L’assurdo diktat alla Sapienza

I docenti pro Pal vogliono che il rettore sia scelto per fedeltà ideologica

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Foto Ansa

"No al blocco della collaborazione con atenei israeliani”. Così in sintesi un anno fa la lettera della rettrice della Sapienza Antonella Polimeni in risposta al Comitato Sapienza per la Palestina. Ora una lettera aperta firmata da una quarantina di docenti del Comitato Sapienza per la Palestina pretende dal futuro rettore o rettrice un impegno esplicito e “vincolante” contro Israele. Un caso da manuale di come l’attivismo politico abbia colonizzato parti dell’accademia italiana. Un’università pubblica non è un partito né un comitato di lotta. Il rettore deve garantire la qualità della ricerca, la didattica, la gestione delle risorse, la libertà accademica di tutti i docenti e studenti, non sottoscrivere una piattaforma geopolitica unilaterale.
Pretendere il contrario significa trasformare l’ateneo in un attore di politica estera parallela, scavalcando governo e Parlamento. La selettività ideologica poi è clamorosa. Il testo parla di “genocidio” israeliano da 78 anni, ignora deliberatamente il 7 ottobre 2023 e che Israele, unica democrazia liberale della regione, si trovi circondata da regimi e movimenti che negano il suo diritto all’esistenza. Dov’è il Comitato per il ripudio delle guerre di Assad in Siria, dell’invasione russa dell’Ucraina, di Hezbollah, del jihadismo in Africa o delle pulizie etniche dei curdi? Perché solo Israele deve essere boicottato accademicamente? La risposta è evidente a chiunque non sia in malafede. Poi c’è la violazione della libertà accademica. La lettera vuole imporre un giuramento ideologico al rettore. Chi non lo sottoscrive diventa sospetto, come durante il maccartismo? Lettere che trasformano i rettori e i docenti in militanti e catechisti sono l’opposto di una democrazia. Ricordano tanto il fascismo.