paese dovrebbe quasi triplicare il proprio bacino di professionisti digitali in meno di un decennio. Nessuna politica industriale, nessun investimento in infrastrutture digitali, nessuna strategia sull'intelligenza artificiale potrà produrre effetti duraturi senza persone adeguatamente formate.
Il punto, tuttavia, è ancora più profondo. L'errore sarebbe continuare a considerare il digitale come una competenza riservata agli informatici. L'intelligenza artificiale, la cybersicurezza, la scienza dei dati, il cloud computing e l'automazione stanno ridefinendo tutte le professioni: medici, giuristi, economisti, insegnanti, architetti, giornalisti, biologi, funzionari pubblici.
Per questa ragione la politica universitaria dovrebbe abbandonare definitivamente una logica settoriale. Non basta aumentare le immatricolazioni nei corsi Stem, pur indispensabile. Serve una revisione culturale dell'intero sistema dell'istruzione superiore.
Cinque direttrici di policy appaiono oggi prioritarie.
La prima è l'introduzione di un Digital Core Curriculum nazionale: un insieme di competenze digitali obbligatorie per tutti gli studenti universitari, indipendentemente dal corso di laurea. Data literacy, utilizzo critico dell'intelligenza artificiale, cybersicurezza, gestione dei dati e principi di programmazione dovrebbero costituire la nuova alfabetizzazione accademica.
La seconda riguarda il rafforzamento dell'offerta ICT attraverso un incremento dei posti disponibili, delle borse di studio e dei percorsi interdisciplinari, accompagnato da politiche mirate per aumentare la presenza femminile nelle discipline tecnologiche, ancora significativamente inferiore rispetto agli standard europei.
La terza consiste nel trasformare la collaborazione con imprese, centri di ricerca e pubbliche amministrazioni da esperienza episodica a componente strutturale dei percorsi formativi.
La quarta richiede di attribuire all'università una nuova missione: essere il principale attore nazionale del lifelong learning. L'obsolescenza delle competenze imposta dall'intelligenza artificiale rende indispensabili micro-credenziali, certificazioni modulari e percorsi di aggiornamento continuo rivolti ai lavoratori lungo tutto l'arco della vita professionale.
La quinta riguarda il sistema di governance. Una quota crescente del finanziamento pubblico dovrebbe essere collegata non soltanto alla produzione scientifica, ma anche alla capacità degli atenei di sviluppare competenze digitali certificate, aumentare l'occupabilità dei laureati nei settori ad alta intensità tecnologica e costruire partenariati con gli ecosistemi territoriali dell'innovazione.
Occorre inoltre costruire un Osservatorio nazionale permanente sulle competenze digitali, capace di integrare dati universitari, fabbisogni professionali e indicatori europei per orientare la programmazione dell'offerta formativa.
La competitività non dipenderà soltanto dagli investimenti in infrastrutture o dall'adozione dell'intelligenza artificiale. Dipenderà soprattutto dalla qualità delle persone che sapranno progettare, utilizzare e governare quelle tecnologie. Il DESI 2026 mostra con chiarezza che il vero collo di bottiglia italiano non è soltanto tecnologico, ma anzitutto formativo. Le università non sono semplicemente uno degli attori della trasformazione digitale: ne costituiscono l'infrastruttura più strategica.
L'Italia dispone di eccellenze scientifiche, capacità imprenditoriali e creatività riconosciute nel mondo. Ciò che manca è una massa critica di competenze digitali all'altezza delle sfide europee. Se il Rapporto Draghi richiama l'urgenza di rilanciare la competitività dell'Europa attraverso innovazione, ricerca e capitale umano, la risposta italiana non può che partire dall'università. È nelle aule universitarie, prima ancora che nei laboratori di ricerca o nei data center, che si costruisce la sovranità tecnologica del Paese e la sua capacità di competere nell'economia della conoscenza.
Pierpaolo D’Urso è professore di Statistica e Data science per le decisioni politiche, Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione Sapienza – Università di Roma - Componente del Comstat