La ricerca non è Maga

Perché la proposta della Casa Bianca sulla peer review è pericolosa. L’alternativa c’è
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Per una volta dobbiamo ringraziare l’amministrazione Trump, che ha costretto il mondo accademico americano a confrontarsi con un problema che richiedeva da tempo attenzione, quello della peer review (revisione paritaria). La cura proposta, tuttavia, rischia di essere peggiore del male. Partiamo dal fatto di cronaca. Un regolamento oggi all’esame dell’Office of Management and Budget degli Stati Uniti prevede che, prima dell’assegnazione di qualsiasi finanziamento federale alla ricerca, un rappresentante politico certifichi che il progetto “faccia avanzare le priorità politiche del Presidente”. I fondi potrebbero inoltre essere revocati qualora tali priorità dovessero cambiare.
Il moderno sistema americano della ricerca nacque su principi molto diversi. Nel 1945 Vannevar Bush, ingegnere della mia stessa università, il Mit, pubblicò il rapporto “Science, the Endless Frontier”, proponendo un patto a tre. Il governo avrebbe finanziato la ricerca; gli scienziati, e non i politici, ne avrebbero valutato il merito; la società ne avrebbe beneficiato. Quel modello è alla base dell’università americana contemporanea e di moltissime invenzioni della nostra vita quotidiana – dalle reti neurali a internet.
La peer review ha certo i suoi limiti. Può trasformarsi in “rassicurazione paritaria”: anche noi accademici non siamo immuni da comportamenti gregari. Negli ultimi anni, inoltre, si sono aggiunte pressioni di altro tipo. Diversi requisiti legati a diversità, equità e inclusione introdotti durante l’amministrazione Biden hanno inserito criteri non scientifici nella valutazione della ricerca, proprio il problema che le proposte attuali dichiarano di voler risolvere.
Si tratta di problemi reali, che meritano un ripensamento. Ma la soluzione per una peer review imperfetta è una peer review migliore, non una supervisione governativa. Sostituire il giudizio scientifico con l’allineamento politico rischia di distruggere proprio quel motore di innovazione di cui parlavamo prima. Nessuna delle grandi scoperte scientifiche del passato fu inevitabile; al contrario, ognuna di esse fu una scommessa lunga e incerta su idee che avrebbero potuto fallire.
E’ proprio questo il tipo di ricerca che un sistema di finanziamenti revocabili in qualsiasi momento rischia di eliminare: non vietandola apertamente, ma facendo capire a ogni scienziato che un progetto pluriennale può essere cancellato appena cambia il clima politico. A quel punto, le scoperte più audaci non vengono nemmeno tentate.
Che fare allora? Nelle chat tra colleghi del Mit, in queste settimane, sono emerse diverse idee. Io ho proposto di dividere la peer review in due fasi. La prima per verificare la solidità metodologica di una ricerca, seguendo i meccanismi tradizionali magari affiancati dall’intelligenza artificiale. La seconda per lasciare che la rilevanza venga discussa apertamente dal basso, permettendo alle idee di competere nel tempo. Alcune agenzie in Nuova Zelanda e Svizzera si stanno già muovendo in questa direzione.
Se fosse promulgato nella forma attuale, il regolamento di cui stiamo parlando rischierebbe di compromettere la leadership americana nella scienza. In Urn Burial, Sir Thomas Browne colse la crudeltà della storia scritta. “Vive Erostrato, colui che incendiò il Tempio di Diana; è quasi dimenticato colui che lo costruì”. La storia ricorda più facilmente l’incendiario dell’architetto.
Per gran parte dell’ultimo secolo, l’America è stata l’architetto della scienza moderna. Sarebbe un amaro epitaffio se dovesse essere ricordata, nel suo 250esimo anniversario, non per ciò che ha costruito, ma per ciò che ha distrutto.
Carlo Ratti
Architetto e ingegnere, insegna al Politecnico di Milano e al Mit di Boston, dove dirige il Senseable City Lab