Scuola
l'intervista •
La maturità secondo Giannelli: “Bene lo stop alla scena muta. Ma la scuola seria non è quella che boccia”
Il capo dei presidi: "Chi taceva sapeva di non rischiare nulla, quest’anno la contropartita è la bocciatura”. Le novità dell’orale: addio al documento iniziale, più spazio a scuola-lavoro e curriculum. Sulle Invalsi: “Sono uno strumento in più”. L’IA? “Va studiata, non demonizzata”

Giovedì mattina, ore 8.30, oltre 527 mila studenti italiani torneranno tra i banchi per la prima prova dell’esame di maturità. Si chiamerà di nuovo così, maturità, come l’hanno sempre chiamata tutti, e non più esame di stato. È la prima novità della riforma Valditara. “Tutti continuavano a chiamarlo esame di maturità. Il legislatore ha accolto una prassi diffusa. Era il nome che piaceva agli italiani”, dice al Foglio Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi.
Le altre novità sono più concrete e riguardano l’orale. Quattro discipline esaminate, commissioni ridotte a cinque membri, niente più documento iniziale da cui partire, più spazio ai percorsi di formazione scuola-lavoro, all’educazione civica e al curriculum dello studente. E soprattutto una regola nuova, nata dopo i casi dell’anno scorso: chi si presenta all’orale e decide di fare scena muta viene bocciato. Per Giannelli è la correzione di una lacuna. “Per gli scritti l’obbligo di sostenere la prova esisteva già. Per l’orale questo non era previsto chiaramente. Ora lo è. L’esame è previsto dalla Costituzione, quindi va sostenuto in tutte le fasi previste dalla legge”. L’anno scorso, ricorda, chi taceva sapeva di rischiare poco: crediti e scritti garantivano comunque la promozione. “Le scene mute erano atti di visibilità personale che non avevano un costo eccessivo. Quest’anno la contropartita sarebbe la mancata promozione. Non credo che si ripeteranno”.
Il presidente promuove anche l’addio al documento iniziale dell’orale, introdotto nel 2020 con la riforma Azzolina: una foto, un testo, un’immagine da cui partire per costruire collegamenti. “Si era scatenata la corsa a stabilire prima quale documento sarebbe uscito e che cosa bisognasse dire. Tutto ciò che favorisce l’apprendimento mnemonico va rimosso”. L’esame, spiega, “deve far vedere quello che si sa fare, mostrare le competenze raggiunte, non quello che si ricorda o quello che si è imparato a memoria negli ultimi dieci giorni di ripasso”. Anche per questo Giannelli difende il maggiore spazio concesso ai percorsi di formazione scuola-lavoro, che saranno oggetto di una presentazione da parte dello studente. Lì non basta ripetere una lezione. Bisogna raccontare un’esperienza, collegarla allo studio, giudicarla. “È un esercizio di giudizio critico. Alla fine un esame di maturità dovrebbe valutare le capacità di giudizio critico maturate nel corso degli anni”.
Un altro passaggio riguarda le prove Invalsi, i test nazionali standardizzati che misurano le competenze degli studenti in italiano, matematica e inglese, e che per anni hanno diviso la scuola. Giannelli le difende, ma ne delimita il campo: “Sono test collettivi standardizzati. Non bisogna attribuire loro più valore di quello che hanno: non dicono tutto su una persona e non devono dirlo”. Però misurano alcune capacità, possono aiutare la politica scolastica a intervenire dove serve e, inserite nel curriculum, diventano “uno strumento in più per lo studente, anche nel mondo universitario o negli istituti tecnici superiori, dove potranno contribuire ad attestare le competenze acquisite”.
C’è poi il dato che ogni anno riapre la stessa discussione: tra gli studenti ammessi alla maturità, solo lo 0,2 per cento viene bocciato. Da qui l’obiezione: che valore ha un esame che quasi tutti superano? Giannelli però non segue i nostalgici della selezione. “Non condivido la posizione dei cultori della bocciatura. Non credo che la scuola, per essere seria, debba bocciare”. La scuola di oggi, dice, non può limitarsi a selezionare. Deve tenere dentro gli studenti, ridurre la dispersione, offrire un ambiente formativo. Meglio più tempo tra i banchi, con i coetanei, la cultura, lo sport, il teatro, le attività scolastiche, che “in giro in branco o a casa con il telefonino da soli”. Questo non significa attribuire all’esame un valore che non ha. Il rappresentate dei presidi è netto anche su questo: “Dal punto di vista docimologico (cioè della capacità di valutare), l’esame non ha un grande valore. Riproduce in larga parte il giudizio già deciso dai docenti”. Ma resta “una prova di vita”, un rito di passaggio che gli studenti ricorderanno per anni.
Infine l’intelligenza artificiale. C’è chi teme che renda gli studenti meno autonomi, anche durante l’esame. Giannelli rovescia la critica: “L’intelligenza artificiale è una grande scoperta del nostro tempo. Bisogna insegnare ai ragazzi a utilizzarla al meglio”. Chi la demonizza, dice, resta legato a “un’idea romantica di scuola o ai propri anni di gioventù”. Il mondo è cambiato, per questo “la scuola deve studiare l’IA, non rifiutarla. È uno strumento che può essere utile anche nella preparazione dell’esame”.
